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Home Page > Famiglia e Economia > Femminicidio: una (convincente) diagnosi del fenomeno
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C’è un grande parlare oggi di femminicidio.

Inizialmente una domanda sorge spontanea: cosa mai può spingere un uomo a trasformarsi in molestatore, stupratore, assassino? Non c’è dubbio,  ci dicono i venerati maestri della stampa e della politica: è colpa di una mentalità retrograda, patriarcale, terrorizzata dalla novità dell’autonomia femminile. Una volta stabilita la diagnosi, anche la terapia anti-femminicidio appare scontata: servono nuove leggi e pene più aspre contro il maschilismo.

Ma le cose stanno davvero così? Mancano leggi e punizioni? No, replica l’avvocato Barbara Spinelli, colei che ha importato in Italia il termine “femminicidio”. Le norme non mancano né serve inasprirle: in vent’anni la normativa si è ampliata e ora può contare su leggi che puniscono la violenza sessuale (1996), lo stalking (2009) e il femminicidio (2013).

Dunque è un problema di educazione? Sarà così, ma il richiamo a un più sostanzioso impegno educativo, come spesso accade, ci pare più una specie di ultima spiaggia quando non sappiamo che pesci pigliare…

Forse il problema allora è un altro: una diagnosi sbagliata sulla natura di questo fenomeno. 

Chi lo dice infatti che il femminicidio sia solo l’ultimo colpo di coda del patriarcato? Chi lo dice che non abbia nulla a che fare con la modernità? Se le cose stanno così, come si spiega il fatto che il maschio femminicida è ben diverso dal «padre terribile» della cultura patriarcale? Sì, perché a ben vedere questo maschio assassino – ce lo mostra un acuto osservatore delle cose della psiche come Alessandro Meluzzi – è un «maschio fragile», nato e cresciuto in una società a «monogamia seriale», fatta di legami flessibili che si formano e si spezzano in successione.

Il maschio fragile è un essere che, non avendo sperimentato nell’infanzia legami di attaccamento a base sicura, fondamentali per una psiche sana, è terrorizzato dalla paura dell’abbandono. Un mondo di affettività liquide, di diffuso precariato di coppia, genera personalità fragili destinate a vivere ogni separazione all’ìnsegna di un perenne psicodramma perché, scrive Meluzzi, fa scattare in quel bimbo fragile – anche se ormai diventato un maschio adulto di trenta, quaranta, cinquant’anni – «l’identificazione tra la donna che lo abbandona e una madre abbandonica, disturbata e disconfermante che egli ha cercato per tutta la vita di sostituire».

Ogni donna per il maschio fragile è una «madre riparatoria», con la quale instaurare un rapporto di fusione sempre a rischio di degenerare in una relazione distruttiva, possessiva, intessuta di una gelosia morbosa, cupa e nevrotica. Il maschio fragile è incapace di tollerare la perdita della donna amata. Quando ciò accade ritorna allora un fanciullo feroce, degenerato, che reagisce all’abbandono non con l’elaborazione del lutto ma con quella rabbia provocata da un dolore inconsolabile.

Come accade agli adolescenti borderline, preda di deliri di onnipotenza, il maschio fragile si scaglia allora contro il perduto oggetto del desiderio, che non può possedere né controllare. La fusione spezzata riporta al mai superato dolore infantile, facendolo precipitare in una spirale di violenza devastatrice.

La psicologia del maschio violento è quella di un immaturo incapace di contollarsi. Da qui la tendenza a reagire emotivamente, in maniera inconsulta e psicotica.

In sostanza la sindrome del maschio fragile, violento e assassino è una storia tipicamente occidentale. Una sindrome che combacia con la crisi profonda  della famiglia: «Un mondo in cui si considera fisiologico che un matrimonio su due vada incontro a separazione o divorzio – osserva Meluzzi – è un mondo dove il concetto di legame e di attaccamento sono diventati labilissimi nel senso comune. E anche i legami si formano alla luce di questa considerazione: ci si sposa, tanto se le cose dovessero andare male si può divorziare. Questo ragionamento, anche solo trent’anni fa, sarebbe stato inconcepibile. Tutti i rapporti vengono iniziati per essere considerati fallimentari per loro stessa intrinseca natura».

Si tratta, fa notare lo psichiatra di origini napoletane, di una dimensione squisitamente occidentale: un principio cardine dell’individualismo liberale secondo cui la libertà individuale prevale sempre sul legame comunitario.

La lezione non potrebbe essere più chiara: il femminicidio è il prodotto di una crisi strutturale, la crisi della famiglia occidentale. Se davvero vogliamo  combattere il femminicidio dobbiamo smettere di combattere la famiglia.

Andreas Hofer


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9 Commenti, RSS

  • mariagrazia mariagrazia

    dice su:
    26/10/2016 alle 13:07

    io ero piccola(una 30ina di anni fa) e già si diceva che i ragazzi/uomini violenti sono persone fragili e deboli che sottomettono gli altri per non mostrare la loro fragilità…e in un periodo sociale in cui la famiglia era ancora “padrona” dei propri figli chi si mostrava violento o provocatorio era prevalentemente chi non aveva una famiglia con dei valori alle spalle, oppure l’assenza di un genitore e via dicendo.. i miei compagni di classe, anche alle elementari, che avevano problemi familiari erano quasi tutti in qualche modo “alterati” rispetto a chi aveva una famiglia stabile. oggi, visto che la famiglia intesa come nucleo sociale primario è diventata un optional, anzi le famiglie normali sono quelle complicate, si deve dare la colpa della violenza a qualcos’altro…

