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Home Page > Aborto > Aborto per volontà ‘di lui’: un dramma diffuso
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Nella mentalità comune l’aborto è visto come un argomento di interesse prettamente femminile: il corpo è della donna, e dunque a lei spetta la decisione ultima circa il figlio che porta in grembo.

E’ cambiato poco, anzi nulla, rispetto agli slogan urlati qualche decennio fa dalle femministe: “L’utero è mio e lo gestisco io!“.

In linea con questa visione, l’aborto viene visto come un diritto da difendere ad ogni costo: il diritto del bambino a vivere non viene minimamente preso in considerazione, anche perché per taluni non è altro che ‘un grumo di cellule’. Il che comporterebbe che, a rigor di logica, questi luminari spiegassero al mondo quando inizierebbe allora la vita, quale sarebbe il momento che sancisce il discrimine tra ‘vita’ e ‘non vita’…

Inoltre, se l’aborto interessasse veramente solo le donne, qualcuno dovrebbe – anche qui – spiegare come esse avrebbero fatto a rimanere incinte. Escludendo la banale e assolutamente poco rispettosa battuta a sfondo religioso ormai trita e ritrita, il dato di fatto rimane: un figlio si fa in due. E questi ‘due’ devono appartenere uno alla categoria XX e l’altro alla categoria XY.

Ad avvalorare questa affermazione è stata recentemente pubblicata una nuova ricerca – riportata sul sito National Right to Life – i cui dati dimostrano che il 64% delle donne abortiscono perché spinte a fare questa scelta dal proprio compagno.

Le ragioni sono diverse, e anche le modalità con cui viene esercitata la pressione psicologica. Spesso l’uomo non si sente pronto ad avere un figlio per ragioni economiche o sociali, e così arriva a minacciare la donna di lasciarla nel caso in cui tenesse il bambino. È così che molte donne, secondo lo studio citato da National Right to Life, preferiscono sacrificare la vita del loro bambino piuttosto che la loro relazione sentimentale. Anche se spesso il rimorso per il gesto compiuto conduce queste coppie a separarsi. Secondo uno studio del 1985, sarebbero infatti oltre il 70% delle coppie a separarsi dopo un aborto, in preda ai rimorsi e al risentimento reciproco. Sono frequenti, anche i casi di depressione e istinti suicidi tra le donne che sono state spinte ad abortire, come pure tra coloro che lo hanno fatto volontariamente.

In alcuni casi, l’uomo può arrivare anche alle minacce e alla violenza fisica. Questo tipo di pressione però, risulterebbe meno efficace nell’indurre la donna a prendere una decisione di questo tipo.

Come fare a resistere a questo tipo di pressioni? Certamente un uomo che consiglia o spinge la propria donna di abortire il proprio figlio non è sicuramente una persona che ha a cuore la salute mentale e fisica della propria compagna. Un rapporto costruito su queste premesse non può reggere più di tanto.

La cosa migliore da fare per una donna che si trova in una condizione del genere è rivolgersi a un centro di supporto (come, ad esempio, i Centri di Aiuto alla Vita), o semplicemente trovare qualcuno che le dia coraggio e l’aiuti a non cedere e a prendere la giusta decisione… che è sempre e solo per la vita! Tante donne che hanno abortito si sono pentite amaramente della loro scelta e hanno subito conseguenze psicologiche anche molto gravi, note sotto la definizione ‘sindrome post-abortiva’ (ne parlavamo qui e qui presentavamo un libro con 50 domande e risposte sul post aborto a cura di Cinzia Baccaglini).

Al contrario, invece, nessuna donna si è mai pentita di aver tenuto il proprio bambino, anche se questo ha comportato la separazione dal partner e tante difficoltà e sacrifici. La Vita è un dono e ogni persona è unica che ha il diritto di vedere la luce!

Anastasia Filippi


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Un Commento, RSS

  • Cesare Ciancianaini

    dice su:
    06/05/2016 alle 08:37

    Storia vera: una mia amica Annamaria, ora è in Paradiso, nel 1982 aiutava il nascente Centro aiuto alla vita della sua città e faceva parte di un movimento ecclesiale; incontrò una giovane incinta che era pressata dai genitori e dal fidanzato perché abortisse, ma lei era contraria; fece di tutto per aiutarla, le trovò casa, ospite della sorella di Annamaria, mobilitò tutta la comunità: i giovani perché le stessero vicino e le famiglie per preparare il corredino per il nascituro e quanto occorreva per lo svezzamento. Il bambino nacque nella gioia di tutti, avendo come famiglia l’intera comunità e crescendo partecipava con la mamma agli incontri periodici; nel frattempo un amico sindacalista trovò la possibilità di lavoro per la mamma che dovette trasferirsi, trovò un giovane che la sposò e diede il cognome al bimbo. Questa creatura è cresciuta, ora è un bel giovane ma ciò che più conta è un sacerdote.

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