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Le bugie degli abortisti per diffondere la cultura della morte

Chi non rispetta la vita, e si adopera perché possa venire impunemente uccisa con l’aborto, può forse rispettare la verità? Evidentemente no. Manipolazione della realtà, alterazione di dati, costruzione di veri e propri castelli di menzogne, sono state le armi messe in campo negli anni settanta dai fautori della legalizzazione dell’aborto presentata come necessaria per porre fine a una situazione dipinta come intollerabile. Sì, perché, a loro dire, l’aborto clandestino imperava, arricchendo cucchiai d’oro e mammane mentre le donne rischiavano la vita e morivano in gran numero. Secondo le cifre fornite dalla propaganda radicale, ogni anno, di aborto clandestino, in Italia, sarebbe morto un numero tale di donne da superare di gran lunga quello di tutte le donne in età fertile dai quindici ai quarantanove anni, morte per qualunque altro motivo, mentre ogni donna avrebbe fatto, nell’arco della sua vita, in media da sette a nove aborti. (Cfr. P. G. Liverani “Aborto anno uno”, pag. 81). Cifre assolutamente fantasiose, prese però come oro colato da un’opinione pubblica abilmente pilotata da quasi tutto il sistema massmediatico.
Per la legalizzazione dell’aborto nel nostro Paese i radicali, che guidavano la partita, hanno collaudato e messo in atto il meglio delle loro strategie. In particolare, due sono stati gli episodi che sono serviti da test e collaudo a strumenti per future battaglie: quello relativo alla vicenda del C.I.S.A. e quello di Seveso.
I fatti sono noti. A Firenze nel 1975 viene alla ribalta il Centro Informazione Sterilizzazione e Aborto, dove da tempo si praticano aborti clandestini. Emma Bonino, lì alacremente impegnata, si autodenuncia: oltre centomila donne sono state “aiutate” a liberarsi da una gravidanza indesiderata. Occorre una legge che cancellando il reazionario Codice Rocco in vigore, consenta alle donne di farlo alla luce del sole, in asettici reparti ospedalieri, senza rischio per la loro salute. Dei bambini eliminati nessuna parola.

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Nell’estate del ’76, a Seveso, sui timori e sulle preoccupazioni di una popolazione sfrattata dalle case ricoperte dalla nube tossica sprigionatasi dallo stabilimento dell’Icmesa, Emma Bonino, da poco eletta in parlamento, gioca la sua battaglia pro aborto. Data per certa l’ipotesi di danni teratogeni causati dalla diossina, invoca a gran voce l’aborto per le donne incinte.
Viene montata una campagna mediatica angosciosa, martellante, che non dà requie. “O aborto o mostro” è lo slogan impietoso con cui vengono terrorizzate le donne di Seveso, 43 delle quali cedono e abortiscono feti che poi, ai laboratori di Lubecca, dove furono mandati per essere analizzati, risultarono perfettamente sani.
Ma ormai la strada all’aborto era aperta.
Vero capolavoro di menzogne furono negli Stati Uniti i casi che portarono alla legalizzazione dell’aborto nel 1973, montati ad arte da vari gruppi abortisti. Due donne, con gli pseudonimi di Mary Roe e Jane Doe, ricorsero alla Corte Suprema per avere il diritto di abortire. Esse non abortirono affatto, ma furono usate dagli abortisti come grimaldello per forzare la proibizione vigente in tutti gli Stati dell’Unione all’aborto volontario. Due donne perfette per quell’operazione: giovani, povere, senza istruzione, appartenenti a ceti diseredati. Indotte con l’inganno a firmare petizioni per aborti che non volevano e che non fecero. Oggi Norma Mc Corvey alias Mary Roe e Sandra Cano alias Jane Doe denunciano il raggiro di cui sono state vittime, lottano contro l’aborto e chiedono di riaprire i loro casi per arginare la strage degli innocenti.

di Marisa Orecchia

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