Home Page > Filosofia e morale > La teoria gender esiste, anche a scuola: la prova definitiva – parte I
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Ultimamente una grande questione divide politici, intellettuali, associazioni e gente comune: l’esistenza della cosiddetta “teoria gender “. E di conseguenza, se sia reale o meno la sua introduzione nelle scuole di ogni ordine e grado.

Gender o no gender, questo è il problema.

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I negazionisti del gender sostengono che la famosa “teoria” sia in realtà una invenzione di coloro che pretendono di combatterla. Forse perché questi ultimi interpreterebbero male i cosiddetti “studi di genere”. Forse perché deformerebbero volontariamente certe visioni, attribuendole al variegato mondo LGBT, in modo da avere nemico più facile da combattere e da demonizzare (il noto argomento dell'”uomo di paglia”).

Alcuni si spingono fino a dire che la teoria di genere sarebbe stata creata, per le finalità di cui sopra, in qualche stanza segreta del Vaticano …

Visto che l’argomento è di grandissimo interesse, è venuto il momento di fare un tentativo di esporre in modo più chiaro possibile le ragioni che stanno dietro alla posizione di chi sostiene l’esistenza della teoria e denuncia il fatto della sua promozione da parte di alcune istituzioni e all’interno di alcune scuole.

Divideremo l’esposizione in tre parti:

  1. Cosa intendiamo con l’espressione “teoria gender”?
  2. Esiste tale teoria (altrove che nella mente di coloro che pretendono di combatterla)? viene promossa da qualche istituzione?
  3. La teoria di genere viene introdotta in qualche modo nelle nostre scuole?

Parte I. Cosa intendiamo con l’espressione “teoria gender”?

Sembra che l’espressione non sia univoca e non sia sempre descritta negli stessi termini anche da coloro che la criticano. Bisogna stare attenti a non semplificare eccessivamente i termini della questione. Ad esempio, dire che “la teoria gender elimina ogni differenza tra maschio e femmina” oppure che per essa “non esiste il sesso ma il genere”, sarebbe semplicistico e impreciso.

Alcuni obiettano, come accennato, che in ogni caso si deve parlare solo di “studi di genere” e non di “teoria” di genere.

In verità, non si capisce il perché di tutta questa avversione per il termine “teoria”. Sarebbe infatti inverosimile ritenere che gli “studiosi” di genere si limitino a “studiare” e non abbiano avanzato nessuna tesi organica, nessun insieme di conclusioni coerente, nessuna (appunto) teoria.

Per il vocabolario Treccani, una “teoria” è una “Formulazione logicamente coerente di un insieme di definizioni, principî e leggi generali che consente di descrivere, interpretare, classificare, spiegare, a varî livelli di generalità, aspetti della realtà naturale e sociale, e delle varie forme di attività umana. In genere le teorie stabiliscono il vocabolario stesso mediante il quale descrivono i fenomeni e gli oggetti indagati …”.

Altri vocabolari danno definizioni ancora più ampie: “modo di pensare, opinione, pensiero; idea, concezione …”.

Ora, come vedremo, coloro che coltivano o applicano gli studi di genere formulano una serie di definizioni (“genere”, “identità di genere”, “ruolo di genere”, ecc.), di principi (distinzione tra sesso e genere, derivazione culturale del genere, prevalenza dell’identità di genere, ecc.) che consentono a loro avviso di interpretare aspetti della realtà naturale e sociale e delle attività umane (differenze/disparità tra donne e uomini, discriminazioni di genere, stereotipi di genere, transizioni di genere, ecc.).

Dunque, una teoria, o delle teorie.

Questa teoria o queste teorie, vengono denominate “di genere” (o “gender”, dal termine inglese) perché si basano sulle nozioni di “genere”, come distinto dal sesso biologico, di “identità di genere”, di “ruolo di genere”, ecc. In modo analogo, dal punto di vista linguistico, si parla di teoria “dell’evoluzione” perché si basa sul concetto dell’evoluzione delle specie, o di teoria della “relatività” perché si basa sulla relatività dello spazio/tempo, ecc.

E’ quindi corretto dal punto di vista linguistico, e coerente dal punto di vista logico, parlare di “teoria/teorie di genere”.

Si può riconoscere che non tutti quelli che applicano gli “studi di genere” hanno esattamente la stessa visione su tutte le questioni. Da questo punto di vista sarebbe forse più proprio parlare di “teorie di genere” al plurale.

