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Abbiamo avuto l’onore e il privilegio di ricevere una lettera dalla moglie del compianto Giuseppe Garrone:

più di venticinque anni dedicati alla difesa della Vita,
dal suo inizio nel grembo materno, e all’aiuto concreto delle donne in difficoltà.

Caro Brandi,

conosco bene come sono nati il “Cassonetto per la vita” (poi “Culle per la Vita”), il numero “SOS Vita” e il “Progetto Gemma”: sono la moglie di Giuseppe Garrone.

“Progetto Gemma”, l’ultimo in ordine di tempo, iniziato nel 1994, non fu opera esclusiva di Giuseppe. Un team di quattro indefessi amanti del bimbo non ancora nato, dell’invisibile glio dell’uomo, lavorò intensamente per organizzare uno strumento agile ed ef cace di adozione prenatale a distanza. Primo ideatore è Mario Paolo Rocchi, poi Francesco Migliori, presidente del Movimento per la Vita Italiano, nella cui casa accogliente a Milano la moglie Annamaria preparava il pranzo per i quattro amici (gli altri due sono Silvio Ghielmi e Giuseppe Garrone).

Il “Cassonetto per la vita” nacque a Casale Monferrato per iniziativa, questo sì, di Giuseppe. Il nome manifesta la ragione della sua nascita: il ritrovamento di un neonato nella spazzatura.

L’annuncio ascoltato al giornale radio era quanto di più meschino e ipocrita si possa immaginare, una presa di posizione colpevolizzante verso la madre per l’abbandono, e per di più nella spazzatura: veniva descritta come un’abietta, rea di un delitto tanto crudele e raccapricciante.

A Giuseppe immediatamente parve necessario far luce su tanta ipocrisia: «Dove finiscono i resti degli aborti? È forse più elegante la fogna, o sono più accoglienti i sacchi dei rifiuti ospedalieri? Sì, perché abortito a tre, quattro o cinque mesi di vita, oppure ucciso dopo aver visto la luce, dove sta la differenza? Questo è un uomo!».

A ottobre si fece un Convegno, vennero alla luce i numeri agghiaccianti dei ritrovamenti e tanto altro, compresa la storia delle benemerite “Ruote degli esposti”, con tanto di nomi dominanti (Esposito, Esposto, Trovato, Amato, etc.) e si vide come questo semplice strumento aveva partecipato alla difesa della vita di tanti italiani, anche famosi (Zeffirelli, per esempio).

Gli ostacoli al primo “Cassonetto per la vita” vennero dall’interno e dall’esterno. Parte del mondo cattolico valutò questa ‘reinvenzione’ della “Ruota degli esposti” una reminiscenza medioevale e non permise l’apertura del varco necessario nel muro del CAV-MpV di Casale, per motivi sanitari. Femministe e politici mossero la Magistratura con un esposto alla Procura da parte di un deputato locale.
Come sempre, a suo tempo naturalmente, la Verità trionfa e lo si vede dai frutti. Tanto inspiegabile impedimento ad aprire lo spazio per la Ruota, riguardo al muro di proprietà d’altri, convinse Giuseppe che era necessario avere la proprietà della sede. Da lì vennero meraviglie! Meraviglie della Provvidenza! Fino alla casa di pronta accoglienza per mamme in attesa. L’esposto alla Magistratura, poi, una volta terminata l’inchiesta, fu una liberatoria: infatti, sulla base delle motivazioni di quell’archiviazione, sono fondate oggi tutte le altre aperture di ‘culle’ o ‘cassonetti’ che dir si voglia, in tutta Italia (oggi sono una quarantina).

Già allora Giuseppe era ben consapevole che una o quaranta ‘culle’ non avrebbero impedito l’abbandono, perché diceva: «Il cassonetto si trova a ogni angolo, mentre una donna disperata, assalita dall’angoscia, in cerca di una via di fuga per nascondere l’avvenuta maternità, difficilmente arriva a una culla per la vita».

