02/02/2024 di Giuliano Guzzo

Cosa è l’umanità del concepito?

Cosa è l’umanità del concepito? È un fatto di realtà, di diritto e di scienza. La nuova campagna di Pro Vita & Famiglia in tal senso – accompagnata dalle affissioni e da un sondaggio nazionale, che ha registrato come il 64% degli italiani sia favorevole al riconoscimento di uno status giuridico del concepito – non si basa su null’altro che su questo: una evidenza. E ciò è talmente vero che, altro dato che non può non far pensare, il 96% dei biologi a livello mondiale riconosce che il concepito è un essere umano a tutti gli effetti e che la vita inizia nel momento della fecondazione.

Un dato schiacciante e plebiscitario che non deve stupire dato che probabilmente tanti di questi biologi si sono formati su testi come Developmental biology di Scott. F. Gilbert, che a pagina 185 recita: «La fertilizzazione è il processo mediante il quale due cellule sessuali (i gameti) si fondono insieme per creare un nuovo individuo con un corredo genetico derivato da entrambi i genitori». Analoga conclusione cui pervengono anche altri celebri manuali, come quelli di Kalthoff, Analysis of biological development, e di Yanagimachi, Mammalian fertilization.

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Perfino se andiamo a consultare testi di parecchi decenni or sono, tipo degli anni ’70 del secolo scorso, troviamo frasi che dicono come «nel momento in cui lo sperma del maschio umano incontra l'ovulo della femmina e dall'unione si ottiene un ovulo fecondato e una nuova vita ha inizio» (Van Nostrand's Scientific Encyclopedia, 1976, p. 94), confermando che «lo sviluppo di un essere umano inizia con la fecondazione» (Medical Embryology, 1975, p. 3). Tutti questi volumi contengono simili e inequivocabili affermazioni per il semplice fatto che – come si diceva poc’anzi – davvero l’umanità del concepito è un dato di realtà.  Ed è un dato di realtà, attenzione, che dal concepimento in poi trova solo conferme in letteratura.

Prova ne sia che il fatto che, ancora prima che nasca, colui che si trova nel grembo materno è un soggetto che risponde a stimolazioni esterne già a 20 settimane (Arch Dis Child. 1994), e che a 29 ha una propria facoltà uditiva (Early Hum Dev. 2000), al punto da far registrare – sempre alla 29esima settimana di gestazione – variazioni cardiache quando ascolta la voce della madre (Dev Sci. 2011). Si tratta pertanto non di qualcosa, ma appunto di qualcuno che, nel grembo materno, già intrattiene una vita relazionale (Neuroendocr. Lett. 2001), capace di memorizzare fra le altre proprio la voce di sua madre (Acta Paediatr. 2013). Qualcuno con un’esistenza di ritmi giorno-notte (Semin Perinatol.2001), di riconoscimento di profumi (Clin Perinatol.2004) e, come già detto, di memoria (Neurorep. 2005). Qualcuno, come noi, in grado di sperimentare anche il dolore (Semin Perinatol.2007; Anesthes.2001).

Le ricerche qui citate sono talmente tante e talmente numerose che qualche anno fa perfino una testata laicissima e progressista come Huffingtonpost ha dato conto di una ricerca scientifica che ha dimostrato come il nascituro, custodito nel grembo materno, sia non solo in grado di rilevare i suoni già alla 16esima settimana di gestazione, ma perfino di rispondere agli stimoli della musica trasmessa via intravaginale muovendo la bocca e la lingua, quasi come se cercasse di parlare o cantare.

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Dunque non ci sono dubbi, a livello scientifico, che dal concepimento in poi il figlio in grembo della madre sia un essere umano. E in realtà, per quanto anche in Italia si seguiti a definire l’aborto “un diritto” – principio discutibile perfino leggendo la legge 194, che se da un lato prevede tale facoltà per la donna, dall’altro lo disciplina in modo almeno formalmente rigido, mettendo paletti che mal si conciliano con l’idea di un intoccabile “diritto” – anche l’ordinamento italiano, pur senza trarne le dovute conseguenze, riconosce implicitamente come il nascituro sia un essere umano.

Qualche esempio? Perfino l’articolo 1 della legge 19 febbraio 2004, n. 40 sulla Pma – per quanto sia per noi una pratica da condannare - afferma che la norma «assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito»; dunque il concepito è qualificato come «soggetto» al pari delle altre persone coinvolte, ed è un soggetto titolare di diritti. Non solo. Anche sorprendenti pronunciamenti di massimi tribunali vanno in questa direzione. Si pensi a quanto hanno stabilito sia la Corte Costituzionale (Sentenza n.35/1997), sia quella di Cassazione (Sentenza n. 10741/2009), segnalando come il fatto che non solo l’umanità del concepito ha un fondamento giuridico, ma quest’ultimo può essere ritenuto di rango costituzionale. Sconfinando in campo bioetico, si può inoltre segnalare come già anni or sono lo stesso Comitato Nazionale di Bioetica - al cui interno, come noto, sono presenti le più varie sensibilità culturali - nel parere reso nel giugno del 1996, ha affermato il dovere di «trattare l’embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani».  

La nuova campagna e mobilitazione di Pro Vita & Famiglia per il riconoscimento giuridico del concepito – oltre che su disegni di legge già depositati in Parlamento - poggia dunque sia su una granitica e laica base scientifica, che solo chi ha i paraocchi può negare, sia su una altrettanto robusta giurisprudenza e riflessione bioetica che, semplicemente, pur vedendo che il nascituro è un essere umano non ha, finora, saputo essere conseguente a tale riconoscimento, tutelandolo e riconoscendogli fino in fondo i suoi diritti; il che è un assurdo paradosso, se si pensa a quanto il tema dei “diritti civili” occupi da anni l’agenda politica.

Un paradosso che quindi è arrivato il tempo di sanare, semplicemente prendendo atto – senza con questo minacciare la libertà di nessuno, tanto meno quella della donna - che davvero il concepito è uno di noi. E che come tale merita, al pari di ogni altro (anzi se possibile perfino di più, data la sua condizione di vulnerabilità assoluta), di essere tutelato difeso e protetto.

 

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