Nonostante ciò il ricorso all’espressione singolare “teoria di genere” rimane legittimo perché è possibile individuare un “nucleo duro” sotto le diverse prospettive. In modo simile si parla ad esempio di “teoria dell’evoluzione” al singolare, malgrado la indubbia diversità di “teorie” sui meccanismi o sulla storia dell’evoluzione delle specie, poiché alcuni concetti e principi di fondo rimangono gli stessi (ad esempio il fatto e la possibilità della transizione naturalistica da una specie all’altra).

Mutatis mutandis, anche le teorie di genere hanno un fondamento comune: la teoria gender ha il suo “cuore” che giustifica l’utilizzazione dell’espressione al singolare.

La teoria prende le mosse dalla distinzione tra sesso biologico e “genere”. Questa prima distinzione è importante. Infatti il “genere” non ha una derivazione naturale-biologica ma culturale, e si potrebbe definire come un insieme di ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini.

La teoria di genere, anzitutto, riduce drasticamente (fino ad annullare) il peso che ha il sesso biologico nella formazione dei ruoli, comportamenti e attributi che vengono considerati appropriati per uomini e donne. Proprio perché questo insieme di ruoli, comportamenti e attributi costituisce il “genere”, ed esso è un fatto di cultura non di natura. Nelle sue forme più pure, la teoria considera che nessun ruolo, comportamento o aspetto psicologico, considerato tipico degli uomini o delle donne, trovi una base reale nella natura sessuata dell’essere umano.

Il sesso biologico sarebbe (o dovrebbe essere) sostanzialmente indifferente rispetto alla costruzione dell’identità psicologica e del ruolo familiare e sociale di una persona.

Si introduce quindi la definizione di “identità di genere”, cioè la percezione profonda che un soggetto ha di appartenere a un genere piuttosto che a un altro (uomo, donna, o di solito, anche altri), indipendentemente dal proprio sesso biologico. A questa identità di genere (anche questo è un punto essenziale della teoria) si attribuisce una certa prevalenza sul sesso biologico.

BludentalQuesta prevalenza dell’identità di genere sul sesso biologico non è da tutti intesa allo stesso modo: per alcuni (più radicali) sarebbe solo l’identità di genere e non il sesso biologico che permetterebbe di rispondere alla domanda “Sono uomo? Sono donna? (Sono altro?)”. In altre parole basterebbe l’auto-percezione di essere donna/uomo/altro, per essere veramente donna/uomo/altro, anche se il sesso biologico indica il contrario. In questa prospettiva l’identità “transgender” (identità di genere contrastante con il sesso biologico) non viene considerata come intrinsecamente problematica, e infatti molti ne auspicano la depatologizzazione, richiedendo la rimozione della “disforia di genere” dalle classificazioni nazionali e internazionali di patologie.

Per altri invece (forse meno radicali) il contrasto tra identità di genere e sesso biologico rimane un problema, ma questo problema si deve risolvere a beneficio dell’identità di genere. In altre parole, in casi di disforia di genere, il problema non si risolverebbe aiutando la mente a armonizzarsi con la realtà corporale, ma all’opposto modificando il corpo perché si accordi il più possibile con la percezione psicologica. Si tratta in questo caso non tanto della normalizzazione del “transgenderismo” (come nella prima prospettiva) ma della normalizzazione del “transessualismo”. In entrambi i casi però ritroviamo la prevalenza dell’identità di genere sul sesso biologico.

Alcune delle conseguenze immediate di questi principi generali della teoria gender, che si ritrovano sostanzialmente in tutte le sue forme, sono le seguenti:

– essendo il sesso biologico praticamente ininfluente dal punto di vista psicologico e sociale, anche nella società familiare il sesso biologico è indifferente. Infatti proprio l’ambito della famiglia è quello maggiormente toccato dalla teoria gender, in quanto esso rappresenta (secondo una corretta impostazione antropologica e morale) il contesto sociale in cui il sesso biologico ha (e dovrebbe avere) maggiore rilevanza. Secondo la prospettiva gender sarebbe quindi indifferente che la famiglia sia composta da un uomo e da una donna, oppure da due uomini o da due donne.

