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Home Page > Famiglia e Economia > Gender: diritto “ai” bambini o diritti “dei” bambini?
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Ieri ragionavamo sui luoghi comuni e le bugie dell’ideologia gender che sono diventati dati di fatto, quasi scontati, per molti. Continuiamo la riflessione, con logica stringente, sul “diritto” degli adulti ad avere bambini.

Gli omosessuali sono vittime di discriminazione. Essi devono avere, come gli eterosessuali, il diritto di avere dei bambini”. Questa pretesa rovescia la realtà ontologica dell’essere umano (i bambini sono ancora esseri umani, vero?) per affermare un principio perverso: d’ora in poi, per compiacere le posizioni omosessualiste, le persone non saranno più soggetti – ma all’opposto oggetti di diritto altrui.

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Di fronte a queste folli pretese, occorre ricordare con fermezza che il “diritto al bambino” non esiste. Per nessuno. Occorre ripeterlo chiaro e forte: non esiste alcun diritto al bambino.

Nessuno ha diritto ad avere un bambino, basandosi sul fatto che “desidera” avere un bambino. Il diritto al bambino non esiste né per gli eterosessuali né per gli omosessuali. Una coppia smaniosa di avere un bambino può decidere di unirsi per concepirlo. E’ molto semplice. Una coppia desiderosa di adottare un bambino può fare le pratiche necessarie. Un po’ meno semplice, ma sempre possibile. Ma nessuna di queste coppie ha – in ogni caso – un “diritto al bambino” che desidera, per il solo motivo che lo desidera.

Oltre al piano ontologico, che riguarda l’essenza relazionale della persona umana e l’impossibilità di ridurla a cosa (sulla quale avanzare diritti), l’osservazione della realtà conferma questo principio: si può ragionevolmente rifiutare il consenso a una coppia eterosessuale se per esempio si considera che non ci siano le condizioni ottimali per la crescita del bambino. Si può considerare per esempio che sia meglio affidare un bambino a una coppia giovane o in buona salute che non a una coppia avanti negli anni e di salute cagionevole. In qualsiasi caso, anche nel dubbio, è sempre l’interesse del minore che va tutelato per primo: in dubio, pro puero.

Nell’eventualità di un “diritto al bambino” per le coppie omosessuali, inoltre, è chiaro che tutte le coppie eterosessuali alle quali si rifiuta il consenso si sentiranno discriminate, per un titolo o un altro, e avranno buone ragioni per reclamare per se stessi il medesimo diritto. Anche da questo punto di vista, è il ritorno alla guerra di tutti contro tutti.

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Nelle discussioni sull’adozione alle coppie omosessuali, una delle obiezioni più comuni a questo proposito è quella delle coppie eterosessuali ma sterili. Per quanto sia dolorosa, la sterilità non dà per questo, diritto al bambino. Non poche persone conoscono la sterilità o l’assenza di procreazione, a causa della malattia, dell’età avanzata, del celibato o della configurazione della coppia. Non è con questo che si pretenda di negare la sofferenza che provano delle coppie omosessuali, femminili o maschili, per il fatto della propria infertilità – sofferenza comune a quella delle coppie eterosessuali che non possono procreare.

Di fatto, però, le coppie omosessuali domandano oggi che la loro sofferenza sia riconosciuta e alleviata attraverso la negazione dei diritti dei bambini, primo dei quali, dopo il diritto alla vita, è quello ad avere un padre e una madre. Possibilmente il proprio padre e la propria madre.

Occorrerà quindi sempre ribadire che il senso dell’adozione è quello di dare un padre e una madre al bambino che non li ha più e non quello di dare bambini ad adulti che li desiderano: nessuno ha il diritto di alleviare il proprio fardello a spese degli altri, e ancora meno caricandolo sulle spalle degli innocenti, degli indifesi, dei più deboli. La sofferenza della coppia non fertile non è quindi una ragione sufficiente perché questa coppia ottenga il diritto di adottare: questo principio vale evidentemente per tutte le tipologie di coppia.

