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Home Page > Aborto > Aborto in caso di stupro? Un’altra scelta è possibile
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O la morte tramite aborto o lo stigma sociale: questa è la realtà quotidiana per coloro che sono stati concepiti a seguito di uno stupro, esattamente come per i bambini che ricevono una diagnosi infausta in utero.
Affermare che un essere umano concepito in un fatto violento sia sacrificabile è come dire a un bambino sopravvissuto: «Penso che tua madre avrebbe dovuto avere la possibilità di ucciderti», cioè «Se fosse stato per me, ora saresti morto». Ma essere definiti “casi difficili” diventa più sopportabile se viene offerta l’occasione di comunione e condivisione su questo “rapporto di parentela” molto particolare. È ciò che Save The 1 ha fatto, riunendo i soggetti più discriminati ed emarginati – alla radice – nella società attuale.

Rebecca Kiessling è un avvocato che si batte contro l’aborto e il suo impegno nasce da una “storia difficile”: la sua. Rebecca probabilmente non sarebbe mai nata se nello Stato del Michigan fosse stato all’epoca legale ricorrere all’aborto a seguito di violenza sessuale. È stata adottata poco dopo la nascita, e solo diciottenne apprese d’essere stata concepita in un’aggressione a mano armata da parte di uno stupratore seriale. Quasi abortita clandestinamente due volte, racconta di dovere la propria salvezza proprio alle difficoltà e allo squallore evidenti della pratica illegale dell’aborto, che indussero la madre a recedere due volte all’ultimo momento. Non fosse stato così, sarebbe stata uccisa nel grembo della madre.

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Ma Rebecca non è stata “fortunata”: la vita la deve al fatto che l’aborto volontario in Michigan fosse illegale, nel 1968. O vogliamo davvero credere che i bambini abortiti sono “sfortunati” e non razionalmente eliminati per legge e volontà di qualcuno? Dalla consapevolezza d’essere stata considerata un essere sacrificabile, dalla coscienza che molti ritengono che, almeno (o soprattutto – dipende dalla posizione di base) in quel caso, l’aborto sia una soluzione percorribile o auspicabile, nasce la volontà di dedicare il proprio lavoro per salvare i concepiti la cui vita è così agevolmente sottovalutata, e per trovargli una famiglia.

Incontrai casualmente Rebecca con Mary Rathke a Roma, senza conoscerla – anzi riconoscerla perché qualcosa avevo (purtroppo distrattamente) letto a proposito di Save the One – e questo breve incontro mi ha lasciato incantato. Affabilissima, sorridente e bella (un bonus pregevole) volle per prima cosa chiarire il senso del nome dato al gruppo: “The One” è quella creatura umana che spesso anche chi si professa pro vita lascia indietro ritenendo più utile dedicarsi ad altri; è l’agnello smarrito per cui il Pastore lascia le 99 pecore; è quell’«uno solo di questi miei fratelli più piccoli» che il Vangelo ci chiede (anzi ci ingiunge) di accogliere, proteggere e accudire: il più indifeso ed escluso.

In un recente articolo comparso online su Lifenews.com, la Kiessling faceva una panoramica delle attività recenti della sua associazione. Maggio 2014 è stato per Save The One un mese straordinariamente pieno: lei e Mary Rathke sono intervenute al 1° Convegno Annuale Internazionale dei leader Pro Life a Roma, promosso da LifeSiteNews, in cui ha illustrato il proprio lavoro, condividendo le storie personali di persone concepite da violenza, come il caso di Mary, la cui madre naturale fu abusata dopo una diagnosi di schizofrenia.

Una prova dell’utilità del loro impegno l’ha data una donna – un’infermiera – che avvicinandosi ha mostrato la fotografia di un bambino nato da uno stupro, salvato dall’aborto anche attraverso il racconto della storia di Rebecca, nota agli operatori per la vita presenti nell’ospedale. Un esempio per ognuno di come la testimonianza può fare la differenza, anche a grande distanza, quando essa venga diffusa e condivisa.

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L’articolo di Rebecca Kiessling e le testimonianze citate esprimono il conforto delle persone coinvolte nel sapere che vi è qualcuno che opera per spianare la strada all’amore e all’accoglienza di questi bambini che la società contemporanea vuole sacrificabili per un perverso senso “umanitario”. Laddove il diritto si piega al disconoscimento della dignità della vita umana più debole, queste testimonianze servono alla difesa di ogni vita, senza eccezioni né compromessi, indipendentemente dal contesto in cui avviene il concepimento: Sarah, per esempio, una ragazza di 16 anni racconta che la madre naturale, che prese anche rapidamente la strada della tossicodipendenza, veniva prostituita dai suoi stessi genitori. Oggi sta scrivendo la sua storia, ed è un recente nuovo membro di Save The One.

Il 17 maggio 2014, l’associazione ha tenuto il suo 3° Convegno di Training, presso il Michigan Right to Life, a Lansing, nel Michigan. Fra i relatori presenti, cinque sono nati a seguito di uno stupro: Rebecca Kiessling, Mary Rathke, Travon Clifton, Sarah, e Darlene Pawlik. Presenti anche una madre incinta – Karyn Liechty, una madre indotta all’aborto dopo una violenza – Sheryl Williams, e Brad e Jesi Smith la cui figlia Faith presenta una trisomia 18. Il training è finalizzato a prendere confidenza con domande estemporanee poste eventualmente da giornalisti o durante i dibattiti nei campus universitari, e prevede la preparazione, da parte di ogni membro, di un discorso strutturato. In più, il regista Jim Hanon (autore di End of the Spear) e la sua équipe hanno ripreso l’evento e stanno montando un lavoro per il Michigan Right to Life in collaborazione con i membri di Save the One.

Insomma è un’associazione molto attiva che cura non solo l’informazione, ma anche la formazione dei suoi membri in tutti gli Stati Uniti. Save the One opera anche come rete di sostegno per le famiglie adottive i cui figli sono stati concepiti in occasione di violenze e abusi, e può essere contattata sulla pagina Facebook Save The 1 o tramite e-mail a rebecca@rebeccakiessling.com. Sono gruppi di supporto per coloro che stanno lottando e/o che desiderano aiutare altri a riscoprire dignità e valori negati.

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Giovanni Reginato

Fonte: Notizie ProVita, settembre 2014, pp. 9-10


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