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Home Page > Famiglia e Economia > Bioetica e dintorni: come smascherare certe bugie
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Quando si parla di bioetica bisogna essere attentissimi per non cadere in errore.

Naturalmente non tutti possono essere sociologi, ma sarebbe bene che certe nozioni ed aspetti della ricerca, peraltro abbastanza elementari, fossero chiari a tutti. Soprattutto in una fase storica come quella attuale, in cui, per legittimare il superamento dell’istituto matrimoniale e le adozioni gay, si fa largo uso di notizie di “studi” che attesterebbero come, non solo un bambino non necessiterebbe di un padre e di una madre, ma addirittura come i figli che crescono con una coppia omosessuale sarebbero più felici degli altri. Più che di notizie, si tratta di vere e proprie bufale, ma smascherarle non è sempre scontato. Di qui la proposta di alcuni suggerimenti per rimanere, davanti alla menzogna, saldamente ancorati al circolo degli “àpoti”, quelli – sentenzierebbe Giuseppe Prezzolini (1882 -1982) – che «non la bevono».

Vediamo allora alcuni suggerimenti, che potrebbero essere traslati dalla bioetica anche ad altri campi.

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Primo suggerimento. Verificare sempre la corrispondenza fra come una ricerca scientifica viene presentata e quello che effettivamente afferma; spesso difatti i titoli di giornali e portali web, essendo pensati in primo luogo per attirare l’attenzione dei lettori, risultano ampiamente fuorvianti rispetto al contenuto di studi che fra l’altro, quasi sempre, si presentano formulati in termini cauti e prudenziali, non di rado invitando esplicitamente chi li esamina ad ulteriori approfondimenti.

Secondo suggerimento. Prestare attenzione agli autori dello studio, in particolare controllare che non si tratti – come di frequente accade – di ricercatori con alle spalle trascorsi di militanza in associazioni omosessualiste: grazie ai motori di ricerca di internet è una verifica che si può fare in pochi minuti. I lavori di militanti gay, sia chiaro, non vanno ritenuti automaticamente poco attendibili, tuttavia, specie nei casi in cui essi portano ad esiti sorprendenti o con- trari al buon senso, la prudenza è d’obbligo.

Terzo suggerimento. Venendo ad un piano più tecnico – valido anche oltre i confini dei temi di bioetica – controllare la selezione del campione che, affinché la ricerca che su di esso si basa sia attendibile, deve essere rigorosamente rappresentativo dell’intera popolazione e non selezionato in contesti troppo particolari. Se, per fare esempio, una ricerca viene effettuata som- ministrando questionari ai partecipanti ad un evento – sia esso una riunione di partito, un concerto o un gay pride – potrà pure condurre a risultati utili ma, certo, non generalizzabili.

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Quarto suggerimento. Soffermarsi sulle procedure con cui si sono raccolti i dati delle ricerche considerate, dato che è un aspetto molto importante. Un esempio, anche qui, aiuterà a capire: una ricerca che, da un lato, pretendesse di dimostrare – cosa accaduta più volte – che i figli che crescono con genitori omosessuali sono felici come o più degli altri, e che, d’altro lato, prevedesse il grado di felicità di questi figli “quantificato” attraverso questionari somministrati agli stessi genitori, tutto sarebbe, per ovvie ragioni, tranne che inattaccabile.

Quinto ed ultimo suggerimento. È importante ricordarsi che le statistiche, dopotutto, sono e rimangono pur sempre… solo statistiche e che di “esperti di bioetica” è pieno il mondo. Sarebbe cioè sbagliato, al di là di pur rilevanti finalità descrittive, attribuire ai numeri particolari facoltà predittive o rivoluzionarie.

In particolare, allorquando una ricerca arrivasse – magari descrivendo come orribile e superata la famiglia naturale – a contraddire il caro vecchio buon senso, sarebbe quella ricerca, e non la famiglia, a dover essere guardata con sospetto.

«Non mi fido molto delle statistiche – ha detto una volta, con la sua geniale ironia, Charles Bukowski (1920-1994) – perché un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore statisticamente ha una temperatura media».

Giuliano Guzzo

Fonte: Notizie ProVitaottobre 2014, p. 10.

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