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L’homeschooling, o scuola parentale, è una possibilità per le famiglie di riappropriarsi del diritto-dovere di istruire ed educare la prole. Si può organizzare con pochi amici e tanta buona volontà.

In vista del prossimo rientro di tanti bambini sui banchi di scuola, riproponiamo un articolo pubblicato sulla nostra rivista mensile Notizie ProVita lo scorso autunno.

Marco Sermarini, avvocato di San Benedetto del Tronto, è Presidente della Società Chestertoniana Italiana ed è alla guida della “Compagnia dei Tipi Loschi del beato Pier Giorgio Frassati”. Gli abbiamo chiesto di parlarci della Scuola Libera “G. K. Chesterton”, di cui è stato uno dei fondatori e che attualmente dirige.

Come è nata la Scuola Libera G. K. Chesterton di San Benedetto del Tronto e cosa la distingue dalle altre scuole?

Alcuni amici ed io avevamo i figli che avevano terminato la scuola elementare e si dovevano iscrivere alle medie. Fino ad allora avevano ricevuto una formazione cattolica all’asilo e alle elementari, che però non poteva proseguire con la scuola media. Ci domandammo se dovevamo necessariamente iscriverli alla scuola media o avremmo potuto fare altro. Venni così a sapere che, in base al Testo Unico delle leggi sulla pubblica istruzione, era possibile fare la cosiddetta educazione paterna (o parentale), cioè educare i propri figli a casa secondo le proprie convinzioni effettuando una semplice comunicazione alle autorità competenti. È un’ipotesi che trova fondamento nella stessa Costituzione italiana, esattamente all’art. 30, che riconosce il diritto di educare, istruire e far crescere i figli secondo le proprie idee e le proprie convinzioni, e all’art. 33, che stabilisce la libertà dell’insegnamento delle scienze e delle arti. E’ un tipo di istruzione diffuso anche all’estero, sia in Europa che negli USA (dove molti praticano l’homeschooling). Mia moglie ed io riflettemmo su questo con i nostri amici e ne coinvolgemmo altri. In principio, quando iniziammo a cercare gli insegnanti, furono molti i no: chi diceva che era già impegnato con la scuola statale, chi diceva che non condivideva le nostre idee e che credeva nella scuola statale – tra cui tanti buoni cattolici – ecc. A un certo momento una persona accettò e lo considerai un segno positivo. Era un giovane che non aveva mai insegnato, però aveva detto di sì e per me era più che sufficiente. Dopodiché incominciai a guardarmi intorno, perché non partivamo da zero, la nostra “Compagnia dei Tipi Loschi” aveva già creato un doposcuola e altre attività per avvicinare i ragazzi alla fede. Ho visto che tra i miei amici c’erano persone che potevano insegnare matematica, inglese, ecc., così abbiamo incominciato a costruire questa scuola. Sto parlando dei mesi di giugno e luglio 2008 e la scuola ha aperto a settembre di quell’anno! Come diceva la buon’anima di Chesterton: «Se una cosa vale la pena di farla, vale la pena di farla male!». Voleva dire che se aspetti che tutto sia perfetto non incomincerai mai a fare nulla. A settembre erano quattro gli allievi. Dopo, piano piano, il numero è cresciuto e adesso sono circa una settantina, divisi in tre classi di medie, cinque classi complete di liceo delle scienze umane con opzione economico sociale e tre classi di istituto professionale per periti elettronici. Alla fine di ciascun anno scolastico la preparazione dei ragazzi viene verificata con un esame su tutte le materie, che si può sostenere presso una scuola statale o paritaria.

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La scuola è stata dedicata a G. K. Chesterton che, stimolato dall’Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, ideò – assieme a Belloc – il Distributismo, terza via rispetto a Capitalismo e Socialismo. Questo concetto quanto ispira il vostro lavoro?

