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Manuela Ceccotti, psicologa, racconta, nel suo Procreazione medicalmente assistita (Armando), un colloquio avuto con una madre. È la storia di una donna, la signora Z., che spiega di essere rimasta incinta, la prima volta, a 17 anni, e di avere poi abortito. «Questo aborto», commenta la Ceccotti, «l’ha vissuto con un grande senso di colpa». Ne subisce anche le conseguenze sul fisico: da quel momento la vagina ha tutte le infezioni possibili e le tube divengono troppo strette, causando infertilità. Allora la signora Z. decide di ricorrere alle tecniche di fecondazione artificiale. «Piangevo, ero disperata… continuavo a pensare che era una punizione… Sono rimasta incinta al quarto trattamento… da quel giorno ho vissuto con la paura di perdere i bambini».

Alla fine i bambini arrivano: prematuri, con parto cesareo, finiscono in terapia intensiva, al punto che uno sembra non riesca a sopravvivere. Poi si riprende e la vita di mamma della signora Z. può iniziare. Due gemelli in un colpo però non sono sempre facili, specie dopo lo stress delle varie terapie ormonali. La signora finisce dallo psichiatra. Tempo dopo rimane nuovamente incinta, benché i medici avessero dichiarato che sia lei che il marito erano sterili. Non sa se abortire, nonostante il trauma vissuto dopo il primo aborto. Poi decide di tenere il bambino. Ma il marito va in crisi, e viene curato con il Prozac. Alla fine la donna decide di farsi sterilizzare.

La Ceccotti commenta: «Si parte da un forte collegamento tra sterilità e aborto. L’idea che l’oggetto interno buono sia stato ucciso la rende perseguitata e colpevole, come avesse ucciso in sé la capacità di dare vita. Per i bambini nati può essere una situazione molto difficile trovarsi con un genitore la cui mente è colma di bambini morti, piuttosto che vivi… Ciò che colpisce è che non c’è mai un appagamento del desiderio. Nella stanchezza del dopo parto cogliamo un senso di realizzazione, come dire che lei ha finito qui il suo “lavoro”, quel che doveva fare lo ha fatto. Nel momento in cui i bambini sono sani e salvi lei cede, non riesce più ad affrontarli».

La signora Z. ha potuto fare tutto ciò che “voleva”: ha abortito, è ricorsa alla Fiv, ha deciso poi di sterilizzarsi. Se l’unica legge è il desiderio, come sostengono molti, lei è stata legge per se stessa. Eppure il desiderio, scentrato, impazzito, instabile, le è morto dentro: è rimasta sempre vittima delle sue decisioni. Nessuno, penso, potrebbe considerarla una persona libera. La signora Z., al contrario, è la confutazione dolorosamente vivente di come la libertà non consista affatto nel fare ciò che si vuole. Dante, parlando di Catone, afferma che la libertà è un cammino: più una conquista che un possesso. Non è fare ciò che l’istinto comanda. Al contrario, passa attraverso luoghi impervi, difficoltà, selve oscure e purgatori. È, propriamente, una ascesi, un elevarsi al di sopra della propria bassezza, del proprio egoismo, delle proprie tendenze più meschine. Ascesi, e cioè salita; salita, e cioè sacrificio.

La libertà, nei rapporti col prossimo, nasce infatti dalla capacità di elevarsi al di sopra della propria iracondia, della propria accidia, dell’io appollaiato su se stesso. Con i figli, con la moglie, con gli amici, la libertà è realizzata nella nostra capacità di vincere l’amore possessivo, la gelosia, la ricerca di noi stessi negli altri. Però non è facile: occorre dirsi no, sacrificarsi, rinunciare, talora, per poter essere liberi. La Chiesa lo insegna, soprattutto nel periodo quaresimale, proponendo la pratica del digiuno: capacità dell’uomo di staccarsi dalla dimensione puramente carnale, per riaffermare la superiorità dello spirito sulla materia, dell’anima sul corpo, ma anche per cogliere meglio l’importanza e il significato, l’essere dono, di ciò di cui ci si è privati. L’uomo che sa digiunare, che sa essere padrone di se stesso, assapora la libertà, comprende il bene che solitamente gli è dato, si apre alle esigenze di chi, normalmente, ne è privo, e purifica il suo desiderio.

Ascesi dunque, come possibilità di elevarsi sopra la materia, come un uccello in volo, simbolo di libertà, per dominarla; come disponibilità a scostarsi dalle cose, come ci si allontana da un quadro, per vederne meglio il disegno globale; come capacità di non essere schiavi del desiderio brutale, impersonale, perché solo istintivo. Di fronte a un figlio, dunque, che sia embrione o feto, si è liberi quando lo si afferma come dono: si riconosce che è altro, e che da Altri proviene.

Francesco Agnoli

La voce del buon senso

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