Home Page > Filosofia e morale > “Madre” e “padre” sono più che “mamma” e “papà”
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“Madre” e “mamma” non sono sinonimi; così come “padre” e “papà”: perché il dato affettivo ed emotivo non si può confondere col dato genetico ed esistenziale

La dottoressa Mariolina Ceriotti Migliarese è una neuropsichiatra infantile con esperienza trentennale. Ha scritto per L’Avvenire un articolo carico di umanità e di professionalità, che in tono pacato e riflessivo spiega perché non possono essere affidati i bambini a coppie omosessuali. La questione pregiudiziale da porsi – scrive la dottoressa – è se esista o no la differenza sessuale, se questa differenza sia di natura o di cultura, e se abbia un valore, o sia semplicemente un elemento marginale nella vita delle persone. Se la risposta a tutte queste domande è quella ragionevolmente scontata, ne discende che chi si assume un compito educativo deve accompagnare e far maturare la persona nell’una o nell’altra condizione – maschio o femmina – in modo sereno e armonico. Aggiungeremmo che ciò rientra nel normale processo di conoscenza e comprensione di sé che è il naturale processo di crescita di qualsiasi persona: non pensiamo di dover scomodare Socrate e il suo “conosci te stesso” per convenire su questo assunto.
Del resto la differenza sessuale non è data solo dagli organi sessuali che ci contraddistinguono, ma è scritta in ogni singola cellula del nostro corpo, che porta il marchio genetico del cromosoma “xx” per le femmine e “xy” per i maschi. E questa differenza resterà per sempre, anche se la persona si sottopone a bombardamenti ormonali e chirurgia estetica. “Perciò la differenza sessuale non può essere considerata una semplice qualità tra le tante, ma è piuttosto un dato costitutivo ineliminabile per l’essere umano. Il maschile e il femminile sono due modi di stare nel mondo, due identità di pari valore, entrambe intere e nello stesso tempo incomplete, perché mancanti ciascuna di qualcosa (il maschile/il femminile) che solo l’altro possiede e può dare: questo si traduce nell’evidenza che da soli siamo incapaci di generare, perché solo l’incontro del maschile con il femminile genera nuova vita”.
Da qui discende che “padre” e “madre” non sono solo parole o ruoli, o funzioni, ma sono il compimento maturo dell’identità di cui sopra. Esse implicano che ciascuno dei genitori abbia più o meno consapevolmente maturato la realtà della differenza, della specificità, della complementarità e del limite ( quanto alla trasmissione della vita) che “maschio” e “femmina” portano in sé. Quindi, se i ruoli, i compiti sociali e affettivi della “mamma” e del “papà” sono per certi versi intercambiabili (chi lavora, chi cucina, chi aggiusta l’automobile…), l’identità di “padre” e “madre” sono insostituibili e non delegabili: “nessun uomo, anche se capace di svolgere una funzione affettiva materna, potrà mai essere o diventare una madre e nessuna donna potrà essere padre”. Natura vuole questo. E natura vuole che il bambino abbia bisogno non solo di “papà e mamma”, ma anche di “padre e madre”, cioè di quelle figure identitarie forti che per analogia e per contrasto servono naturalmente al piccolo per crescere serenamente nella sua identità propria: “pur nell’inevitabile imperfezione di molti padri e madri, questo rimane comunque il maggior bene per il cucciolo d’uomo”. Così conclude la dottoressa Ceriotti Migliarese. E per questo ella non condivide la scelta di quegli assistenti sociali che – magari aldilà di qualsiasi pregiudizio “anti-omofobico” – hanno dato parere favorevole all’affidamento di una bimba a una coppia omosessuale.
E’ ovvio che poi esistono genitori incapaci o indegni, vedovi o separati che crescono i figli da soli… ma tutte questi sono casi – limite, casi in cui, infatti, di solito le istituzioni tendono ad intervenire e a supportare (a scuola, per esempio, si individuano i “Bisogni Educativi Speciali” dei discenti). Se quindi volessimo essere coerenti dovremmo individuare nei bambini che crescono con coppie omosessuali dei soggetti bisognosi di attenzione e cura particolare: ma in questo caso sarebbe possibile prevenire il problema alla radice, appunto, evitando di affidare bambini a genitori “incompleti”.

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di Francesca Romana Poleggi

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