Home Page > Voce della Scienza > Gender: scienza o ideologia?
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La teoria del “gender” è al centro di un intenso dibattito dalle ricadute molto vaste. Ne parliamo un giorno sì e l’altro pure, soprattutto per l’invasione nelle scuole e nelle teste dei nostri figli diretta ad inculcare un’ideologia anti umana.

Ma si tratta di una teoria fondata o è solo un’astratta speculazione, cioè solo pura ideologia?Per rispondere a questa domanda  bisogna lasciar parlare la scienza.  E un nostro amico, scienziato, appunto, il professor Enzo Pennetta, ha pubblicato nel suo blog una lunga trattazione scientifica che smonta – con argomenti scientifici – la teoria del gender. Chi volesse rafforzare le sue convinzioni con argomenti solidi dovrebbe leggerla: perché ciascuno di noi in prima persona è chiamato a testimoniare la VERITA’

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Teoria del gender:

“Il genere è un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità: viene creato quotidianamente attraverso una serie di interazioni che tendono a definire le differenze tra uomini e donne. A livello sociale è necessario testimoniare continuamente la propria appartenenza di genere attraverso il comportamento, il linguaggio, il ruolo sociale. Si parla a questo proposito di ruoli di genere.

In sostanza, il genere è un carattere appreso e non innato. Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa” (Wikipedia).

 La teoria del “gender” è al centro di un ampio fenomeno sociale che sta attraversando l’intero Occidente, si tratta di una teoria dalla quale deriva tutta una serie di ricadute anche legislative. Ed è proprio a causa di queste ricadute che è necessario stabilire la valenza scientifica delle teoria stessa. Nel cercare di far luce su questo punto sorprende la mancanza di studi scientifici che mostrino degli elementi di corroborazione all’ipotesi “gender”, ma proprio in questi ultimi tempi un breve documentario norvegese ha mostrato in modo sintetico e chiarissimo l’assenza di tali elementi. Si tratta di un documentario che stranamente è stato realizzato non da un giornalista scientifico ma da Harald Meldal Eia, un documentarista e attore norvegese, questo però non deve far pensare che si tratti di un lavoro non qualificato, la qualità del documentario è nel livello delle figure professionali intervistate e nei loro studi.

Stiamo parlando de “Il paradosso norvegese”, titolo che prende spunto dal fatto che nel paese dove maggiore è l’uguaglianza di trattamento tra i due sessi, maggiore è la differenza nell’orientamento nel mondo del lavoro. Il video è stato sottotitolato in italiano ed è disponibile su Youtube.

L’autore ha incontrato diversi esponenti della ricerca in ambito biologico e sociologico che hanno preso posizione sul gender i quali da posizioni contrapposte hanno esposto le loro ragioni. Il primo personaggio ad essere incontrato è Camilla Schreiner, dell’università di Oslo che nello studio intitolato “How do students perceive science and technology?” del 2009, condotto su un campione di circa 50.000 studenti di 40 paesi ha trovato dei risultati molto interessanti riguardo le scelte e gli interessi dei due sessi.

Vediamo i grafici che evidenziano i dati raccolti:

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fig. 1

Alla domanda “scienza e tecnologia sono importanti per la società” (Fig.1), come illustrato nel grafico qui sopra, maschi e femmine hanno dato risposte simili e poco differenziate in base al paese di appartenenza, fatto che fa pensare che la diversa cultura ed educazione poco abbiano influito su questo punto.

Alla domanda sullo studio scolastico delle scienze le risposte hanno però iniziato a mostrare interessanti differenziazioni in base ai paesi:

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fig. 2

Come è possibile constatare (Fig.2) le risposte mostrano un maggior gradimento dello studio scolastico delle scienze nei paesi meno industrializzati e meno orientati ad una politica di uguaglianza tra i sessi. Ma non è tutto, ancor più sorprendenti sono state le risposte alla domanda “ti piacerebbe diventare uno scienziato?“:

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fig 3

In questo caso (Fig.3) si vede confermata la prevalenza di risposte positive nei paesi non industrializzati e la differenziazione tra maschi e femmine indipendentemente dalla cultura in cui i soggetti si sono formati.  Ma davvero notevole è la differenza tra maschi e femmine quando la domanda diventa sul lavoro che si desidererebbe svolgere, ed esattamente: “ti piacerebbe lavorare in ambito tecnologico?“. Ecco i risultati:

