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Perché l’ embrione è una persona …

Proponiamo ai nostri lettori questo articolo pubblicato sul mensile Notizie Pro Vita, che meritava di essere letto e merita di non essere dimenticato.

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La scienza ha dimostrato che la vita e l’attività umana cominciano dal momento del concepimento.

 Helen Pearson ha scritto su NATURE nel 2002: “Your destiny from day one“, “Il tuo destino dal giorno uno”. Il giorno uno è il giorno dell’embrione unicellulare (lo zigote) che attraverso un protagonismo biologico realmente e scientificamente evidente si presenta con le sue cinque caratteristiche:

  1. L’identità umana (46 cromosomi).
  2. La sua individualità e unicità (modelli matematici ne hanno dichiarato la fondatezza).
  3. La sua autonomia biologica (noi tutti siamo vissuti per circa 8 giorni, dal concepimento fino all’impianto, senza fonti ossigenative dirette ma utilizzando l’energia trasformata dal materiale tubarico che circondava le nostre cellule iniziali)
  4. L’assunzione del piano-programma genomico con una “capacità manageriale” eccezionale tra gli esseri viventi con gradualità, continuità e coordinazione.
  5. Il cross-talk (colloquio incrociato con la madre) ai fini dell’impianto e della tolleranza immunologica. Giustamente il British Medical Journal, nell’editoriale del novembre 2000, affermava: “l’embrione non è passivo: è un attivo direttore d’orchestra del suo impianto e del suo destino futuro”.

Questa affermazione, al di là delle sue implicazioni poetiche che vedono l’embrione, e quindi ciascuno di noi, dirigere la sinfonia della vita fatta di luce, di sole, di sentimenti, di gioia, di dolore come le varie parti di uno spartito assolutamente unico nel teatro della storia dell’umanità, ha profonde implicazioni scientifico-biologiche che spiegano le osservazioni scientifiche cui sono pervenuti molti studiosi negli ultimi 20 anni.

Il protagonismo biologico dell’embrione e la sua relazionalità con la madre fatta di messaggi ormonali, immunologici, biochimici sono le condizioni indispensabili perché si abbia un “buon impianto” e dal “buon impianto” si avrà una normale “trofoblastizzazione”, vale a dire la formazione di una placenta che permetterà lo scambio ottimale di ossigeno e nutrizionali importanti per la crescita dell’embrione e del feto. Un peso normale alla nascita (3200-3500 gr), quindi dipende dalla placenta e a sua volta la buona placentazione dipende dall’impianto.

I dati relativi ad alcune patologie dell’infanzia ci dicono che esiste un fenomeno di catch up growth per cui bambini nati sottopeso alla nascita diventano obesi nella prima infanzia (obesity rebound – Jaquet et Al. 2005). In questi bambini è spesso presente una insulino-resistenza e in un gruppo di adolescenti studiati (nati sottopeso) il rischio di sindrome metabolica (condizione patologica gravata da problemi vascolari di diversa entità) fino a una età di 22 anni è circa 9 volte superiore rispetto ad altri adolescenti di peso normale.

La sindrome metabolica, a sua volta, è presente nel 37% di ragazze adolescenti che hanno un disturbo endocrino che viene definito sindrome dell’ovaio policistico. Secondo altri autori (Hergaz et Al. 2005) nelle bambine sottopeso si ha un 10% di sindrome dell’ovaio policistico all’adolescenza e una precoce androgenizzazione nel 5% dei casi. Nella vita più adulta anche i disturbi del comportamento alimentare vengono correlati con bassi pesi alla nascita. Infine una reale prevalenza maggiore di patologie circolatorie, dislipidemie, diabete e diverse alterazioni vascolari è stata riscontrata in adulti che avevano avuto un basso peso alla nascita.

La conclusione è facilmente intuibile: il protagonismo biologico dell’embrione non è solo un’evidenza della relazione che si instaura subito dopo il concepimento ma è espressione di un momento importantissimo che validerà la salute e la vita futura dell’essere umano: “your destiny from day one” una frase apparentemente sibillina se letta in maniera puntiforme ma se la collochiamo nella visione della continuità biologica dell’embrione la comprendiamo nella sua reale scientificità e la possiamo unire all’affermazione fatta nell’editoriale del British Medical Journal: “l’embrione non è passivo: è un attivo direttore d’orchestra del suo impianto e del suo destino futuro”.

Giuseppe Noia

Tratto da NotizieProVita n.9 – Novembre 2012 – pag. 16

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Un Commento, RSS

  • Adelaide Dissegna

    dice su:
    29/11/2014 alle 13:13

    Più si approfondisce più ė lo stupore della perfezione nel crearci!!!!! Dio: sei grande!!!!!!

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