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Home Page > Filosofia e morale > Vita che rinasce: la storia di Marie Heurtin, sordomuta e cieca
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La vita è sempre un dono, sempre. E ogni persona è un mistero unico e irripetibile.

Queste certezze sono oggi attaccante dalla cultura della morte e dal relativismo dilaganti, che spesso inducono le persone a pensare che la vita sia un “bene disponibile”, del quale disporre secondo desiderio. Ed ecco quindi che se una persona non risponde ai canoni di perfezione fissati dalla società o se diventa un peso o, ancora, se non ha più voglia di vivere, si aprono le porte all’aborto, l’eutanasia

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Per riflettere in maniera seria sulla vita e sul suo valore, la Dominus Production – che ha portato in Italia Cristiada e God’s not deadpropone in dvd un bellissimo film: Marie Heurtin. Dal buio alla luce, di Jean-Pierre Améris.

Il film racconta una storia di vita vissuta, di rinascita, ambientata nella campagna francese di fine Ottocento.

Si tratta del racconto della vita di Marie Heurtin, sordomuta e cieca sin dalla nascita, e perciò quasi certamente sarebbe destinata al manicomio, se i suoi genitori non si intestardissero nel tentativo di educarla e se non decidessero poi di affidarla al convento delle suore di Larnay.

Qui, malgrado l’iniziale opposizione della madre superiora, Suor Marguerite, una suora fragile nel fisico ma salda nello spirito, «ottiene la tutela della fanciulla e vive come missione personale la liberazione di quella piccola anima, che il buio delle sue incapacità ha reso selvaggia. Affrontando momenti di scoraggiamento e profonde crisi interiori, Suor Marguerite e Marie intraprendono un percorso intenso di amore e fiducia, superando i reciproci limiti e diventando con la loro vita testimoni evidenti dell’amore, che, secondo la lezione di San Paolo, è “paziente” e “tutto copre, tutto spera, tutto crede, tutto sopporta”». Piano piano Marie impara a scrivere a macchina, a giocare a domino, a lavorare a maglia; apprende la storia e la geografia e, da creatura semiselvaggia che era, diviene una giovane donna, garbata e felice dell’esistenza, finché viene raggiunta dalla morte, a 36 anni di età, il 22 luglio 1921.

Il film è nato in seguito alla visita del regista Jean-Pierre Améris all’Istituto Larnay a Poitiers, dove la protagonista dell’avventura visse nel XIX secolo. L’Istituto è ancora oggi operativo: «È difficile – ha scritto Améris – descrivere come mi sono sentito quando ho incontrato questi bambini che potevano comunicare solo con il tatto e che, appena sono arrivato, hanno manifestato il desiderio di toccare le mie mani e la mia faccia per conoscermi».

L’ambientazione del film, un monastero della Francia, ci permette di riandare brevemente ad una bella pagina della grande storia della carità. Quella che riguarda, appunto, sordomuti e ciechi.
Nell’antica Grecia e nell’antica Roma i sordomuti erano sovente condannati all’infanticidio o alla schiavitù. Aristotele e molti altri pensatori ritenevano che essi non fossero in grado di comprendere idee astratte o concetti morali (non era chiara la connessione tra sordità e mutismo, e i sordomuti erano ritenuti malati mentali). È forse con sant’Agostino che abbiamo le prime testimonianze scritte in difesa della dignità dei sordomuti, ma dobbiamo aspettare molti secoli, per la precisione il XVI, per avere il loro primo grande educatore: il monaco benedettino spagnolo Pedro Ponce de Leon (morto nel 1584).

Sarà però la Francia, e non la Spagna, a divenire il paese in cui l’educazione dei sordomuti conoscerà ulteriori, fondamentali sviluppi. Nel 1753, a Parigi, l’abate Charles-Michel de l’Épée, visitando una famiglia, vide due ragazze che lavoravano in cucina, e che si esprimevano a gesti. Da quel momento de l’Epèe diventò il loro maestro e si sentì chiamato da Dio a dedicarsi integralmente a questa missione. Vendette tutti i suoi beni (era di famiglia ricca), e fondò così un Istituto Nazionale, riconosciuto da Luigi XVI, che è considerato la prima istituzione pubblica per l’educazione dei sordi al mondo. De l’Epèe si diede ad istruire i sordi con un «suo metodo mimico-gestuale, simile alla odierna lingua dei segni». Tale metodo, che sarebbe divenuto in breve un modello in tutta Europa, consisteva nel «sostituire i suoni con i movimenti della mano e l’udito con la vista», «senza trascurare il valore della espressione linguistica orale e scritta».

In breve l’opera del sacerdote francese avrebbe attirato l’attenzione di Caterina II di Russia e dell’Imperatore d’Austria Giuseppe II, che mandò a Parigi il sacerdote austriaco Stork, perché imparasse e creasse poi l’Istituto imperiale per sordomuti di Vienna. Dall’Italia, invece, giunse a Parigi il sacerdote italiano Tommaso Silvestri, che avrebbe aperto la prima scuola statale per sordomuti nel nostro paese, nel 1784, con la benedizione di Pio VI, a Roma.

Quanto ai ciechi, il primo personaggio di cui abbiamo notizia il cui operato segni una svolta nella loro educazione, è padre Francesco Lana de Terzi (1631-1687). Era, costui, un gesuita bresciano geniale ed eclettico: è ricordato come il padre dell’aeronautica, perché per primo ritenne che si potesse applicare il principio di Archimede non solo alla navigazione per mare, ma anche a quella per cielo. Sappiamo che costruì anche un piccolo modellino di pallone aerostatico che fece alzare in volo nel cortile dei Gesuiti di Firenze, anticipando così il volo (1709) di padre Bartolomeu de Gusmão, gesuita anch’egli, e quello dei fratelli Montgolfier. Ebbene per quanto riguarda i ciechi Lana de Terzi fu probabilmente il primo ad intuire che si potesse creare un sistema di segni non leggibili con gli occhi, ma percepibili al tatto. Nel 1676 inventò così un alfabeto di fili di seta e di nodi, che potremmo definire lineare, che anticipava, sebbene meno efficace, il linguaggio per ciechi di Braille (basato sui punti invece che sulle linee).

Dopo il padre de Terzi, l’altro grande apostolo dei ciechi fu ancora un francese, Valentin Haüy, che fondò la prima scuola per ciechi al mondo (Istituto per l’educazione dei giovani ciechi, Parigi, 1786). Haüy, che fu inventore di un metodo di lettura basato sulla riproduzione, a rilievo, delle normali lettere dell’alfabeto, era stato educato dai monaci agostiniani di Saint Just, insieme al fratello Renè (1743-1822), sacerdote, canonico di Notre Dame e padre della Mineralogia e della Cristallografia moderne. Valentin era, come il fratello, un uomo di fede e un ammiratore – e qui si chiude il cerchio – proprio dell’abate de l’Epèe e della sua opera.

Inutile dire che anche Louis Braille, padre dell’alfabeto che da lui prende il nome, era un francese, che aveva studiato proprio all’Istituto di Parigi fondato da Valentin Haüy.

Francesco Agnoli

Fonte: Libertà&Persona


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