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fig.4

Quello che nessuno si sarebbe aspettato (Fig.4) è che nei paesi dove maggiore è stata l’uguaglianza di educazione impartita a maschi e femmine, maggiore è la differenziazione nelle scelte tra i due sessi. Questo è il “paradosso norvegese”.  Come si può constatare la Norvegia è risultato il paese dove maggiormente femmine e maschi hanno espresso una forte differenziazione nelle preferenze con una conferma dello “stereotipo” che vuole i maschi più propensi alle attività tecniche rispetto alle femmine. Eppure secondo le statistiche la Norvegia è ai primissimi posti nell’educazione rispettosa dell’uguaglianza di genere, come risulta dagli studi al riguardo:

gender gap index

La conclusione a cui  giungono i ricercatori è che nei paesi in via di sviluppo i lavori in ambito tecnologico vengono visti come il mezzo migliore di progresso sociale o semplicemente come opportunità d’impiego, nei paesi più sviluppati invece la libertà di espressione è maggiore e allora le libere scelte si possono manifestare meglio mostrando una maggiore preferenza anche per altri campi lavorativi e soprattutto, per quel che concerne il gender, le femmine hanno espresso in una percentuale significativamente diversa il desiderio di svolgere altre attività rispetto a quelle tecniche.

Conclusione: dove esiste la maggiore libertà educativa e di espressione le femmine e i maschi esprimono scelte differenti. E questa è una confutazione della teoria del gender che assume invece una differenza solo somatica tra maschi e femmine.

 L’inchiesta prosegue con un’intervista a Cathrine Egeland, dell’Isituto di ricerca sul lavoro, che ha scritto diversi rapporti sulla scelta dei mestieri da parte dei generi, come “Gender equality and quality of life : a Norwegian perspective“, nel quale si evince però solo una generale diffusione tra la popolazione dell’idea che l’uguaglianza di genere sia una cosa positiva e debba essere conseguita. Una ricerca sulle convinzioni riguardo alla teoria dell’uguaglianza del gender, non sulle loro preferenze personali, si tratta cioè di uno studio su quanto l’idea di gender sia diffusa tra la popolazione, non si occupa di dimostrarla o no, e si tratta di una differenza sostanziale.

Sullo stesso versante anche il ricercatore Jørgen Lorentzen del Centro di Ricerca interdisciplinare sul Genere dell’Università di Oslo, che alla domanda sull’esistenza di differenze reali tra il cervello maschile e quello femminile risponde che si tratta di “studi superati” e che a parte i caratteri sessuali primari e secondari, per tutto il resto non esistono differenze. Per Lorentzen le differenti scelte evidenziate nella ricerca di Camilla Schreiner sono dovute (nonostante le diverse culture rappresentate) esclusivamente al condizionamento educativo.

Per cercare di fare chiarezza su questo punto l’intervistatore si sposta poi negli USA per incontrare il Dr. Richard Lippa, Professore di Psicologia presso la California State University, il quale ha svolto una ricerca su un campione estremamente grande costituito da circa 200.000 persone di 53 paesi del mondo, una ricerca che ha confermato le differenti scelte e preferenze riscontrate nella ricerca di Camilla Schreiner, con i maschi più orientati verso la meccanica e le femmine verso i rapporti sociali. Alla domanda se questo sia conseguenza dell’educazione anche il prof. Lippa risponde che in tal caso si dovrebbero riscontrare differenze tra i vari paesi e le varie culture, cose che però non si verifica. Ma lo stesso Lippa afferma che per avere una risposta significativa nella scienza bisogna cercare altre conferme, in questo caso bisogna cercare prove di un differente orientamento del cervello maschile e femminile sin dalla nascita.

Una prima conferma giunge dal prof. Trond Diseth, dell’Oslo University Hospital, che lavorando con bambini che presentano deformazioni ai genitali ha elaborato un test per verificare le scelte riguardo ai giocattoli riscontrando che fin dall’età di nove mesi esse sono differenziate tra maschi e femmine. Per Diseth i bambini nascono con delle differenze innate che l’ambiente può successivamente rafforzare o diluire. Ma gli studi di Diseth non appaiono conclusivi su questo argomento, e così la domanda viene posta al prof. Simon Baron-Cohen dell’Università di Cambridge e membro del Trinity College.