– in ragione sempre della irrilevanza del sesso biologico rispetto al profilo psicologico e comportamentale, gli orientamenti sessuali avrebbero tutti pari dignità: in particolare l’omosessualità sarebbe normale quanto l’eterosessualità. Infatti queste differiscono secondo l’uguaglianza o diversità di sesso/genere dei soggetti messi in relazione. Ma se la diversità di sesso biologico non produce conseguenze psicologiche o comportamentali rilevanti, allora l’omosessualità non può implicare profili negativi o di anormalità dal punto di vista psicologico o morale. Inoltre la qualificazione dell’orientamento sessuale potrebbe dipendere dal genere percepito dal soggetto. Naturalmente, la normalizzazione o giustificazione del comportamento omosessuale non deriva sempre dalla teoria gender (si potrebbero fondare su altre basi), ma dalla teoria gender deriva sempre la normalizzazione dell’omosessualità (e, spesso, degli orientamenti sessuali più diversi …).

– i comportamenti e i ruoli tipicamente maschili e femminili sono tendenzialmente tutti considerati “stereotipi”. Qui è bene intendersi: riconosciamo senza problemi che esistono stereotipi negativi che riguardano il maschile e il femminile (ad esempio il modello di uomo e donna della TV e della pubblicità: donna magra, sexy, che vale solo per le sue apparenze fisiche; uomo muscoloso, infedele, ecc.). Il problema è che la teoria di genere, volendo (o pretendendo) di combattere i cattivi stereotipi, finisce per cadere nell’estremo opposto: tutti i ruoli e comportamenti “maschili” e “femminili” sarebbero stereotipi culturali, imposti dalla società o dalla famiglia, da decostruire.

A questo punto comincio già a sentire l’obiezione, l’eterno ritornello: “Tutto questo l’avete inventato voi!”.

In effetti, non ho ancora mostrato che tutta questa teoria viene promossa e applicata per davvero, addirittura da importanti enti ed istituzioni. Forse è un’invenzione di un certo mondo cattolico e pro-life che si crea così un “nemico” facile da combattere.

Non è (purtroppo) così, ed è quanto dimostreremo nella seconda parte …

Segue la seconda parte: Esiste la teoria gender? Viene promossa da qualche istituzione?

Alessandro Fiore

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15 Commenti, RSS

  • luca addis

    dice su:
    13/07/2015 alle 22:52

    Mi ha fatto molto piacere trovare questo articolo perché anche a me è capitato di avere a che fare con una negazionista la quale riduce tutta la ideologia del gender ad una educazione alla parità fra uomo e donna nel mondo del lavoro per cui tutti i lavori degli uomini possono essere fatti dalle donne e viceversa e tutto il resto sono invenzioni degli integralisti cattolici.
    Ciao
    Luca

  • Gerardo Astore

    dice su:
    14/07/2015 alle 11:29

    Articolo efficace, sintetico, illuminante. Condivido, e aspetto, quasi con impazienza, la seconda parte! Grazie!

  • Aurora Milan

    dice su:
    23/07/2015 alle 09:04

    Seguo con interesse e condivisione questo sito che senza paura dà voce alla Verità.
    A proposito di questo articolo e della cosiddetta teoria gender vorrei fare una puntualizzazione.
    Perché non la chiamiamo con il suo vero nome? IDEOLOGIA.
    La teoria è appunto: “Formulazione logicamente coerente di un insieme di definizioni, principî e…”.
    Che formulazione logicamente coerente c’è nel gender? Non ho trovato risposta.
    Domani potrei svegliarmi e pensare che l’uomo discenda dalle farfalle o che deve essere tutelato chi convive con un gatto o un criceto. Sarebbe teoria?

    • FRP

      dice su:
      23/07/2015 alle 11:28

      Io sono perfettamente d’accordo con lei. Negli articoli che curo o scrivo io c’è scritto sempre “ideologia”. Ma i miei colleghi e gli altri autori non sono così pignoli…

    • Alessandro Fiore

      dice su:
      23/07/2015 alle 18:23

      Rispondo brevemente: la scelta di utilizzare la parola “teoria” invece di “ideologia” in questa serie di articoli deriva semplicemente dal fatto che l’intenzione non è mostrare l’infondatezza della teoria di genere (cosa che abbiamo fatto in molti altri articoli) ma semplicemente la sua esistenza. Quanto alla coerenza logica: questa ci può essere anche in una teoria assolutamente falsa come quella del gender. Cioè un insieme di tesi si riconduce logicamente a certi principi e definizioni. C’è quindi coerenza logica tra conseguenze e principi. Ma sono i principi stessi che non corrispondono a realtà: sono cioè ideologici.

