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Home Page > Aborto > Vita – Sua figlia va all’Onu, gli altri bimbi vengono abortiti
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In questi giorni si sta rincorrendo la notizia del primo ministro della Nuova Zelanda, Jacinda Ardern, che ha portato la sua piccola Neve – di circa 6 settimane di vita – all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Addirittura The Guardian sottolineava come quello della Ardern sia un tentativo di mostrare che conciliare la genitorialità con la vita lavorativa è possibile.

«Hanno scoperto l’acqua calda», potrebbero commentare le moltissime donne che, senza grandi proclami sul giornale, fanno tutti i giorni della loro vita un tetris pur di riuscire a salvaguardare quel posto di lavoro di cui hanno bisogno e di curare i loro bambini.

Senza considerare che la Ardern ha la possibilità di avere al suo seguito, 24 ore al giorno, il compagno Clarke Gayford, che si prende cura della figlioletta mentre lei lavora. E anche su questo si potrebbe aprire un’ampia parentesi: quanti uomini possono (e sono disposti a) fare una cosa simile? Ma, soprattutto, è veramente questo quello di cui ha bisogno la piccola Neve? In tutta questa storia, infatti, si gioca a mettere al centro la vita dei nascituri e dei neonati, ma nella realtà dei fatti si fa tutt’altro.

La voce del buon senso Innanzitutto, come si accennava, perché il bisogno di una neonata non è quello di essere sballottata in giro per il mondo (con anche voli di 17 ore…), bensì quello di passare in tranquillità i primi mesi con la mamma totalmente dedicata a lei, per poter creare un attaccamento sicuro e poter prendere confidenza con quel mondo in cui è stata catapultata all’improvviso.

E in secondo luogo in quanto, come rilevato da Live Action, la Ardern parla tanto di bellezza della genitorialità, ma poi nel suo Paese non si batte per difendere la vita dei nascituri, anzi. «La sua spinta politica per l’aborto su richiesta in Nuova Zelanda», rileva infatti il portale pro life, «non fa assolutamente nulla per rendere la vita migliore alle madri che vogliono avere successo nell’educazione o sul posto di lavoro pur scegliendo di diventare madri».

Insomma, la dicotomia maternità-lavoro rimane, ed esempi come quello della Ardern non fanno bene alla causa di chi, cum grano salis, sta pensando a delle possibili soluzioni per integrare questi due aspetti della vita delle donne, senza con questo perdere di vista che – in tutta questa storia – vanno tenuti in considerazione anche i bisogni dei bambini.

Teresa Moro

Fonte, anche per la foto in evidenza: Live Action

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