Gli studi di Cohen su bambini neonati (quindi con la certezza di non aver ricevuto alcun condizionamento ambientale di tipo culturale) sono stati pubblicati nel 2000 sulla rivista peer review Elsevier nell’articolo “Sex differences in human neonatal social perception“, i risultati non lasciano spazio a dubbi: esistono caratteristiche innate (con una irriducibile componente biologica) e diversificate nei cervelli dei bambini maschi e femmine, come dichiarato nell’Abstract:

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La ricerca ha dimostrato che le differenze tra i sessi sono “in parte biologiche all’origine”. Non del tutto biologiche, non si contesta l’influenza dell’ambiente, ma si accerta una predisposizione biologica, e questo sarà un punto molto importante per affrontare le questioni educative legate alla teoria del gender.

Il prof. Cohen ha poi in seguito sostenuto che non deve essere considerato un atteggiamento “sessista” il ritenere che la biologia condizioni il comportamento, come avvenuto ad esempio nel 2010 sulle colonne del Guardian “It’s not sexist to accept that biology affects behaviour“.

Infine è la volta della prof. Anne Campbell dell’Università di Durham che partendo da un approccio evolutivo giunge alla conclusione che il cervello maschile e femminile devono essere diversi perché l’evoluzione darwiniana non può che averli selezionati secondo caratteristiche differenti, tesi esposta nel libro “A Mind Of Her Own-The evolutionary psychology of women” pubblicato dall’Oxford University Press. Se è vero che esistono “intersezioni” di interessi tra i sessi, è vero anche che esistono caratteristiche “tipiche” legate a geni selezionati dall’evoluzione.

Con l’intervista alla prof. Campbell il documentario volge al termine, a questo punto restano delle importanti considerazioni che, in assenza di eventuali smentite, devono guidare un approccio scientifico alla teoria del gender:

1- La teoria del gender si basa su un’ipotesi fondata solamente su un presupposto “teoretico”.

2- I sostenitori della teoria del gender non la supportano con ricerche scientifiche.

3- Dove le ricerche scientifiche sono state condotte hanno mostrato una convergenza verso la dimostrazione di una differenza innata, non solo morfologica ma anche psicologica, tra maschi e femmine.

4- La cultura può confermare o contrastare questa differenza biologica innata.

Di fronte a questi dati un atteggiamento scientificamente fondato di educatori, docenti, divulgatori e politici deve condurre a delle coerenti conseguenze:

a- La componente di differenza innata tra maschi e femmine va insegnata nei corsi di biologia a tutti i livelli di istruzione.

b- Fornire indicazioni o materiale didattico che vada nel senso di una negazione di tale componente di differenza innata non è scientificamente corretto.

c- Orientare psicologicamente un bambino in senso opposto a quello della sua componente innata deve essere considerata una forzatura arbitraria lesiva dei diritti della persona.

Quella del gender è, in conclusione, da considerarsi una teoria confutata. Proporre tale teoria come base per le scelte sociali, culturali, educative e legislative è da considerarsi un atto ingiustificato.

In nome della scienza.

Enzo Pennetta

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2 Commenti, RSS

  • Maria

    dice su:
    26/01/2015 alle 22:23

    Sono contenta che si cominci a chiarire questo argomento una volta per tutte.
    Anni di scienza e studio dell’uomo non può cancellarsi con una semplice teoria.
    Mio marito é psicologo e sappiamo quanto sia traumatico approvare questa teoria del gender in bambini così piccoli;il trauma potrebbe essere irreparabile e anche la mente dell’uomo verrebbe corrotta dalla falsità e svuotata di tutto.
    Facciamoci avanti e facciamo valere le nostre verità, non dall’ignoranza ci dobbiamo fare schiacciare!

  • Paolo Franchini

    dice su:
    31/01/2016 alle 20:33

    Trovo decisamente valido l’approccio a questo tema molto delicato a partire dalla ricerca scientifica, come illustra il citato “paradosso norvegese” nel cogliere l’interazione tra fattori biologici e ambientali alla base della costituzione dell’identità di genere, che desidero approfondire. Solo così, unitamente ad un effettivo atteggiamento di onestà intellettuale, si può mettere da parte l’approccio ideologico, da sempre aggressivo e violento, del tipo “tradizionale contro moderno”; ” ugualitarismo uguale progressista; diversità di genere uguale a conservatore” etc…. Di ideologia non se ne può più.
    Paolo Franchini psicologo-psicoterapeuta

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