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Home Page > Aborto > Aborto come ragione di vita: «Mi prendo cura di loro»
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L’aborto come ragione di vita: è questa la mission di Colleen McNicholas, che pratica circa 60 aborti al giorno.

La “dottoressa” (il termine appare francamente inappropriato), intervista da Mic, percorre «oltre 400 miglia quasi ogni settimana per lavorare in quattro cliniche in tre stati: Missouri, Kansas e Oklahoma, dove l’accesso alle cure è limitato». Un vero e proprio record che talvolta, afferma la donna, la fa essere “fisicamente stanca”, ma non meno convinta della bontà della sua azione: praticare l’aborto pare infatti essere per lei fonte di orgoglio perché significa aumentare i “diritti” delle donne, che altrimenti sarebbero “costrette” a tenere il figlio che portano in grembo.

E questo “vale” ancora di più se si tiene conto del fatto che la McNicholas spesso è l’unica persona del luogo a compiere l’aborto, e quindi la sua presenza e “assolutamente indispensabile”.

La voce del buon senso Inutile rilevare che, in questa catena di montaggio dell’aborto, non si tiene affatto conto dei diritti del nascituro e men che meno della salute delle donne: in primis, in quanto non le si informa sulle conseguenze psicologiche e fisiche dell’aborto, ma semplicemente le si tratta come numeri; e in secondo luogo perché, considerando il numero di aborti giornalieri, è chiaro che questi possono non essere  svolti con la  cura medico-sanitaria necessaria (già solo lo sterilizzare gli attrezzi per tutte le operazioni comporta un grande dispendio di tempo…).

Un’ultima nota: in America il clima sta lentamente cambiando e il numero delle persone contrarie all’aborto sta aumentando. Chiaramente tutto questo va contro la “mission” della McNicholas, che infatti vede i pro life – che spesso manifestano anche di fronte alle cliniche dove lei opera – come il fumo negli occhi, come degli egoisti che le impediscono di “salvare” le donne.

Anche questo è l’aborto: un radicale travisamento della realtà, in favore di un business che porta con sé solamente morte.

Teresa Moro

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