08/12/2016

Avere un padre presente fa la differenza. I figli ringraziano

Avere un padre è diverso da non averlo. Sebbene la cosa fosse già perfettamente chiara al semplice buon senso, ora a dirlo è anche la scienza.

Una recente ricerca dell’Università di Oxford ha infatti ribadito l’importanza della relazione padre-figlio per un equilibrato sviluppo emotivo del bambino.

Nell’indagine, durata un decennio, sono stati coinvolti oltre 10.000 bambini e il rispettivo padre: gli esperti hanno osservato questo rapporto interno alla famiglia ponendo l’attenzione sui marcatori del coinvolgimento emotivo.

I dati emersi parlano da sé. Scrive La Repubblica: «I padri che si sentivano sicuri nel rapporto con i figli e realizzati nel ruolo di genitore avevano ragazzi più equilibrati. In queste famiglie, i ragazzini avevano fino al 28% in meno di probabilità di soffrire di problemi comportamentali in pre-adolescenza. Secondo i ricercatori il padre ha un ruolo fondamentale nello sviluppo emotivo dell’individuo, mentre le madri anche una posizione rilevante per quanto riguarda la cura del piccolo».

Ed è ancora la scienza a dirci quali siano le principali conseguenze problematiche che possono scaturire (si parla di “tendenze probabili”, non di certezze) nei figli dall’assenza – fisica e/o emotiva – del padre: difficoltà comportamentali, insicurezza e ansia, scarsa autostima (e quindi difficoltà nell’accogliere e nel fidarsi dell’altro), cambiamento del ruolo della madre, difficoltà nelle relazioni anche in età adulta

La scoperta dell’acqua calda, verrebbe quasi da commentare... alla faccia di tutti gli oscurantisti che sostengono che un bambino, per crescere in maniera armonica, ha bisogno sia della madre, sia del padre! La madre ha infatti un ruolo maggiormente volto all’accoglienza e alla cura, mentre il padre ha il compito di staccare il figlio dalla gonna materna, di fornirgli le regole del vivere e, a tempo debito, di spingerlo nel mondo.

Ecco quindi che il padre ha un ruolo fondamentale nell’acquisizione di autostima da parte del bambino: in maniera indiretta, con il suo atteggiamento, gli trasmette fiducia e lo porta a prendere coscienza di sé e delle proprie capacità. Magari anche cadendo e sbagliando, ma sperimentandosi nel mondo.

Oggi vediamo un brulicare di ragazzi “molli”, che non credono in sé stessi e non sanno assumersi responsabilità, tanto da rimanere “parcheggiati” a casa di mamma e papà, o all’università, o a non arrivare mai a sposarsi e fare figli... Si tratta della moderna “urgenza sociale”, che di certo ha – almeno in parte – radice nella delega educativa di tanti adulti che non sanno più essere padri e madri, così come in una confusione a livello di ruoli educativi tra uomini e donne. Da un lato si hanno donne/madri onnipotenti, che non lasciano spazio al padre di interagire con il figlio secondo uno stile relazionale tipicamente maschile; dall’altro vi sono uomini che – forse sotto la pressione femminile, forse in quanto a loro volta mancanti di autostima e di coscienza della loro mascolinità  – fanno i “mammi”, anziché i padri.

I risultati vengono di conseguenza: figli che non credono in se stessi, poco autonomi e intraprendenti e che non sanno cosa sia il sacrificio, perché nessuno ha mai chiesto loro di fare fatica, di compromettersi. Anzi, se qualche professore ha la lungimiranza di chiedere qualcosa di più rispetto alla media, rischia di trovarsi un’orda di genitori arrabbiati fuori dall’aula. Sembra un ritratto tragico, ma guardiamo ai ragazzi di oggi e proviamo a riflettere se non sia questa la realtà. Una triste battuta – da considerare in quanto tale – ironizza sul fatto che basta salire su un autobus all’ora di uscita delle scuole per perdere fiducia nel futuro dell’umanità: ragazzi vuoti, che non hanno uno scopo nella vita, che non hanno ideali grandi cui guardare... e che quindi si accontentano dell’hic et nunc.

Ma in tutto questo la “colpa” , se mi si passa il termine, è soprattutto degli adulti. Scrive Alessandro D’Avena nel suo ultimo libro L’arte di essere fragili: «Gli adolescenti non provocati dalla vita, non posti di fronte a ragioni per darsi ma solo a delle proposte per consumare, non riescono a percepire la grande sfida che riempie la vita di senso, come scrive Dante nel Convivio: “A l’adolescenza dato è quello per che a perfezione e a maturitade venire possa”».

Torniamo a dare un padre ai nostri ragazzi, torniamo a spingerli verso ideali grandi... i ragazzi risponderanno.

Teresa Moro


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