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Home Page > Aborto > Demografia – In Italia nascite sempre più giù
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La demografia è una scienza che non mente: l’Italia non cresce e invecchia sempre più.

Nel 2016 sono state registrate poco meno di 474 mila nascite, numero inferiore al precedente record negativo del 2015 (486 mila) di 12 mila unità (comunicato stampa ISTAT di lunedì 6 marzo 2017).

Quando si parla di demografia si parla di numeri: le Italiane fanno pochi figli, in media 1,27 per donna (dato ben distante dai 2 per donna che assicurerebbero il ricambio generazionale) e sempre più tardi, a 31 anni in media il primo figlio. La fecondità generale è un po’ più alta: 1,34 per donna, comprendendo anche le mamme straniere che sono più prolifiche (dato che va comunque rivisto e che porta a dire che non saranno gli stranieri a salvare la nostra demografia stagnante, ndR).

La diminuzione delle nascite è perdurante, essendo iniziata a metà degli anni ’70, ma è significativo che rispetto al 2008 si registri un calo di ben 102 mila unità, all’incirca il 18% in meno.

La forte flessione è, quindi, nel breve periodo, da mettere in relazione con la congiuntura economica negativa, che dura dal 2007.
Il grafico di seguito lo evidenzia l’andamento della demografia italiana.

demografia_Italia_2016

Cresce la disoccupazione, che a dicembre del 2016 ha raggiunto il 12%, e, in particolare, quella dei giovani tra i 15 e i 24 anni, che nello stesso periodo era oltre il 40 %. La grave crisi economica aumenta, quindi, il numero di giovani che rinviano la formazione di una famiglia.

Lunghi anni della vita riproduttiva sono passati tra l’Università e la ricerca di una stabilità lavorativa pensata, a torto o a ragione, come basilare per mettere su famiglia. In Italia il 20 % delle donne non hanno figli, in alcune zone del nord Italia fra le laureate si arriva al 50%, una su due.

Il calo delle nascite è, quindi, funzione del calo delle unioni civili e dei matrimoni.

Ma un altro dato, che deve far riflettere, è legato alla ripresa dell’emigrazione dal Bel Paese: «Il numero di connazionali che decidono di trasferirsi in un Paese estero cresce del 12,6% rispetto al 2015 ed è quasi triplicato in sei anni (40mila cancellati italiani nel 2010)» (comunicato stampa ISTAT – 6 marzo 2017). I cittadini italiani cancellati all’anagrafe nel 2016 sono stati, in tutto, 115mila. E sono soprattutto giovani.

demografia_emigrazione_2016

Ma non c’è solo il problema della mancanza o della precarietà del lavoro a deprimere le nascite.

Una volta trovato il lavoro, infatti, questo difficilmente si concilia, per i suoi ritmi e le sue esigenze, con la funzione genitoriale. Il carico sulle famiglie è pesante. Il sovraccarico dei compiti domestici e di cura sulle donne è addirittura intollerabile. A loro spetta il difficile compito di conciliare maternità, cure familiari, lavoro domestico ed extradomestico. Un dato che risale al 2012 della CGIL Marche rilevava che il 22% delle mamme non aveva un parente cui affidare il bambino, il 18% non aveva ottenuto l’iscrizione al nido, l’8% si lamentava degli elevati costi dei servizi nido e baby sitter. In definitiva, quasi una madre su quattro a distanza di due anni dalla nascita del figlio non aveva più un lavoro.

Pertanto, ci sono donne che rinunciano al lavoro per la maternità e donne che rinunciano alla maternità per il lavoro. Si aggiungono poi le difficoltà abitative, la carenza di servizi, il costo economico e sociale dei figli.

Né possiamo sottacere le pressioni che spesso le donne ricevono ad abortire: in casa, da parte dei genitori o dei compagni, sul luogo di lavoro, sotto ricatto, più o meno larvato, di licenziamento. Andrea Mazzi del Servizio Maternità difficile e vita della Comunità Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, dichiarava in un intervista su Famiglia cristiana che solo nel triennio 2010-2012 la Comunità aveva seguito circa 681 donne e raccolto circa 76 testimonianze di donne che avevano manifestato forti pressioni per essere indotte ad abortire (circa il 30 per cento fra quelle incontrate nel primo trimestre di gravidanza) di cui 14 costrette a farlo (Antonio Sanfrancesco, In famiglia o al lavoro, quante donne costrette ad abortire – 1-2-2014)

C’è, in definitiva, un clima sociale assolutamente sfavorevole alla maternità e alla paternità, esasperato, per giunta, da una congiuntura economica negativa che non alimenta né la speranza nel futuro né, tanto meno, la voglia di fare figli. La demografia paga tutto questo.

Clemente Sparaco


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2 Commenti, RSS

  • Mariarosa DE BIAGIO

    dice su:
    23/03/2017 alle 22:54

    Io mi chiedo, perche’ noi cattolici e quanti sono rispettosi della vita nascente non raccogliamo le firme per indire un referendum per l’abrogazione della legge 194? Io sono certissima che vinceremmo e questa aberrante legge non esisterebbe piu’.

    • Redazione

      dice su:
      24/03/2017 alle 06:25

      Il problema non è raccogliere le firme (l’Associazione NO 194 lo fa da tempo). Il problema sarebbe passare il vaglio della Corte Costituzionale, che mai giudicherebbe il referendum ammissibile, in questo clima socio politico (un terzo dei giudici sono nominati dal presidente della Repubblica, un terzo dal Parlamento, quindi 10 su 15 sono espressione dei partiti di maggioranza. I 5 rimanenti sono espressione della magistratura che non fa altro che tentare di sdoganare l’utero in affitto e le adozioni gay: le pare che ideologicamente ammetterebbero un referendum abrogativo della 194?). Poi, anche se il referendum fosse ammesso, i media di regime e le potenti lobby abortiste (dietro hanno i soldi di Soros, mica bruscolini!) farebbero la stessa propaganda che nell’81 ha portato alla vittoria del No.
      Prima di pensare al referendum, bisogna fare un’azione culturale. Nel 2012 ProVita è nata proprio per questo motivo.Bisogna diffondere la cultura della vita in modo che la gente sia abbastanza forte da resistere a tutto questo… Saremo pronti quando dalle elezioni politiche usciranno candidati eletti (di qualsiasi partito) dichiaratamente prolife! E questo sarà possibile quando gli elettori prolife smetteranno di dare il voto agli altri.

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