  • Gabriele M

    dice su:
    23/07/2015 alle 17:34

    Non riesco davvero a leggere certe cose. Ma come fate a scriverle? Da quando il sesso determina i “ruoli sociali”? Uomo e donna dal punto di vista fisico son diversi, questo è innegabile, ma a livello umano sono UGUALI ed è ora di finirla con certe idee conservatrici e arcaiche. Ogni volta che leggo i vostri post perdo fiducia nel genere umano. Dico davvero.

    • Alessandro Fiore

      dice su:
      23/07/2015 alle 18:56

      Deve leggere bene prima di commentare. Da nessuna parte c’è scritto che il sesso determina i ruoli sociali. Si dice semplicemente che per la teoria di genere il sesso non ha nessuna influenza sui ruoli sociali. Questo però è falso, e non è certo frutto di idee “arcaiche”. Nessuno sostiene che i ruoli sociali siano esclusivamente determinati dal sesso biologico: questa è una posizione caricaturale che i teorici del gender attribuiscono ai loro oppositori (utilizzando l’argomento dell’uomo di paglia che invece loro ci addebitano). Sosteniamo però che non è vero (come pretende il gender) che i ruoli sociali siano determinati ESCLUSIVAMENTE dalla cultura: molti ruoli sociali, pur essendo in parte attribuibili alla cultura, hanno anche una BASE nella natura biologica della differenza sessuale. Vede, le differenze sessuali ci sono anche nell’encefalo e nel profilo psicologico (e questo è chiaro ancora di più oggi con le tecniche moderne di neuroimaging, rispetto al medioevo …). Se, ad esempio, le femmine scelgono TENDENZIALMENTE giochi o lavori diversi dai maschi, questo fatto non è attribuibile semplicemente a uno stereotipo culturale da decostruire (come vorrebbe il gender): ci sono infatti lavori (come quelli che coinvolgono maggiormente la relazione interpersonale. es. infermiera) che realizzano attitudini naturali più tipiche delle femmine; così come ci sono lavori incentrati maggiormente sui meccanismi (es. ingegneria) che realizzano attitudini più tipiche dei maschi. Questo non vuol dire che una femmina non possa fare l’ingegnere o che un maschio non possa fare l’infermiere: vuol dire però che se ci sono proporzionalmente più maschi interessati ai meccanismi e più femmine interessate alla cura delle persone, questo fatto non rappresenta una “imposizione culturale” come il gender vuole farci credere, ma lo sviluppo spontaneo di tendenze naturali (come dimostrano, tra gli altri, gli studi del dott. Lippa). Queste tendenze naturali hanno una importanza ancora maggiore nella società familiare (ed è in questo contesto che la teoria gender commette gli errori più gravi) perché è in questa che la differenza sessuale ha maggior peso: essa è sia essenziale per la genesi della famiglia (generazione tra sessi diversi) che importante per lo sviluppo dei membri della famiglia: il ruolo materno è diverso dal ruolo paterno sia dal punto di vista biologico (specialmente nelle fasi iniziali del rapporto madre-bambino: gestazione, allattamento, ecc.) che dal punto di vista psicologico.
      Non serve perdere fiducia nel genere umano (di cui anche lei fa parte); serve solo informarsi un pochino meglio.

      • Marco Cesario

        dice su:
        04/09/2015 alle 16:03

        Complimentissimi per la pacatezza e lucidità della risposta (io mi sarei un po’ infastidito)

      • gino veracchi

        dice su:
        07/09/2015 alle 16:13

        Vorrei che si affacciasse nelle facoltà di ingegneria come ho fatto io; Le verrà detto (potrebbe consultare le statistiche) che gli studenti migliori risultano essere le donne (come riferito anche verbalmente dai professori e corpo non docente degli atenei)
        Ma, e qui cade l’asino, poche avranno risalto nell’ambito professionale, questo “perché le femmine sono più portate a lavori, quali lavori?” Quelli che trovano essendo donne, perché una professione così e da maschi; le donne vadano a fare ciò che hanno sempre fatto e non ciò che sanno fare meglio degli uomini. Io credo di spere la risposta e mi sto attrezzando affinché le mie figlie sappiano combattere questo mondo di mezze calzette, non da ultimo disponendo fin da ora che vorrò un badante maschio e che loro si dovranno limitare a controllare che mi assista come solo una donna sa fare, per carità cristiana, dolcezza, intelligenza, e non da ultimo competenza acquisita “sul campo”

        • FRP

          dice su:
          07/09/2015 alle 19:31

          Mia figlia è – guarda caso – laureata in ingegneria.