  • Andreas Hofer

    dice su:
    27/10/2016 alle 07:22

    Cara Maria Grazia, la legge sul divorzio è del 1970, per cui quando lei era bambina era in vigore da circa tre lustri, facendo già danni. In generale il punto di svolta è il passaggio dalla “famiglia” alla “coppia”. La famiglia è una comunità solidale, la coppia è una specie di egoismo a due. Quello che ha portato alla de-costruzione della figura maschile (la società senza padri) e al “maschio fragile” è un processo lungo. Il maschio fragile è l’uomo che è semplicemente “maschio”, non “padre”. E perciò manca delle caratteristiche della figura paterna: l’autocontrollo, la fortezza, la disciplina, la generosità, la disposizione al sacrificio. L’uomo soltanto “maschio” è un essere preda dell’istintualità. Alcuni psicanalisti per spiegarlo prendono in prestito il centauro, la figura mitica metà uomo metà bestia, che simboleggia la suggestione violenta sempre presente nell’uomo. Per i cosiddetti “bulli”, orfani dell’autorità paterna, vale lo stesso. La violenza è sempre indice di debolezza.

  • Elisabetta Bolzan

    dice su:
    28/10/2016 alle 11:30

    Ricordo il giorno dell’ultimo Family Day a Roma, a fine gennaio, in cui a parlare in questi termini fu Kiko Arguello. Per tutta risposta, l’iniziatore del cammino neocatecumenale subì la condanna dei mass media, che non capirono o non vollero capire il discorso. Che era e rimane vero: una profetica analisi del fragile e ferito cuore dell’uomo. Leggo quindi questo articolo con viva gratitudine per il necessario sdoganamento di quanto scritto.
    E grazie del buon servizio di informazione che fate

  • Stefano Cattaneo

    dice su:
    16/11/2016 alle 16:36

    Va bene, dimezzando le separazioni, dimezzeremmo i femminicidi. Ma non è sufficiente, bisogna far perdere del tutto il vizietto, Le condanne per stalking sono ridicole, e anche in caso di omicidio, sono famosi i casi di rilasciati il giorno successivo perché non potevano… reiterare il reato:(
    Se a voi sembrano pene con effetto deterrente…

    • Redazione

      dice su:
      16/11/2016 alle 17:29

      Che le leggi e le condanne in Italia funzionino poco – niente, purtroppo – non è cosa che riguarda solo i “femminicidi”: ladri, scippatori, assassini ubriachi al volante, spacciatori… stanno tutti fuori in un batter d’occhio.

  • Giuseppe Petrozzi

    dice su:
    16/11/2016 alle 17:36

    …non accade quando l’uxoricidio è agito, o più spesso commissionato da parte della donna. (fine ;))

  • Giuseppe Petrozzi

    dice su:
    17/11/2016 alle 16:10

    Sì, c’è un gran parlare oggi di “femminicidio”, soprattutto quando si approssima il 25 novembre, giornata voluta dalle femministe per sensibilizzare l’opinione pubblica e richiedere finanziamenti per i centri antiviolenza-donna, nei quali lavorano molte loro addette. Per far questo non esitano a gonfiare i numeri e alterare le statistiche, al fine di far apparire la morte violenta delle donne come un’emergenza da risolvere con urgenza (sono arrivate anche a dire, con rima da corteo, che ne uccide più l’amore che il tumore). In realtà basta guardare i dati ISTAT per ridimensionare drasticamente il fenomeno. Ai dati ISTAT delle donne morte per violenza occorre poi fare la tara, sottrarre i casi di uccisione di moglie o fidanzata dalle uccisioni per rapina, malavita organizzata, pietà verso un malato terminale, ecc., poi occorre considerare e comparare anche i casi in cui è la donna ad uccidere il suo uomo, per gelosia o per liberarsene o in una contesa per il divorzio. .continua

  • Giuseppe Petrozzi

    dice su:
    19/11/2016 alle 14:00

    ..Fatta la tara, si vedrà che non solo il fenomeno non è in aumento, ma non è neanche rilevante socialmente.
    D’altra parte bisogna però considerare che la legge che ha introdotto il divorzio nel 1970 rispecchia un pensiero femminista e che il divorzio, così come è oggi praticato nei tribunali, è un evento vantaggioso per la donna, infatti è quasi sempre la donna a volere la separazione coniugale (il divorzio no, perché con il divorzio lei perde la reversibilità e l’eredità) e svantaggioso per l’uomo, il quale, poiché rischia di essere sbattuto fuori di casa, perdendo quasi sempre il contatto con i figli, rimettendoci la casa anche se di sua esclusiva proprietà, dovendo versare un assegno di mantenimento che il più delle volte lo porta sul lastrico, se non ha un solido equilibrio psichico e sufficienti altre risorse per vivere, può anche perdere del tutto la testa. Spesso l’uxoricidio agito da parte dell’uomo termina anche in un suicidio, mentre il suicidio non …(vedi sopra)

    • Redazione

      dice su:
      19/11/2016 alle 14:10

      La legge sul divorzio è sicuramente una legge infame, anche per le considerazioni che fa lei. Ma è anche vero che il divorzio penalizza e molto le donne, quando sono loro ad essere lasciate, molte volte con i figli a carico, senza adeguato sostentamento da parte dell’ex marito “furbo” che ha saputo organizzarsi per bene…
      Insomma: le leggi infami fanno sempre male. Questa sul divorzio fa male, prima di tutto ai figli, e subito infierisce su quello dei due coniugi che è vittima (magari anche con qualche responsabilità) della situazione.

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