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Home Page > Filosofia e morale > Utero in affitto, Flamigni, diritto, filosofia e teologia
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Sull’ultimo numero di MicroMega è apparso un intervento del prof. Carlo Flamigni sul “dono” del grembo e sull’utero in affitto in cui il noto accademico esplicita le sue critiche nei confronti di chi nutre riserve riguardo alle suddette pratiche bio-mediche.

Occorrono dunque alcune considerazioni e precisazioni in merito su almeno tre livelli differenti, cioè quello bio-giuridico, quello filosofico e perfino quello teologico (quest’ultimo impropriamente chiamato in causa dallo stesso Flamigni in apertura del suo intervento).

Utero in affitto – Sotto l’aspetto bio-giuridico

Sembra opportuno ricordare che seppur tecnicamente è tutto possibile, ciò non vuol dire che anche per il diritto debba esser così.

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La preparazione scientifica di Flamigni non sembra in grado di consentirgli di scrutare fino in fondo le problematiche giuridiche che sono sottese alla prassi del cosiddetto utero in affitto: la moltiplicazione delle figure genitoriali; la certezza del diritto a seguito della incertezza dei rapporti parentali e familiari; il problema della rivendicazione di un presunto diritto al figlio; il diritto del figlio a conoscere la propria origine biologica; il diritto della madre surrogante di avere un ripensamento e trattenere presso sé il frutto del proprio parto; il diritto dei genitori biologici (nel caso di “donazione”- che poi è vendita – sia dell’ovulo che dello spermatozoo) a voler eventualmente partecipare alla crescita del nato assumendosi le proprie responsabilità genitoriali; il diritto del figlio a conoscere le modalità circa la propria venuta ad esistenza e tanto altro ancora.

A ciò aggiungasi che sia nel caso di dono del grembo sia nel caso di utero in affitto, cioè sia nel caso in cui l’accordo di surrogazione è a titolo gratuito, che nel caso in cui l’accordo contempli una remunerazione, la prassi è sempre in sé antigiuridica, poiché comunque lesiva dei diritti e della dignità dei soggetti coinvolti.

Soprattutto la gestante (cioè la madre surrogante), infatti, sarebbe ridotta a mero magazzino della coppia committente, avvenga ciò gratis o a pagamento: in entrambi i casi si tratterebbe di un atto dispositivo del proprio corpo che come tale non può che essere considerato strumentalizzante del medesimo e quindi inevitabilmente lesivo della dignità.

Utero in affitto – Sotto l’aspetto filosofico
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“Ciabattino, non criticare oltre le scarpe”, G. Vasari, 172. Chi non conosce la storia di Apelle e il calzolaio clicchi qui

Sul piano filosofico, non si può non considerare l’illuminata, illuministica ed illuminante intuizione kantiana per cui ciò che ha una dignità non ha un prezzo e ciò che, invece, ha un prezzo non ha una dignità. Pagare per la “donazione” di gameti, di embrioni o perfino per la gravidanza, dunque, significa non riconoscere la dignità dei soggetti coinvolti, riducendo i donatori a mere dispense di materiale biologico da spremere all’occorrenza, l’embrione a banale oggetto di donazione o compravendita, e la madre surrogante a sofisticata incubatrice vivente. Sul punto scrive Flamigni che c’è però «chi ritiene che nessuno è in diritto di proibire ad un essere umano di fare quel che vuole del proprio corpo».

Se una tale logica è da prendere sul serio, come sul serio è presa da parte di chi scrive, perché non legalizzare, come qualche anno addietro ha già fatto il Parlamento di Singapore, la compravendita degli organi? Perché non depenalizzare il voto di scambio? Non è evidente che se posso fare del mio corpo ciò che voglio, dovrei poter disporre a maggior ragione del mio voto che per quanto personale non è così personale come il mio corpo? Perché potrei vendere il mio sperma, ma non il mio rene? Perché potrei vendere il mio rene, ma non il mio voto?

Si comprende fin troppo bene, allora, che un simile concetto di libertà è del tutto aberrante e surreale, poiché la libertà non consiste nella possibilità di fare tutto ciò che si vuole; come ha notato Hegel allorquando ha ribadito che quanti così ritengono andrebbero rispediti alla scuola del pensiero.

Utero in affitto – Sotto l’aspetto teologivo

Sul piano teologico, infine, Flamigni erra allorquando considera che la Bibbia sia ricca di citazioni che si riferirebbero alla legittimità, anche teologica, della maternità surrogata.

Tra i tanti esempi, il più richiamato è quello di Abramo, Sara e Agar narrato in Genesi 21,8-21.

