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Home Page > Famiglia e Economia > Harry e Meghan: «Fare pochi figli per tutelare l’ambiente». Ma il dramma europeo sono proprio le culle vuote
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La famiglia reale britannica non perde il suo “vizietto” della pianificazione familiare. A tenere alta la bandiera malthusiana in casa Windsor, ci pensa il principe Harry, diventato papà lo scorso maggio del piccolo Archie, nato dal suo matrimonio con Meghan Markle. Archie avrà al massimo un fratellino, come ha recentemente dichiarato il duca di Sussex, figlio di Carlo e Diana, e nipote della regina Elisabetta II. Il motivo? Generare troppi figli arrecherebbe danno all’ambiente…

«Penso che anche grazie alle persone che ho incontrato e ai posti che ho avuto la fortuna di visitare, ho sempre amato la natura ed ho sempre voluto preservarla, anche prima di avere un figlio o di sperare di averne, in ogni caso al massimo due!», ha dichiarato Harry, in un’intervista rilasciata per l’edizione speciale di Vogue Uk, curata proprio dalla moglie Meghan. L’intervista non è stata realizzata da un giornalista qualunque ma dall’etologa Jane Goodall, autentica icona dell’ambientalismo britannico.

La voce del buon senso La scelta di Harry è in controtendenza rispetto a quella del fratello maggiore William, che, in otto anni di matrimonio, ha già avuto tre figli dalla moglie Kate Middleton. Per non parlare della Regina Elisabetta, che di figli ne ha avuti ben quattro. Secondo alcune fonti giornalistiche, le dichiarazioni del duca di Sussex sarebbero state assai poco gradite dal resto della famiglia reale.

Nonostante la varietà d’opinioni in famiglia sul tema demografico, Harry sembra più che convinto delle sue idee. «Noi abbiamo preso in prestito il Pianeta, da esseri intelligenti ed evoluti quali si suppone che siamo, dovremmo essere in grado di lasciare qualcosa di meglio alle generazioni future», ha aggiunto il principe, paragonando il pianeta a «uno stagno nel quale noi siamo le rane e l’acqua è già in ebollizione».

C’è chi non manca di sottolineare l’incoerenza dei duchi di Sussex. Come fa notare il Daily Mail, Harry e Meghan predicano bene, ostentando il loro impegno per l’ambiente, ma razzolano male, non rinunciando ai lussi tipici delle famiglie reali. Durante il suo viaggio di ritorno da New York, ad esempio, Meghan utilizzò un aereo privato che produsse una quantità di CO2 pari a quella generata da un cittadino comune in un anno.

Il pallino dell’ecologia estrema non è comunque una novità in casa Windsor. Suscitarono scalpore e un pizzico di ilarità le parole del principe Filippo di Edimburgo, marito della regina Elisabetta e nonno di Harry, che, una decina di anni fa, dichiarò: «Se rinascessi vorrei essere un virus letale per eliminare la sovrappopolazione, la crescita dell’uomo è la più grave minaccia per il Pianeta…». Noto per le sue affermazioni sopra le righe e “poco regali”, il principe Filippo è un sostenitore convinto di tutte le cause ecologiste e del controllo delle nascite, al punto di essere stato tra i cofondatori del WWF, di cui è presidente emerito.

Il pensiero di Filippo e di Harry è perfettamente coerente con la filosofia darwiniana e malthusiana, di stampo tipicamente britannico: spiccata sensibilità per l’ambiente, a scapito del diritto alla vita. È anche per questo che, nel Regno Unito, la mentalità eugenetica, abortista ed eutanasica è attecchita con largo anticipo rispetto ad altri paesi. Una mentalità che ha contaminato rapidamente le élite – dalla famiglia reale agli accademici, passando persino per la chiesa anglicana – prendendo piede anche tra le masse.

La realtà europea, tuttavia, racconta una storia completamente diversa. Se da un lato non è mai stato dimostrato il nesso di casualità tra incremento demografico e danni ambientali, sono invece sotto gli occhi di tutti le conseguenze negative del crollo della natalità sul benessere economico complessivo. Da questo punto di vista, il caso italiano è drammaticamente emblematico: 140mila nati in meno nell’arco di dieci anni e una stagnazione economica pluridecennale.

Un richiamo incisivo è arrivato nei giorni scorsi da parte del presidente dell’Istat, Carlo Blangiardo, che ha fortemente criticato l’idea di favorire l’immigrazione per ottenere una compensazione demografica, come invece sosteneva il suo predecessore Tito Boeri. Intervistato martedì scorso da La Verità, Blangiardo ha indicato gli esempi virtuosi della Francia, «con il quoziente familiare e altri interventi di natura fiscale», grazie alla quale «adesso ha 300.000 nati in più di quanti ne abbiamo in Italia». Altri paesi menzionati dal presidente dell’ISTAT, che «hanno leggermente invertito la tendenza», sono l’Ungheria, la Austria, la Danimarca e la Germania.

Luca Marcolivio

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