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Home Page > Famiglia e Economia > Fertility Day: la Lorenzin fa marcia indietro (meritiamo di estinguerci?)
Fertility Day

Avevamo già detto del Fertility Day.

Viste le politiche di questo  Governo decisamente contro la vita e contro la famiglia, a qualcuno sembrava incredibile che un Ministro di questo Esecutivo avviasse una campagna di propaganda  che invitava a far figli prima che sia troppo tardi: un tema serio, davvero utile al benessere delle persone e della società.

E infatti  Renzi ha ampiamente sconfessato l’operato della Lorenzin, la quale farà marcia indietro.

Del resto, il business delle grandi multinazionali del farmaco e delle cliniche per la fertilità certamente non gradiscono che i figli si facciano come natura vuole…

Il Fertility Day, invece, avrebbe ogni ragion d’essere. Non solo per la realizzazione del desiderio di genitorialità delle donne e delle coppie “prima che sia troppo tardi”. Anche a livello economico sociale sappiamo bene, infatti,  che «Se l’Italia facesse più figli, le sue prospettive economiche sarebbero migliori. Invece un Paese con una popolazione in declino alla fine non potrà ripagare i suoi debiti»: lo dice un economista come Tyler Cowen, editorialista del New York Times (Corriere della Sera, 8/5/2012, p. 31). Ce lo ha ricordato  l’ottimo Giuliano Guzzo, sul suo blog, cui si può  riferire chi vuole «smontare  la bufala colossale degli stranieri o dei migranti (in larga parte maschi) come salvezza per la natalità italiana».

Ci ricorda anche che «da un lato è fuori discussione come la situazione attuale, anche fiscalmente parlando, tutto sia fuorché un incentivo a fare figli, dall’altro esistono numerosi indizi che lasciano supporre che il problema, in questo caso, non sia materiale ma antropologico; basti dire che la tendenza del figlio unico, in Italia, ha conosciuto un boom negli anni ’80, stagione economicamente parlando d’oro rispetto all’odierna».

Prosegue Guzzo: «La curva demografica italiana è in caduta da decenni. D-e-c-e-n-n-i. Significa non basterà il Fertility Day – che peraltro ricorda campagne sulle quali i Paesi nordeuropei, quei retrogradi medievali brutti e cattivi, Danimarca in testa, investono da anni – né il bonus bebé; tuttavia iniziative simili costituiscono almeno un pallido punto di partenza. Non vi piacciono? D’accordo: allora fuori le alternative però. Perché la storia insegna che raddrizzare la curva demografica è difficilissimo (l’imperatore Augusto, per dire, non ci riuscì neppure varando leggi ad hoc) ed insegna pure che senza nuovi nati una comunità, una società, un Paese sono spacciati.

Inoltre, se avete letto quanto diffuso dall’Istat a giugno di quest’anno saprete che gli italiani non solo non crescono, ma cominciano a sparire: “Nel corso del 2015 il numero dei residenti ha registrato una diminuzione consistente per la prima volta negli ultimi novanta anni: il saldo complessivo è negativo per 130.061 unità. Il calo – veniva poi precisato – riguarda esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana – 141.777 residenti in meno – mentre la popolazione straniera aumenta di 11.716 unità”. Capito? Iniziamo ad estinguerci…».

Conclude Guzzo – e come non dargli ragione? – che, se questa storia del Fertility Day ha preso la piega che ha preso, ce lo meritiamo proprio di sparire…

Infatti, si chiede Eugenia Roccella sull’Occidentale: «Ma perché l’immagine di una clessidra fa tanta paura? Perché tutti questi commenti nervosi, acidi, perfino cattivi, nei confronti di una banalissima verità, e cioè che è estremamente difficile – per non dire impossibile – essere madri oltre una certa età?».  Tutte le reazioni più o meno isteriche contro il Fertility Day hanno un denominatore comune: «Un fastidio profondo nei confronti del concetto centrale della campagna, i limiti naturali della genitorialità.

Il limite biologico appare inaccettabile, non si può ricordare che esiste, è politicamente scorretto. Se si fosse trattato di una campagna a favore della fecondazione artificiale, della maternità surrogata, delle adozioni gay (e Saviano oggi suggerisce alla Lorenzin di fare proprio questo), cioè di tutti quei metodi che mirano a superare le modalità naturali del concepimento, non ci sarebbe stato lo stesso scandalo. Sarebbe nato un dibattito, si sarebbero sentite voci contrapposte, ma non lo stesso muro di rifiuto, la stessa levata di scudi provocata dalla semplice allusione all’orologio biologico, cioè alla natura, al corpo, ai suoi ritmi e cambiamenti inevitabili. Nel tempo in cui la natura è osannata, in cui i rimedi, i cosmetici, le terapie devono essere naturali, la fecondità e i suoi tempi naturali sono invece un tabù».

Prosegue la Roccella: «Il paese che fa meno figli di tutta l’Europa, il vero fanalino di coda della natalità, è la ricca Germania, che pure ha messo in atto da tempo efficaci politiche di aiuti alle famiglie e che ha un tasso di disoccupazione tra i più bassi della Ue.

Le politiche di sostegno alle coppie con figli sono necessarie e soprattutto doverose, ma non bastano per far salire la curva demografica. C’è una questione culturale evidente e scottante, che nessuno ha davvero voglia di affrontare, perché bisognerebbe mettere in discussione modelli consolidati, stili di vita, idee diffuse che sono diventate intoccabili. E gli attacchi un po’ isterici di questi giorni all’inoffensiva immagine di una donna con la clessidra in mano lo dimostrano: non voglio sapere che la fertilità ha i suoi tempi, non voglio sapere che gli anni cambieranno il mio corpo, che gli esseri umani sono limitati e la natura ha le sue leggi».

Redazione

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Un Commento, RSS

  • mariagrazia mariagrazia

    dice su:
    05/09/2016 alle 13:38

    Non mi ricordo dove ma ho letto il commento di una che diceva, offesa, che si sentiva come se avesse una data di scadenza. ora io non mi impelago in discussioni via chat, mail o altro, però mi sarebbe piaciuto dirle: “guarda che è vero”…

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