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Home Page > Famiglia e Economia > La donna casalinga non deve, e non può, esistere più
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Oggi donna e uomo sono sempre più simili. Il che dal punto di vista della dignità di ogni singola persona è un grande successo, ma apre a qualche problema quando questo si trasforma in un subdolo tentativo di annullare le differenze tra i sessi.

Una donna, nel 2017, in cosa si differenzia da un uomo? Studia, lavora, fa sport, è sessualmente disinvolta (anche troppo, a detta di tanti uomini che si sentono “attaccati” dalle donne), ha modo di muoversi liberamente… tutte cose buon e giuste, ci mancherebbe. Ma la domanda vorrebbe colpire più in profondità: in cosa si differenzia una donna da un uomo, anche in queste cose che fa? Semplice, è diversa l’indole con cui si pone di fronte alle cose. Una donna manager è diversa da un uomo manager; un infermiere è differente da un’infermiera; un professore ha un rapporto con gli alunni diverso rispetto a una professoressa, e via discorrendo.

Come ha sottolineato il documentario “Paradosso Norvegese”, al netto di qualsivoglia discriminazione legata al sesso, certi lavori rimangono naturaliter appannaggio maschile, mentre altri si tingono perlopiù di rosa: in quegli ambiti dove a vincere sono la cura, l’accoglienza, il “mettersi a servizio di”… ogni donna parte avvantaggiata rispetto a un uomo.

Casalinghe nel 2017? Quasi impossibile!

Tutto questo viene oggi tenuto poco in considerazione. Ecco perché non bisogna stupirsi molto se, nel 2017 in Italia,  dirsi «casalinghe» non è (quasi) possibile, pena il non riconoscimento da parte dello Stato e l’onta sociale. Una donna che si “abbassa” a curare e accogliere il proprio marito e i propri figli? Non deve esistere; e, se esiste, nel 90% dei casi è una cattolica repressa.

Secondo l’Istat nel 2016 le donne casalinghe erano 7 milioni e 338 mila, oltre mezzo milione in meno (518 mila) rispetto a dieci anni fa. Età media? Sessant’anni. Il quadro è evidente: le giovani scelgono di lavorare, spesso a scapito della maternità e, talvolta, della soddisfazione personale.

Fare la casalinga è un lavoro nobile

Eppure tante donne casalinghe sono fiere della loro scelta: una donna che sta a casa aiuta il marito a svolgere il proprio lavoro al meglio («Dietro ogni grande uomo, c’è una grande donna») e cresce i cittadini del domani, dedicando loro cura e attenzione e non delegando ad altri la loro educazione.

Fare la casalinga è dunque un lavoro, e tra i più nobili.

Sbaglia chi pensa che una donna a casa “non faccia nulla”: la media di ore svolte è di 49 a settimana, sette giorni su sette, con zero giorni di ferie e un numero improponibile di capacità richieste (dall’organizzazione, alla manualità, a competenze psico-educative), oltre che una disponibilità massima alla flessibilità e un’ottima reazione agli imprevisti… e si potrebbe continuare. Non si avrà un datore di lavoro cui rispondere, quello è vero, ma spesso le donne sono molto più severe degli altri con se stesse, quindi il vantaggio è pressoché inesistente.

Oggi il modello di donna è colei che “per realizzarsi” e “sentirsi apposto” lavora 36/40 ore – o più – a settimana e poi torna a casa e ne lavora altrettante per “recuperare” nella gestione della vita domestica o per essere presente con i figli. Perché, per quando un marito possa essere disponibile e attivo nella vita familiare, il peso della casa e dei figli grava sempre principalmente sulle spalle delle donne: siamo più portate, riusciamo a tenere insieme tante cose e a far filare tutto con ordine… non è un atteggiamento di residuale patriarcato maschilista, è la nostra indole.

Quei demoni che si abbattono contro le casalinghe

Camillo Langone, con il suo stile pungente, scriveva l’altro giorno sulle colonne de Il Foglio: «Sulla carta di identità della mia amica Michela non c’è scritto “casalinga”, il suo vero mestiere, ma “disoccupata”, perché così le è stato imposto dall’anagrafe bolognese secondo la quale le casalinghe non esistono più: in quella che fu la città delle arzdaure, delle massaie consacrate a tagliatelle e tortellini, oggi le donne di casa sono private del diritto di esistere, devono entrare in clandestinità. L’ideologia dell’Occidente morente non tollera che una donna si possa dedicare al proprio uomo, ai propri figli, al proprio nido: perché non tollera la famiglia (nel piccolo caso umiliante di Michela come nel grande caso tragico di Charlie Gard alla famiglia non è riconosciuta alcuna autonomia: deve soltanto inchinarsi davanti allo Stato e alle sue diramazioni). A Bologna come ovunque in Europa la donna bisogna che si trovi un lavoro purchessia, non importa se pagato da schifo e nemmeno sufficiente a coprire le spese, a quel punto inevitabili, di tate e colf. E se, come spesso accade, il lavoro è incompatibile con la maternità, si preferisca il primo alla seconda, e un popolo si estingua per far contento il potere. Uffici e assessorati non possono ammettere che una moglie giovane e per giunta italiana, non la solita maomettana ingabbiata dal Corano, rimanga a casa per oblazione e scelta. I demoni dell’estraniare si avventano contro l’angelo del focolare: sia chiamato l’esorcista».

Donna, plurimamma, casalinga… o Ministro dell’Istruzione?

La stessa cosa era capitata qualche mese fa a una mia conoscente. Ragazza di trent’anni, mamma di tre figli e allora incinta di altri due gemelli, in un ufficio pubblico aveva dichiarato di svolgere la professione di casalinga. Al che l’impiegata – donna – l’aveva ripresa precisando che «… siamo nel 2016!». Ebbene, questa giovane plurimamma aveva avuto la prontezza di rispondere, sull’onda dell’attualità che vedeva su tutti i giornali la laurea millantata dal Ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli: «Vabbè, se deve mentire, lo faccia in grande: scriva Ministro dell’Istruzione». Ridiamo, per non piangere.

Teresa Moro


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