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Home Page > Filosofia e morale > Aborto mal riuscito: i bambini muoiono tra i rifiuti
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L’aborto è uno degli argomenti tabù per la nostra cultura mortifera, di moda e progressista.

Non se ne parla mai, e soprattutto, non se ne parla mai male.

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Se si scoprisse che negli ospedali di una regione di un Paese moderno e progredito, come il Canada, per esempio, in dodici anni sono morti 216 bambini per incuria, quale scandalo ne sortirebbe?

Se si tratta di bambini sopravvissuti nonostante fossero destinati ad essere soppressi con l’aborto, invece, non ne parla proprio nessuno.

Lifenews riporta la cifra, 216, appunto, nella sola provincia del Quebec, nel periodo 2000 – 2012. Morti tra i rifiuti ospedalieri o sui tavoli operatori senza alcun tipo di conforto, né medico, né umano.

Il Presidente di Campagne Québec-Vie, Georges Buscemi, sottolinea che i ricercatori che hanno stilato il rapporto su tali dati sono molto più preoccupati di far notare che la mortalità infantile, al netto di quei 216 che evidentemente non devono neanche essere contati, è molto più bassa di quello che appare dai numeri.

Quindi quelli che rilevano un sensibile aumento della mortalità infantile nella regione suddetta, stiano tranquilli. La “colpa” è delle indagini prenatali sempre più sofisticate che evidenziano difetti nei bambini in modo più preciso e quindi inducono i genitori ad optare per l’eliminazione del prodotto difettoso: il Canada permette l’aborto legale anche a gravidanza molto avanzata e – si sa – quei piccoletti, dalle 20 settimane di gestazione in poi, sono più duri da far fuori di quanto sembra. Sopravvivono persino alle iniezioni letali che gli fanno quando sono ancora nel grembo materno.

In tutto il Canada, pare che siano circa 500 i bambini che hanno fatto quella brutta fine. Anzi, sono certamente molti di più: 500 sono quelli registrati dall’Istituto nazionale di statistica.

Il triste fenomeno accade ovunque ci siano norme che consento l’aborto tardivo, dopo le 20 settimane, quindi negli Stati Uniti, in Europa (nel Regno Unito per esempio) e nella nostra bella Italia. Dove la massima preoccupazione è quella di tutelare legalmente i medici: non sia mai dovessero risarcire il danno da “nascita non voluta” se il bambino sopravvive.

Quei piccolini, tra l’altro, il più delle volte non hanno la forza di sopravvivere a lungo. Ma la decenza vorrebbe che fossero accompagnati alla morte con un minimo di calore umano.

E invece no. Quando c’è di mezzo l’aborto – che neanche si deve chiamare aborto, ma IVG – non vale più la decenza. Non si riconosce l’umanità di un essere umano piccolo e indifeso. Sarebbe troppo imbarazzante. Perfino la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, a Strasburgo, si è rifiutata di prendere in considerazione il problema: esiste il diritto a vivere (o a morire con dignità) per un bambino che nasce vivo perché il tentativo d’ammazzarlo non è riuscito?

Francesca Romana Poleggi

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4 Commenti, RSS

  • Roberto Ranaldo

    dice su:
    27/01/2016 alle 01:57

    Di fronte all’orrore non c’è neanche la resistenza di non violentare quel minimo di possibile “rispetto”. Ma parlare di “calore umano” mi sembra un pò pornografico. Il calore umano richiede condivisione che non c’è in partenza. Richiederlo produrrebbe pietismo o un ornamento che accentuerebbe l’orrore.

    • FRP

      dice su:
      27/01/2016 alle 06:40

      Scusi. E’ calore davvero. Qualche infermiera pietosa racconta di aver tenuto in braccio qualcuno di quei piccoletti, avvolto in una copertina, quel tanto che è bastato per farlo spirare in pace. Quelli sono stati gli unici istanti di vita di quel bambino. Almeno un abbraccio se lo merita, o no?
      Certo, il problema alla radice è che non dovrebbero essere abortiti. E una volta sopravvissuti, sono nati, quindi andrebbero trattati come tutti i grandi prematuri. Con cure palliative – come minimo.

  • mariagrazia mariagrazia

    dice su:
    27/01/2016 alle 11:00

    è psicologia spicciola..dare “calore umano” è una esperienza molto forte, vuol dire accogliere anche se per poco..e accogliere quello che è un “rifiuto” proprio o di qualcuno vorrebbe dire soffrire per quello che il “rifiuto” ha vissuto nei suoi pochi momenti e per la sua sofferenza fisica e psicologica, vorrebbe dire soffrire con lui e non tutti hanno voglia di prendersi questo carico. è più semplice fare finta di nulla e abbandonare un “rifiuto”, tanto ormai non abbiamo più neanche la pietà….

  • Giuseppe Rigamonti

    dice su:
    29/01/2016 alle 12:20

    Si sa il Canada è un paese “civile”. Però è anche il paese in cui ci sono gentili signore, che per soldi, sono disposte nel portare nel loro corpo, un bambino da donare, alle solite coppie sempre sorridenti gay. Oggi le coppie gay si sono accaparrato il simbolo “mulino bianco”.

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