Ancora. Si dovrà ribadire che ciascun essere umano è sempre figlio di un padre e di una madre: è strutturalmente, ontologicamente relazionato ai genitori, ancor prima di nascere.

Principio evidente, sul quale non ci sarebbe molto da discutere, esplicitato in questo modo dalla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, Art. 7. “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi“.

D’altra parte ciascun padre ed ogni madre è tale in quanto padre e madre di qualcuno. Questa preposizione – di – indica un complemento di specificazione relativo al possesso, risponde alla domanda “di chi?” ed indica in questo caso la provenienza, la relazione originaria che fonda l’essere umano. Io sono figlio di Carlo e di Bruna. Carlo è mio padre, Bruna è mia madre. Nessun costrutto linguistico potrà mai sovvertire questa realtà. La provenienza, l’origine, era indicata in greco antico dal termine “ghénos“, da cui non a caso “gene“, “genetica“, etc. Si può discutere di tutto, tranne che del fatto evidenteognuno ha un padre e una madre, dalla loro unione ciascuno di noi è stato generato e non esistono persone senza padre e madre, così come nessuno nasce da due padri o da due o tre o più madri. Detto questo, è evidente che a buon diritto l’espressione “i miei genitori” o “mio figlio” indica una relazione di reciproca co-appartenenza ontologica e ben riesce a fotografare un dato di fatto incontrovertibile: la co-appartenenza genetica, che rende fisicamente indiscutibile la parentela (in questo caso la consanguineità diretta).

Ora ci dovremmo chiedere: in base a quale logica il bambino (ovvero: ciascun essere umano) non avrebbe più il diritto naturale alla co-appartenenza, ad avere i propri genitori e potrebbe anzi essere brutalmente deprivato del padre o della madre (o di entrambi)?

Ancora. Seguendo la “logica” gay, com’è possibile che se padre e madre sono “ininfluenti”, “inutili nell’allevare un bambino”, allo stesso tempo ottiene tanto consenso l’assurdo slogan avere due papà è meglio che uno“? (Se non contano niente, la somma di due niente è sempre niente). D’altra parte se non importa, se non è fondamentale che ci siano entrambi i genitori (padre e madre) ma è sufficiente uno solo dei due, poiché dell’altro si può fare a meno, si dovrebbe poi spiegare quale dei due, e perché.

In conclusione, tenendo dietro alla logica omosessualista, per le coppie lesbiche i bambini non hanno diritto ai padri, mentre per le coppie omosessuali i bambini non hanno diritto alle madri. Non servono. Alla fine ne consegue logicamente che i genitori sono entrambi inutili e che – appunto – non si ha diritto a nessun genitore.

Ma allora perché gli omosessuali pretendono il diritto di adottare e in fin dei conti di essere genitori?

Da una parte i bambini non hanno diritto ai genitori, ma dall’altra gli omosessuali delle “famiglie arcobaleno” hanno diritto ai bambini. Logico?

Il fatto è che siamo di fronte ad una violenza inaudita, che si cerca in ogni modo di normalizzare.

Occorre ripeterlo ancora una volta: il bambino non è un oggetto di diritto, ma casomai un soggetto di diritto. Il bambino è una persona: come tale i suoi diritti valgono tanto quanto i miei. Chi mette in discussione i diritti del bambino mette in discussione anche i miei diritti. Come si può pensare di tacere di fronte ad un simile sopruso? Parlare di “diritto al bambino” è tipico di chi pretende una strumentalizzazione inaccettabile. Se chiunque lo desidera ha per ciò stesso diritto a un bambino, allora il bambino diventa un bambino-oggetto, sul quale avanzare pretese: queste ed altre, s’intende. Se per far valere i propri (presunti) diritti è necessario sopprimere quelli di altre persone (adulti o bambini che siano) allora ciò significa una cosa sola: quel tipo di “diritto” è solo prepotenza e non ha ragione di essere richiesto.

Alessandro Benigni

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