Nonostante questo, la ‘culla per la vita’ è stata la salvezza per molti neonati, ma gli abbandoni sono ancora numerosissimi, né sappiamo quanti sono quelli che non vedremo mai.
Quindi le ‘culle per la vita’ sono e restano una provocazione per la nostra civiltà inumana; sono fatte per invitarci a riflettere, e Dio non voglia che la conclusione sia: “Meglio se avesse abortito”.

Per l’esperienza che ho io, ed è anche quella che Giuseppe ha sempre sostenuto, si può dissuadere la donna in difficoltà economica o povertà esistenziale, sostenendola con il “Progetto Gemma” oppure, come succede in Piemonte, con lo “Zainetto per la Vita”, e tutto il sostegno amichevole che possono offrire le operatrici dei Centri di Aiuto alla Vita (CAV)… ma per la donna che sostiene che l’aborto è un suo diritto e che nessuno deve entrare nella sua libertà? Come salveremo suo glio e lei? Perché l’aborto quasi sempre uccide due persone…

Nessuno è meno libero di chi è in uno stato di ansia e di paura, magari anche con la depressione e la nausea dei primi mesi di gravidanza. Chi cerca aiuto al consultorio trova facilmente come risposta il certi cato di IVG.

Dunque è necessaria un’opera di diffusione prima di tutto della presenza dei CAV e della loro disponibilità, quindi un’opera culturale che diffonda rispetto e conoscenza dei primi giorni di vita. “Chi è l’embrione” e non “che cosa è”.
Davanti a questo forse si capisce perché, dopo la nascita del primo CAV a Firenze per opera del caro Mario Paolo Rocchi, venne la fondazione del Movimento per la Vita (MpV), ad opera specialmente di Francesco Migliori, primo insuperabile presidente che connotò l’opera del nascente volontariato prolife con questo binomio: CAV e MpV, due facce dell’unica proposta di difesa del figlio non ancora nato.

Il MpV nasce per un’opera educativa che rifondi sul diritto naturale il diritto alla vita e che, nello stesso tempo, accolga ogni studio scientifico che dimostri l’umanità del concepito.
Dunque ritengo che i CAV che operano con più successo, non solo come attività assistenziale, sono corroborati e sostenuti dall’attività di informazione, formazione e diffusione di un efficiente MpV.
Tanto più che, se consideriamo il numero incalcolabile di aborti prodotti scientificamente dalla fecondazione artificiale, ci accorgiamo di come – insieme agli aborti chimici della RU486, della pillola del giorno dopo, etc. – ci troviamo spesso di fronte all’impossibilità di prevenire l’aborto.

Solo una rivoluzione culturale può mettere un argine a questo genocidio sconosciuto.

Il problema è: da dove cominciare? Certo, con i giovani. Ma con quali strumenti? Non è questo il momento per cercare una risposta, ma sono certa che abbiamo perduto alcune opportunità che la storia ha messo a nostra disposizione.

Infine c’è “SOS Vita”, che nasce come proposta alternativa dopo il Convegno sull’abbandono dei neonati. Immediatamente emerge che la risposta di “SOS Vita” è duplice: aiutare la mamma in crisi di fronte alla gravidanza indesiderata e accogliere con attenzione e disponibilità il pianto o la muta invocazione d’aiuto della mamma e anche del papà che, dopo l’aborto, sono caduti in depressione o hanno addirittura tentato il suicidio, a causa di un lutto nascosto magari per anni e mai elaborato.

A questo proposito vorrei sottolineare come Giuseppe, proprio grazie al suo ininterrotto contatto con molte donne vittime dell’aborto, abbia elaborato un ‘protocollo’ fatto di ascolto, verità, fede e speranza, che ha ridato la vita a molti. Il suo libricino Oltre la morte…la vita è uno strumento semplice, ma che può ancora servire per iniziare il lungo cammino di rinascita dopo l’aborto volontario. Sono molte le ricchezze che Giuseppe ci ha lasciato, per questo mi sono sentita in dovere di comunicargliene una piccola parte.

La ringrazio per l’attenzione e le auguro di proseguire con slancio la sua preziosa attività.

Margherita Borsalino Garrone

Fonte: Articolo apparso su Notizie ProVita di Marzo 2016, pp. 10-11

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