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Home Page > Famiglia e Economia > Bambini prematuri: sono il 7%, ma la sopravvivenza è alta
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Ieri, 17 novembre, si è celebrata la Giornata internazionale del neonato pretermine. Una categoria che ricompende più bambini di quanti si crede: sono ben 7 ogni 100, infatti, i bambini che nascono prima della 37esima settimana e con un peso inferiore a 2,5 kg (soglia della prematurità).

Tra i bambini nati prematuramente, inoltre, si distingue tra circa un 6% di nascite dopo la 32esima settimana e circa un bambino su cento che nasce ancora prima.

Rispetto a questo particolare aspetto, negli ultimi anni sono stati fatti enormi progressi scientifici: nel complesso i bambini prematuri sopravvivono nell’80-95% dei casi e non riportano conseguenze invalidanti, mentre solo negli anni Sessanta tre bambini su quattro – tra i nati prima della 32esima settimana – non riuscivano a sopravvivere.

Anche noi abbiamo presentato in diverse occasioni storie di bambini minuscoli che sono riusciti a sopravvivere (per esempio questi due gemellini qui), anche alla 22-23esima settimana.

Oltre a questo non è possibile non pensare alla chirurgia prenatale e perinatale, che a sua volta sta facendo enormi progressi e spesso consente ai bambini operati prima della nascita di vivere qualche settimana in più nel caldo del grembo materno.

Quel luogo confortevole che, purtroppo, per molti bambini è un luogo pericoloso: si pensi a tutti i bambini, persone uniche fin dal momento del concepimento, che vengono abortiti. Bambini che a 18 giorni hanno già un cuore che batte e un cervello in formazione, che a quattro settimane hanno già gli occhietti e la bocca, che a sei settimane ha le orecchie, che a nove settimane si succhia il dito e ha le impronte digitali… dati scientifici che si scontrano con il fatto che in Italia è possibile abortire fino alla 12esima settimana, ma in realtà anche molto dopo.

Tornando ai bambini prematuri, si evidenziava in apertura che il tasso si aggira attorno al 7%. Quali sono le cause di questo fenomeno? Tra i principali motivi vi sono gli stili di vita delle mamme, le patologie durante la gravidanza (come ipertensione o infezioni) e l’aumento dell’età media delle gestanti. E se per le patologie non vi è molto da fare, gli stili di vita e l’aumento dell’età delle future mamme dovrebbero indurre qualche riflessione. Viviamo in una società che da un lato medicalizza la gravidanza oltre ogni limite, facendola quasi apparire come una malattia, ma che dall’altra non si cura di spiegare che la maternità non è una cosa con cui giocare: i figli vanno fatti da giovani (l’Istat ci dice che l’età media delle primipare è di quasi 32 anni) e la maternità non è un impegno da incasellare nei stressanti ritmi della quotidianità odierna.

Ogni cosa ha il suo tempo, e per un figlio è giusto prenderselo perché sono attimi che non tornano.

Teresa Moro


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