Il suddetto episodio biblico, tuttavia, non può per nulla essere considerato un caso di maternità surrogata, poiché mostra da un lato le conseguenze morali e teologiche dell’uomo che si erge a dominatore della natura travalicando i confini antropologici e stravolgendo le impalcature assiologiche legate alla propria difettività ontologica, e dall’altro lato evidenzia quanto siano intimi e non fungibili sia il rapporto di coppia cristallizzato nell’unione coniugale, sia quello tra genitori e figli. Del resto Agar viene scacciata, e solo dopo Dio dona ad Abramo e Sara una loro propria discendenza. [E poi Agar era una schiava: ciò non vuol dire che la Bibbia legittima la schiavitù e riconferma che una donna che venisse usata solo per fare un figlio è una schiava, ndr].

Insomma, Flamigni, e chi come lui si batte in sostegno del dono del grembo o dell’utero in affitto, dimostra di non aver sufficientemente riflettuto sulle problematiche etiche e giuridiche coinvolte, evidenziando la doppia strutturale fragilità di simili pratiche biomediche: fragilità esistenziale dovuta alla frammentazione relazionale che essa causa; fragilità teoretica dovuta alla mancanza di spessore gius-filosofico, e ovviamente teologico, su cui essa si fonda.

Aldo Vitale

DIFENDIAMO I BAMBINI E LA FAMIGLIA DAI TENTATIVI DI

LEGALIZZAZIONE DELLE UNIONI CIVILI

 

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5 Commenti, RSS

  • luigi corbo

    dice su:
    22/02/2016 alle 16:44

    solo per capire, visto che sono cattolico, ma il passaggio descritto nella Genesi, capitolo 30 come lo interpreta?

    Genesi 30-31Conferenza Episcopale Italiana (CEI)

    30 Rachele, vedendo che non le era concesso di procreare figli a Giacobbe, divenne gelosa della sorella e disse a Giacobbe: «Dammi dei figli, se no io muoio!». 2 Giacobbe s’irritò contro Rachele e disse: «Tengo forse io il posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del grembo?». 3 Allora essa rispose: «Ecco la mia serva Bila: unisciti a lei, così che partorisca sulle mie ginocchia e abbia anch’io una mia prole per mezzo di lei». 4 Così essa gli diede in moglie la propria schiava Bila e Giacobbe si unì a lei. 5 Bila concepì e partorì a Giacobbe un figlio. 6 Rachele disse: «Dio mi ha fatto giustizia e ha anche ascoltato la mia voce, dandomi un figlio». Per questo essa lo chiamò Dan. 7 Poi Bila, la schiava di Rachele, concepì ancora e partorì a Giacobbe un secondo figlio

    • FRP

      dice su:
      22/02/2016 alle 17:04

      Infatti: stiamo parlando di una SCHIAVA, che fa figli per i padroni.

      • luigi corbo

        dice su:
        22/02/2016 alle 17:42

        quindi mi par di capire che se ci si rivolge ad una schiava è lecito, mentre rivolgersi ad una non schiava non lo è.
        A me sembra che Dio ci abbia creato tutti uguali e sia il primo a non fare distinzioni di censo.
        E aggiungo: oltre alla fattispecie descritta, c’è un altro passaggio che mi colpisce: il matrimonio per noi cattolici e sacro, così come lo è la fedeltà alla propria compagna/o. Qui in questo passaggio, la moglie intima/istiga il marito ad andare con un’altra donna, normale anche questo perché è sempre una schiava?

        • FRP

          dice su:
          22/02/2016 alle 18:17

          Senta c’è una bella differenza tra il Vecchio testamento e il Nuovo. Ma qui a ProVita, checché ne pensino i più, non siamo né preti, né teologi: siamo tutti perfettamente laici. Quindi certe questioni, le ponga a un buon prete (ammesso che ne trovi uno).
          Comunque la prego di ragionare: non è affatto lecita la schiavitù (non so se sa che è stata abolita grazie a Gesù Cristo, e il primo a condannare lo schiavismo e la tratta nel 400 è stato un Papa). Il fatto è che far fare un figlio a una donna per poi appropriarsene vuol dire considerare quella donna una schiava. Già ai tempi di Giacobbe.

  • Anna Bella

    dice su:
    01/03/2016 alle 23:45

    “Quindi mi par di capire che se ci si rivolge ad una schiava è lecito, mentre rivolgersi ad una non schiava non lo è.”
    È il concetto stesso di -schiava -a non essere lecito.Come può esser lecito rivolgersi ad una schiava allora?

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