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Home Page > Famiglia e Economia > Lettera dal futuro – quando il figlio è un peso
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Un lettera surreale, quella che ci permettiamo di consigliare oggi. O forse no?

Del resto, in un sistema sociale per cui una madre diventa tale solamente quando decide che “suo figlio” è una persona e che, quindi, forse potrà vivere; in un contesto in cui il piano oggettivo della nuova fisicità ed esistenza di un bambino viene soppianto da una libera scelta persona di “tenerlo” o meno… in un contesto del genere, chi può garantire che situazioni analoghe non si avverino? Che differenza vi è tra una persona ancora nell’utero della madre ed una nata? Le diverse relazioni che essa ha con il mondo? E si può trovare come unica fonte di legittimità a vivere i rapporti intrapersonali? Ed un eremita, può quindi essere condannato a morte senza alcun problema?

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Mettiamo da parte momentaneamente questi quesiti e leggiamo questa lettera dal futuro. Tenendo ben presente che la società di oggi sta gettando le basi perché questo si avveri.

Ecco la lettera dal futuro.

22 gennaio 2023

Cara Mamma,

sembra incredibile, è già il 2023! Mi viene ancora da scrivere “’22” quasi dappertutto. Sembra ieri che stavo seduta in prima elementare, quando c’erano le celebrazioni per il nuovo millennio!
So che è da Natale che non ci sentiamo. Scusami. In ogni modo, ho un paio di cose da dirti e non me la sento di telefonarti o di parlarne di persona.

Ted è stato promosso e anch’io dovrei avere un sostanzioso aumento quest’anno, se continuo a dedicarmi giorno e notte al lavoro. Sai bene quanto ci tenga. Sì, è vero, abbiamo ancora parecchi conti arretrati da saldare. Avevi ragione a dire che non era bene impegnare tanti soldi per la casa, ma è veramente bellissima, non trovi?

Timmy si trova abbastanza bene all’asilo ma continua ad andarci malvolentieri. Purtroppo non era contento neanche quando aveva la bambinaia, cosa ci vuoi fare?

È diventato un vero problema, mamma. È un bambino buono, ma sinceramente è ingiusto dover sopportare un peso così gravoso a questo punto delle nostre vite. Ted ed io ne abbiamo parlato a lungo e infine abbiamo deciso. Hanno fatto così anche tante altre famiglie, che adesso si trovano bene.

Non mi aspetto che tu “comprenda”, ma devi tener conto della nostra situazione. Non posso dedicare anni e anni della mia vita a fare da mamma a Timothy e aspettarmi poi di avere una qualche forma di carriera, tantomeno del tempo da passare con mio marito. Sai quanto tempo è che non usciamo insieme da soli noi due?

Il nostro parroco ci fa coraggio e dice che a volte nella vita occorre affrontare delle decisioni dure da prendere. La famiglia è un “sistema”, ha detto, e non si deve permettere alle esigenze di uno solo di rovinare il tutto. Ci ha detto di pregare, di soppesare TUTTI i fattori, e poi di fare quello che è giusto per far funzionare la famiglia. Dice che anche se probabilmente, se toccasse a lui, non lo farebbe, la decisione spetta a noi. Ci ha indicato una clinica per bambini qui vicino; meno male, almeno quella parte lì sarà facile.
Non sono una madre snaturata. Mi dispiace per il piccoletto.

Credo che ci abbia sentito l’altra sera mentre Ted e io ne parlavamo. Mi sono voltata e l’ho visto in pigiama, in piedi in fondo alle scale, con l’orsacchiotto che tu gli hai regalato sotto il braccio. Aveva gli occhi un po’ lucidi. Il modo in cui mi ha guardato mi ha quasi spezzato il cuore. Ma credo sinceramente che sia meglio anche per lui. Non è giusto costringere Timothy a vivere in una famiglia in cui non c’è né abbastanza denaro né abbastanza spazio per tutti.

Ti prego di non farla lunga come fece la nonna per i tuoi aborti.

È la stessa cosa, sai. In ogni modo, dicono che la procedura per terminarlo è indolore. Penso a questo punto sia stato meglio che tu non l’abbia poi visto molto spesso. Un abbraccio a papà.

Jane

Tratto dal romanzo “One World” di Tal Brooke, ed. “End Run Publishing”

 

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Un Commento, RSS

  • StefanoPediatra

    dice su:
    11/12/2013 alle 13:03

    La cosa veramente triste è che il racconto, in una sua parte, è attuale già adesso. Mi riferisco a quella relativa al Parroco “compiacente” e incapace di prendere una posizione netta a favore della vita, del principio etico più importante. Ecco, di parroci come quello “raccontato” da Tal Brooke, ahimè, ce ne sono già diversi anche adesso e hanno tutto tranne che le idee chiare relativamente a cosa sia eticamente accettabile e cosa no, a maggior ragione per un cristiano cattolico, in termini di omosessualità, famiglia, aborto, …
    Triste vero?!

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