La maggior parte delle persone pensa che la forma principale di lavoro sia quella di lavorare per qualcun altro e non di lavorare per sé. Chesterton faticava per fare comprendere che vi era altro. L’idea distributista è sintetizzata nel motto “tre acri e una mucca”. Tre acri di terra e una mucca sono, infatti, sufficienti per vivere. È un motto buffo, ma significa che uno può vivere del suo, non necessariamente lavorando la terra, è ovvio, ma dedicandosi ad arti, mestieri, professioni, ecc., secondo le proprie attitudini. Il lavoro dipendente – sostenevano Chesterton e Belloc – è invece una nuova schiavitù. Sembra un’affermazione astrusa, ma in realtà non lo è. Mio padre, che ha novant’anni, viveva con mio nonno che faceva il contadino: non avevano salariati e la loro famiglia viveva libera, perché viveva del proprio. Era questa la libertà. Chesterton e Belloc cercavano la libertà nel lavoro, nell’economia e nella politica. Se tu lavori per qualcun altro, non sei libero, sei schiavo di qualcuno: che questo si chiami lavoro dipendente o schiavitù poco importa. Anche per tale motivo la nostra scuola si rifà all’idea delle arti liberali, perché è un’idea di apertura a 360 gradi al mondo, alla verità, a tutto. Adesso si dice che i ragazzi devono studiare le materie scientifiche, perché questo li aiuterebbe a trovare un lavoro, ma è un’idea utilitaristica di educazione. A noi questo non interessa, a noi importa lo studio per lo studio, come diceva John Henry Newman. Studiando si conosce il mondo, non si cerca un lavoro. Se uno sa come sta il mondo, non avrà problemi a orientarsi anche per il lavoro, se invece uno deve piacere al mercato è uno che va dove vuole il mercato, è come un pollo dentro una stia. E’ una grande stia, ma sempre una stia rimane.

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In concreto cosa significa tutto ciò nel rapporto insegnante-allievo?

Questo pensiero di fondo ha ispirato il nostro lavoro nella concezione del rapporto tra scuola e famiglie, nel modo di essere insegnanti e nella stessa metodologia di insegnamento. La nostra preoccupazione era, prima di tutto, quella di dare continuità alla formazione che avevamo dato ai nostri figli a casa e che essi avevano ricevuto sino ad allora anche all’asilo e alla scuola gestita da suore. Questa idea si basa sul presupposto che la scuola svolge una funzione sussidiaria nel processo educativo.

La famiglia è il nucleo da cui dipende tutta la società, se noi lavoriamo con la famiglia tutto va bene, se noi lavoriamo contro la famiglia o comunque prescindendo – o meglio pretermettendo – la famiglia, siamo veramente in braghe di tela. Basiamo allora il nostro lavoro su un’alleanza educativa tra famiglie e scuola. In che modo? Prima di tutto facilita questo se si considera che la scuola è fatta da famiglie, tant’è che – nel nostro caso – alcuni insegnanti sono anche genitori di allievi. Io personalmente insegno religione. La titolarità del diritto e del dovere di educare è della famiglia, non della scuola. La scuola è un soggetto a cui affidiamo i figli. Tuttavia il tuo diritto-dovere di educare i figli lo puoi affidare a qualcun altro se hai un’alleanza stretta con lui, altrimenti questo “qualcuno” cosa racconterà ai tuoi figli? Cosa ti aspetti che accada? La maggior parte delle persone non capisce questo, perché standardizzata sull’idea che l’unica scuola possibile è quella statale, al massimo quella paritaria. L’idea che i genitori siano titolari del diritto di educare i figli è invece estranea alla maggior parte dei genitori. Molti accettano di mandare i figli, che so, dalle suore o in qualche scuola cattolica sino alla quinta elementare, dopodiché fanno dei discorsi del tipo: «I ragazzi si devono aprire al mondo», ed è invece proprio il momento peggiore quello delle scuole medie. Tu esponi i tuoi figli a una follia, visto che li affidi a persone a caso, perché non è possibile che tutti i professori siano bravi e che abbiamo le tue stesse idee sulla vita, sulla morte, sull’educazione, sulla fede, sul lavoro. Come detto, alcuni nostri insegnanti hanno i propri figli che frequentano la scuola, cosicché essi, di fatto, lavorano per se stessi. Ma anche se non insegni ai tuoi figli, pensi che c’è qualcuno che ti ha affidato i suoi e allora è la medesima cosa. Una persona che lavora per sé non ha il problema di quante ore trascorre a insegnare. Se deve stare un’ora in più non è un problema.

