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Home Page > Famiglia e Economia > Giovani italiani e il miraggio dell’indipendenza
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I giovani italiani, appartenenti alla cosiddetta “generazione Y” e anche detti “Millennials”, non passano un gran periodo.

Si trovano a vivere in un contesto socio-economico depresso, quasi agli antipodi rispetto all’entusiasmo dettato dal boom economico in cui sono cresciuti i loro genitori quando erano giovani: faticano a trovare lavoro; una volta trovato, trovano difficoltà a mantenerlo per un periodo continuativo e utile per garantire una certa base di sicurezze; si trovano a fare i conti con stipendi bassi, in relazione al carico fiscale (anche dovuto alla percentuale di italiani in pensione) sempre maggiore; il costo della vita è sempre più alto, e non solo per via dei bisogni indotti dal comunismo… e via di questo passo.

Ma quel che forse è peggio, è che pare che da questa situazione non si uscirà tanto velocemente. Un’inversione di rotta – sulla scorta di un rinato investimento nella natalità, unica e vera arma contro la crisi… ogni crisi – richiederà anni, forse decenni.

A confermare questa tesi arrivano i nuovi dati della Fondazione Bruno Visentini, che ha stilato un rapporto sull’attività conclusa nel febbraio del 2017: Divario generazionale tra conflitti e solidarietà. Generazioni al confronto.

La sintesi del lavoro è presto detta: i giovani di oggi hanno già fatto un passo indietro rispetto a quelli del 2004 e la generazione del 2030 ne farà almeno altri due in aggiunta. Infatti, il divario generazionale presenta una forbice «le cui ‘lame’ tra 2004 e stima 2030 triplicano la loro distanza. Se, cioè, un giovane di vent’anni nel 2004, per raggiungere l’indipendenza, doveva scavalcare un ‘muro’ di 1 metro, nel 2030 quel muro sarà alto 3 metri e dunque invalicabile. E, lo stesso giovane, se nel 2004 aveva impiegato 10 anni per costruirsi una vita autonoma, nel 2020 ne impiegherà 18, e nel 2030 addirittura 28: diventerebbe, in sostanza, “grande” a cinquant’anni».

Proviamo a calare questi dati nella realtà. Oggi in Italia i giovani escono di casa in media a 29,9 anni; stando ai dati della Fondazione, nel 2030 i giovani usciranno di casa a circa 40… ma a quel punto, viene da pensare, cosa escono di casa a fare? Meglio che rimangano ad accudire i genitori ormai anziani, no?

È chiaro che in tutto questo manca un punto fondamentale, ossia quello della generazione dei cittadini del domani. Già oggi si ha un aumento delle difficoltà a concepire (in Italia pare che 1 coppia su 5 non riesca ad avere figli), fatto di certo legato agli stili di vita ma soprattutto all’età in cui si comincia a pensare alla prima gravidanza: in futuro, se si uscirà di casa a età matura inoltrata, chi li farà i figli?

Di fronte a tutto questo, la Fondazione Bruno Visentini propone una sorta di “patto tra generazioni”, con le persone più anziane che vanno ad aiutare quelle più giovani. Cosa che, tra l’altro, molte famiglie italiane già fanno: quanti sono, infatti, i genitori che aiutano i figli a mettere su famiglia e a crescere i loro figli, anche sotto il profilo economico? Ma il Rapporto mira a dare vita a un provvedimento pubblico: «[…] viene ipotizzato il coinvolgimento – per tre anni, in un vero e proprio “patto tra generazioni” – di circa due milioni di cittadini pensionati “sottoscrittori”, posizionati nella parte apicale delle fasce pensionistiche, con un intervento rigorosamente progressivo rispetto sia alla capacità contributiva, sia ai contributi versati; e chiamati a ‘contribuire’ allo sviluppo di un altrettanto elevato numero di ‘NEET’ (i giovani non impegnati nello studio, né nel lavoro, né nella formazione). Ciò attraverso incentivi fiscali e la creazione di un adeguato Fondo di solidarietà per le politiche giovanili in grado di rifinanziare molte delle misure messe in campo dal Governo e mappate nel Rapporto, nonché misure straordinarie di contributi e la creazione di strumenti finanziari in grado di moltiplicare l’effetto e sostenere la strategia delineata, mirante a sostenere quantomeno il costo che il nostro Paese sostiene per i NEET».

L’ipotesi appare interessante. Accanto a questa sono tuttavia necessarie due precisazioni. Da un lato, il richiamo ai giovani affinché imparino a rimboccarsi le maniche e a stringere, per quanto possibile, anche un pochino i denti, senza fare troppo i preziosi: il lavoro da barista o da commessa non sarà dei migliori, ma intanto è un lavoro; così come non serve aspettare di avere una casa nuova e spaziosa e un lavoro sicuro per entrambi i membri della coppia, prima di decidere di sposarsi… talvolta rischiare può non rivelarsi poi così terribile. E la Provvidenza aiuta gli audaci. 

Dall’altro, è quantomai necessario un ritorno alla tradizione: come sostiene l’economista Ettore Gotti Tedeschi, la crisi attuale è anzitutto una crisi morale. Si torni a puntare sulla famiglia, sulla vita, sulla nostra cultura squisitamente cristiana… le cose cambieranno automaticamente. Ce lo dimostra la storia, in maniera chiara.

Teresa Moro


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