28/01/2024 di Tommaso Scandroglio

Ma una mela è una mela, oppure no?

Una leggenda - forse inventata - dice che san Tommaso ponesse sulla cattedra una mela e dicesse prima delle sue lezioni: «Questa è una mela. Chi non è d’accordo può uscire». Anche se il Dottore Angelico non l'avesse mai fatto, bisognerebbe farlo oggi, prima di affrontare qualsiasi discorso e qualsiasi disputa sui temi bioetici che ci interessano (e non solo): perso il principio di identità pian piano si riducono a nulla le cose che sono.

Su richiesta di un gentile Lettore pubblichiamo eccezionalmente on line questo articolo di Tommaso Scandroglio che proviene dal numero di gennaio della nostra Rivista, Notizie ProVita & Famiglia. 

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Tutte le ideologie, compresa quella Lgbt e il femminismo, hanno un minimo comune denominatore: il rifiuto della realtà.

Ora, qual è il primo dato di realtà? Che qualcosa c’è, che qualcosa esiste. Il secondo dato inoppugnabile della realtà è il principio di identità: quell’ente - ossia: quella particolare cosa che esiste - è l’unico a essere se stesso. Nessun altro ente sarà mai identico a lui, altrimenti sarebbero la stessa cosa e non ci sarebbero più due enti, ma uno solo. Da ciò deriva che quell’ente è diverso da tutti gli altri enti, magari non in tutto, ma di certo in quegli aspetti che lo fanno essere unico e irripetibile. Gli altri enti sono dunque a lui irriducibili. Perciò se A = A, non si può dare nello stesso tempo che A = B. Altrimenti si violerebbe il principio di non contraddizione.

 

Un caso palmare di violazione di questo principio è quando una donna vuole essere un uomo dal punto vista sociale - femminismo - o quando un uomo vuole essere una donna o una donna vuole essere un uomo dal punto di vista fisico e psichico - transessualismo.

Queste volontà cozzano con l’identità della persona che, come visto, non può essere altro da sé. E dunque una donna sarà una donna - e dovrà pure comportarsi da donna - e un uomo sarà un uomo - e dovrà pure comportarsi da uomo. Paiono ovvietà, ma sappiamo che viviamo nell’era della post-evidenza.

Come queste due ideologie tentano di scavalcare il principio di identità? (ovviamente senza riuscirci) 

Il percorso è culturale e fa leva sul concetto di limite. Prendiamo un triangolo disegnato alla lavagna. Perché il triangolo compaia sulla lavagna occorre disegnare con il gesso la forma del triangolo. La forma quindi individua il triangolo, lo fa venire a esistenza sulla superficie della lavagna. E dunque i tre lati del triangolo tra loro uniti sono ciò che rendono quella figura piana un triangolo. Lo limitano, è vero, ma in questa limitazione sta proprio l’identità del triangolo. Lo de-finiscono rendendolo finito e dunque, a rovescio, la sua finitezza lo identifica. Togliete, invece, un lato oppure aggiungetene un altro e non avremo più un triangolo. I lati del triangolo insieme agli angoli sono quindi i confini che distinguono il triangolo da tutto ciò che sta fuori di esso, sono il limes (confine in latino) che separa ontologicamente quel triangolo da tutto ciò che non è quel triangolo.

L’ideologia, come visto, odia la realtà e quindi l’identità delle cose perché costituita da limiti. Senza limiti sparirebbe l’identità delle cose e quindi le cose stesse. L’odio verso l’identità degli enti non può che essere odio verso i limiti perché percepiti come costrizioni alla libertà individuale che vorrebbe espandersi senza limiti e vorrebbe la persona diversa da sé: un maschio se femmina, una femmina se maschio, per esempio.

Il limite, da elemento che individua la persona, diventa allora nemico della libertà di essere qualcosa di assolutamente diverso da sé. E così se sei nato triangolo vuoi diventare quadrato o cerchio

Come, allora, tentare di compiere il salto da triangolo a cerchio e da uomo a donna o da donna a uomo? Eliminando i limiti. Ecco il così tanto celebrato principio di liquidità. Pensiamo a un contenitore diviso al suo interno da una paratia: a destra avremo un vano con un liquido giallo, a sinistra un vano con liquido blu. Togliamo la paratia, il limite che divide i due vani: i liquidi si mescolano e daranno una colorazione nuova, il verde. Ecco occorre fare lo stesso con l’uomo, portarlo alla confusione dei ruoli, dei sessi, dei valori, delle culture, delle religioni per generare l’uomo nuovo. 

Occorre allora liquidare i limiti, liquefare la rigidità della forma, abbattere i muri, superare gli steccati, perché tutti elementi che tarpano le ali della libertà, che comprimono un libero arbitrio che vuole essere senza limiti, dunque infinito, dunque onnipotente (tutte caratteristiche di Dio).

È un copione vecchio: occorre superare le classi sociali omologandole tra loro come voleva il comunismo (ma le classi sociali sono di diritto naturale, quindi sono fenomeni in se stessi buoni); fondere le diverse culture (multiculturalismo) e valori (pluralismo); trascendere le differenze tra le varie religioni (cattivo ecumenismo); superare i rigidi dogmi per optare per le flessuose opinioni dettate dalle circostanze (casuistica); eliminare ogni sorta di gerarchia sociale (colpire dunque al cuore il principio di paternità e quindi di autorità: il ruolo dei genitori è uguale a quello dei figli - e così abbiamo i padri che fanno gli amici dei figli; il ruolo dei laici è uguale a quello del clero e la responsabilità dei fedeli è identica a chi governa la Chiesa, sfociando così in un omologante democraticismo decisionale). 

E dunque è altrettanto necessario sfondare il soffitto di cristallo che divide le donne dagli uomini; contrastare la differenza sessuale (il tanto vituperato binarismo). Non solo quindi è doveroso predicare il salto tra i sessi (applicazione in ambito antropologico del salto darwinista tra una specie e l’altra), ma è altresì doveroso predicare l’assenza di sessi, perché il sesso esso stesso  - maschile o femminile che sia - è un limite, è una condizione castrante il libero arbitrio.

La conclusione doverosa di queste premesse sfocia nel transumanesimo e nel post-umanesimo. Il primo, in buona sostanza, vuole che l’uomo, pur rimanendo uomo, diventi un super-uomo, tanto super da travalicare, in realtà, la propria natura umana e quindi, ancora un volta, diventare altro da sé. Il post-umanesimo si spinge ancor più in là nella lotta al limite e predica una fusione cosmica di tutti gli enti, volendo superare la distinzione tra esseri inanimati, vegetali, animali e persone.

Il femminismo e il transessualismo sono quindi punti intermedi di un percorso storico della rivoluzione antropologica che nasce da lontano e tende alla dissoluzione totale dell’esistente. Perché anche l’essere per il fatto di essere è un limite a non-essere. Il traguardo quindi è il nulla, vera condizione di piena potenza e libertà infinita. Chiamasi nichilismo. O delirio.

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