C’è poi l’idea di insegnare in un certo modo. Certo, usiamo i libri e facciamo tutto quello che fanno le scuole normali però, se possiamo fare vedere le stelle, portiamo i nostri ragazzi di notte a vederle dove il cielo è scuro, tipo le Piane di Castelluccio. Non abbiamo problemi di permessi, di sindacati, di altro, non ce ne frega niente, usciamo da casa e lo facciamo, siamo liberi (sono i nostri figli). Se devo fare vedere il Caravaggio, prendo i ragazzi, li carico su di un pullman e andiamo. Così, ad esempio, siamo andati a incontrare un artigiano che costruisce clavicembali, a visitare una fabbrica di scarpe, una fattoria. Siamo andati a studiare l’inglese in Irlanda, siamo andati pure in America dove c’è la nostra scuola gemella, la Chesterton Academy, che – per una curiosa coincidenza – è nata anch’essa nello stesso anno della nostra e il cui il fondatore, come me, è presidente della società Chestertoniana locale.

Ci sono anche altre realtà simili alla vostra in Italia?

La prima è stata la scuola di Sant’Ilario d’Enza in provincia di Reggio Emilia, nata una trentina di anni fa. Ora ne stanno sorgendo altre, molte a causa della questione del gender. Per noi il gender è uno dei problemi della società attuale, ma non è certo l’unico; tuttavia riconosco che sta diventando occasione per riappropriarsi dell’educazione dei propri figli.

Come vi finanziate, visto che, non essendo una scuola paritaria, non ricevete sussidi statali?

Manteniamo rette molto basse per far sì che venga più gente possibile. Certo, reperire fondi non è facile, ma ci industriamo: abbiano indetto una raccolta su internet, facciamo delle lotterie, ci sono donazioni spontanee e, da quest’anno, abbiamo iniziato a fare il “Chesterton Gala”, un momento bello, elegante, per autofinanziarci. Trovi sempre qualcuno che ti vuole bene e ti aiuta. E poi esiste la Provvidenza di Dio, che è un occhio che vede tutto.

Gian Paolo Babini

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Fonte: Notizie ProVita, ottobre 2015, pp. 27-28-29

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2 Commenti, RSS

  • mariagrazia mariagrazia

    dice su:
    25/08/2016 alle 09:44

    non che io non sia daccordo con la priorità educativa della famiglia e che pensi che un ragazzo debba essere “buttato nel mondo”, tuttavia penso che se un ragazzo non viene a contatto anche con le realtà non sempre coerenti con le convinzioni dei genitori non può appieno comprendere quelle stesse convinzioni che sta maturando(parlo di ragazzi delle medie e oltre, ovviamente non di bambini piccoli)..semmai sono i genitori a dover vigilare ed eventualmente motivare ciò che cercano di insegnare camminando appresso ai figli, altrimenti si rischia di creare un mondo “iperprotetto” che non rende poi veramente liberi. è come quando gli adulti(e mi è capitato di vederli) per non far “soffrire” i propri ragazzi non gli fanno vedere le immagini della gente che soffre per la fame e la sete, invece di insegnare ai ragazzi a non sprecare e a valorizzare il tanto che hanno…

  • Flavia Zanusso

    dice su:
    27/12/2016 alle 21:41

    Quale ex educatrice e moglie d’insegnante, precario cosa non amata dai suoi alunni, comprendo il commento…ma Mariagrazia non da’ valore alla fraternita’ allargata che si crea in quei gruppi e non pensa quanta forza da’ all’idea di vivere veramente una societa’ con il primario senso della comunita’…e’ fondamentale. Chi ha detto che si viva sotto la campana di vetro e invece non si affrontino problemi veri educando alle soluzioni invece che convincersi che, pur di andare d’accordo con le compagnie, ci si puo’ anche compromettere? Lo vediamo ogni giorno…vediamo i danni ogni giorno…perche’ tutti sbandierano, tra l’altro, i diritti piu’ stravaganti pretendendo di essere rispettati e i cristiani non sono mai liberi di festeggiare insieme il loro mondo migliore…? Copiatelo…se ce la fate.. ma non rompete…

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