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Home Page > Famiglia e Economia > Bambini “neutri”: si blocca il corpo, ma la psiche evolve
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La professoressa Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale per la bioetica, è stata l’unica (sic!) a votare contro la liberaizzazione del farmaco per bloccare la pubertà nei bambini preadolescenti cui è stata diagnosticata la disforia di genere, la triptorelina.

In merito, la Morresi aveva chiarito la sua posizione in una postilla inserita nel documento del Cnb, nella quale manifestava le sue perplessità in particolare circa «la consistenza della letteratura scientifica a sostegno (a mio parere veramente carente); la ratio stessa del metodo (il criterio della “neutralità” di genere) e infine il profilo bioetico (il consenso informato del minore)».

Oltre a questo, venerdì la docente ha pubblicato un lungo articolo su Avvenire, dal titolo significativo: Il «farmaco gender». Così avremo corpi bambini e menti adulte. Troppi rischi.

Nell’articolo la Morresi spiega che la triptorelina dovrebbe essere utilizzata per “guadagnare tempo” con quei bambini che non si riconoscono nel loro sesso biologico e che vorrebbero “cambiare genere”: si blocca loro la crescita fino ai 16 anni e si rimanda la questione a una fase di vita più matura.

La voce del buon senso Peccato solo che questo significhi che si avranno «fino a quattro anni di “sospensione” fisica, ma lo sviluppo cognitivo non si può fermare, e quindi c’è una persona fisicamente bambina ma che cognitivamente continua a crescere, anche se le emozioni e i sentimenti sono alterati». Il tutto in una fase, quella adolescenziale, in cui il bambino si trova a fare il suo primo, delicato ingresso nel mondo adulto e quando – la cosa è nota – gli ormoni giocano un ruolo preponderante. «Non siamo solo i nostri ormoni, ma siamo anche i nostri ormoni, e sappiamo bene quanto contino fra i 12 e i 16 anni. Con un corpo bambino e una “mente” più adulta, per anni, confusi di per sé e fuori dall’evoluzione fisiologica ormonale: come possono questi ragazzi non sentirsi sempre più diversi dai compagni di banco? Niente si sa degli effetti fisici a lungo termine, né se siano veramente reversibili».

Insomma, per evitare sofferenze legate alla disforia di genere  (ansia, depressione, autolesionismo, tendenze suicidarie, autismo) si creano degli adolescenti racchiusi in un corpo bambino, acerbo. Come si può pensare che, così facendo, si dia un reale aiuto a questi giovani confusi sulla loro identità sessuale? Manca – continua la Morresi – «l’esperienza del corpo che cresce, dello sviluppo tipico dell’età. Si taglia via un pezzo di vita e si “riflette” sull’immaginario»: nessun ancoraggio al reale, insomma, proprio così come vuole l’ideologia gender.

In conclusione, un accenno a un altro aspetto problematico di tutta questa questione: quello relativo al consenso informato. Un bambino, o se si vuole un ragazzino, di 12 anni, ma anche un adolescente di 16 anni, può forse avere chiare le conseguenze di una scelta importante come quella si appresta a fare? In un’età ancora segnata dall’edonismo infantile e determinata da uno sviluppo ancora incompleto a livello cerebrale, si possono prendere decisioni di questa portata?

Per alcuni la risposta è affermativa. Allora ci domandiamo: questi luminari del progresso, come risolvono il paradosso per cui i ragazzini alle scuole medie non possono uscire di scuola da soli, ma sono in grado di decidere di essere maschi, femmine, o forse altro ancora, e sancire il loro futuro personale e genitoriale? «Come si può pensare – chiosa la Morresi – che suggerire precocemente il cambio di genere, con una pesantissima manipolazione nella fase cruciale dello sviluppo, sia “il migliore interesse” (ancora il famoso “best interest” che ha giustificato la morte di Charlie, Alfie…, ndR) di questi ragazzini?».

Redazione

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