          Nessuno ha mai detto che le donne non siano brave a fare le ingegnere o le astronaute (la nostra Cristoforetti, se la ricorda?).
          Ma è un dato di fatto che certe inclinazioni naturali non debbono essere necessariamente contrastate. Abbiamo ospedali pieni di infermieri maschi e di chirurghi femmine. Quindi?

          Vuol dire solo che i famosi “stereotipi” da combattere non esistono. Lasciamo i bambini e i ragazzi crescere in pace secondo le loro inclinazioni naturali.

  • Piero Vassallo

    dice su:
    05/08/2015 alle 18:33

    le avanguardie hanno generato un fumo talmente denso da nascondere le differenze biologiche, ad esempio l’impossibilità di un uomo a partorire e/o ad allattare – la cultura francofortese/californiana (Benjamin, Marcuse ecc.) ha ferito a morte l’intelligenza occidentale imponendo l’idea che il principio di identità e non contraddizione sia intrinsecamente fascista
    Petrolini e Rascel non furono capaci di attingere un tale livello di comica assurdità
    pertanto suggerisco di visitare alla luce (psichiatrica naturaliter) della filosofia aristotelico-tomista il delirio ateologico/pederastico su cui ha fondamento la strampalata teoria del gender
    suggerisco anche di fare attenzione alle infiltrazioni dell’omodelirio in ambienti cattolici “alti”
    complimenti a Alessandro per la dotto analisi del delirio gender

  • Gaetano Frajese

    dice su:
    07/09/2015 alle 16:00

    Una teoria diviene ideologia nel momento in cui tende ad imporsi non con la forza della ragione, ma con la forza della propaganda.
    L’UE dal 207 ha adottato i Principi di Yogyakarta, stilati da personale in gran parte di derivazione ONU. I Principi hanno il compito di applicare le leggi internazionali in uso nei paesi più “progrediti” sull’orientamento sessuale e l’identità di genere in primis in Europa e successivamente a livello globale.
    Ciò significa che l’identità sessuale (di genere) non è più dettata dalla genetica, dall’anatomia, dalla fisiologia, in una parola dalla realtà biologica dell’individuo, bensì dalla sua volontà che decide in autonomia il suo genere di appartenenza. Una volta i convincimenti errati si chiamavano deliri, adesso rappresentano il faro del progresso e il futuro radioso dell’Europa e del mondo.

  • giorgio rapanelli

    dice su:
    09/09/2015 alle 10:03

    sono ormai convinto che la teoria del gender sia una invenzione di Satana e chi la vuole fare applicare sia un accolito di Satana: OMS, Obama, Renzi, eccetera.

  • gino veracchi

    dice su:
    09/09/2015 alle 18:45

    Lo stereotipo esiste, non per le cose che ho riportato ma perché è sotto gli occhi di tutti.
    Spero che Sua figlia ingegnere riesca ad avere fortuna nella professione scelta al pari di un Piano o di un Nervi (che se ricordo ben non era neanche laureato).
    Non mi sono inventato nulla o sognato nulla, e chi è in buona fede lo sa.
    Mi chiedo come si possa pensare di far credere che millenni di sopraffazione delle donne sia risolto nel 2015 o ancor prima. (Si ricorda l’entusiasmo per la nostra astronauta?)
    Certo che ricordo la nostra astronauta.
    Nel 2015 (XXI secolo) a fatto NOTIZIAAAAAA.

    • FRP

      dice su:
      10/09/2015 alle 06:34

      Certo la Cristoforetti ha fatto notizia perché italiana. Le astronaute in altri paesi esistono da talmente tanto tempo che non ci fa più caso nessuno.
      Sulla “sopraffazione” delle donne… beh: lei , da uomo, probabilmente se ne intende. Io ho in mente donne che non sono state sopraffatte e non si sono lasciate sopraffare , ad ogni latitudine e in ogni momento della storia… dalle matrone romane in qua… Poi ci sono un sacco di PERSONE che hanno vissuto situazioni di sfruttamento ( e che lo vivono), ma secondo me il sesso (o genere, come fa più figo dire, oggi) non c’entra proprio niente.

      Le discriminazioni “di genere”, oggi, quelle vere, sono nei confronti delle donne che spontaneamente e naturalmente scelgono la maternità e allora sì che subiscono spesso delle ingiustizie. Quindi i movimenti femministi se fossero in buona fede dovrebbero correggere il tiro: contraccezione e aborto hanno solo e soltanto fatto gioco per i maschilisti.

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