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Home Page > Famiglia e Economia > Padri che cambiano: dal “padre-padrone” al “mammo”?
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I padri hanno un ruolo fondamentale nella vita di un figlio, e in un modo che va ben al di là del contributo fornito dalla parte maschile nell’atto del concepimento.

I padri iniziano a essere tali fin dal primo istante e anzi, per certi versi, forse ancora prima del concepimento: non solo per via di una predisposizione mentale a questo cambiamento di status, ma anche per la componente fisica, dal momento che – se fino ad oggi si era infatti insistito molto sulla salute della donna in vista di una gravidanza – una nuova ricerca condotta da ricercatori della Georgetown University Medical Center, negli Stati Uniti, ha evidenziato come l’età, la salute, lo stile di vita, lo stress cui è sottoposto il padre influenzano lo sviluppo del bambino.

Il ruolo dei padri non si ferma tuttavia qui: il loro contributo è fondamentale nel corso della gravidanza in relazione alla madre, la quale ha bisogno di una presenza accanto a sé che l’accompagni nel cambiamento corporeo, psicologico e sociale che si sta compiendo in lei, e successivamente per garantire ai figli uno sviluppo il più possibile armonico.

Alla luce di tutto questo si comprende l’importanza della pubblicazione del Primo Rapporto sulla Paternità in Italia, datato marzo del 2017, a cura dell’Istituto di Studi sulla Paternità e titolato: Padri che cambiano.

In Italia, nel 2014, circa due terzi degli uomini di 25 anni e più erano padri di uno o più figli. Ma che tipo di padri abbiamo nel 2017? Negli ultimi cinquant’anni questa figura ha subito un cambiamento enorme, si potrebbe quasi dire a 360 grandi: dalla figura del “padre-padrone” si è passati al “mammo”, da un modello di uomo “che non deve chiedere mai”, “tutto d’un pezzo” ad uno capace di esprimere liberamente i sentimenti e, in particolare, di manifestare tenerezza…

Ma, prima di entrare nel dettaglio, vediamo qualche dato di massima contenuto nel Rapporto:

    • Cresce il numero dei padri che assiste al parto: è stata del 78,6% nel 2012 (era stata del 73,6% nel 2005 e del 68,55 nel 2002)
    • Dal 2012 è stato introdotto il congedo di paternità obbligatorio, raddoppiato a due giorni nel 2016 e 2017 e che diverrà di quattro giorni a partire dal 2018
    • la stragrande maggioranza dei padri vorrebbe una maggiore flessibilità e opzioni come il telelavoro per avere più tempo per stare con i figli piccoli.
    • un sondaggio Eurispes svolto nel 2015 su quasi 3.200 soggetti, per il 51% uomini e per il 49% donne: il 91,5% degli intervistati ha considerato “normale” che un padre dia da mangiare ai figli; l’83,9% che cambi loro i pannolini; il 77,7% che li lavi e li vesta (Eurispes, 27° Rapporto Italia, p. 409)
    • per la generazione dei Millennials (indagine condotta su studenti del primo anno del corso di laurea in Scienze della Formazione Primaria dell’Università degli Studi di Roma Tre, nella primavera del 2017) il padre non ha caratteri univoci: il 27% degli intervistati fa riferimento alla protezione, alla sicurezza e alla gratitudine, quali elementi inderogabili della figura paterna. In secondo luogo, con la stessa percentuale, il 22% degli intervistati emergono due caratteristiche opposte, l’amorevolezza, da un lato, declinata in termini di tenerezza e complicità, e dall’altro, il bisogno di autorevolezza, rappresentato da responsabilità e rispettabilità. Solo nel 14% dei casi vengono riconosciute al padre le qualità tipicamente maschili della forza, del coraggio e della fermezza, in questo caso gli intervistati ripropongono il ruolo e l’immagine di una figura paterna esemplare, giusta, forte e coraggiosa. Da ultimo, un ristretto numero di intervistati (10%) fa riferimento al padre indicandone la presenza come un sostegno.

Da questi pochi elementi, arricchiti dai tanti altri citati nel Rapporto, emerge chiara un’ambivalenza: se da un lato vi è un positivo incremento dell’interesse manifestato dai padri nei confronti dei figli [numerosi autori sottolineano costantemente l’importanza di un precoce attaccamento del padre al figlio quale predittore di un futuro più saldo rapporto tra i due (Badolato-Sagone 1984, Pruett 1988, Gibbins-Thomson 2001, Cohen 2009)], dall’altra vi è una progressiva perdita del ruolo tipicamente paterno-maschile che incarna la legge, il limite, il distacco dalla madre e dalla “casa”, che dà il nome e l’onore… e tutto questo spesso genera una confusione intergenerazionale che conduce inevitabile ad una «alterazione profonda del processo di filiazione simbolica» (Recalcati, 2013).

Spesso vediamo come siano i figli, e non più i padri, a fare da “padroni” dei genitori, a incarnare il ruolo dei piccoli dittatori cui nulla può essere negato, con esiti devastanti a livello educativo ma soprattutto psicologico (i bambini hanno bisogno di un adulto che indichi loro la strada, che tenga le redini della loro vita, la responsabilità li spiazza: ed è proprio per questo che talvolta mettono alla prova i genitori, per vedere se sono realmente guide solide). Il conflitto è oggi spesso evitato, da madri e padri, perché manca la capacità di gestire le proprie emozioni, figuriamoci quelle dei figli. In questo si ha tuttavia una perdita perché «il conflitto – come ricorda Gabriele Pinto in Padri che cambiano – “è immanente ad ogni relazione”; “evadere, come uomini-padri, l’esperienza del conflitto, significa (…) favorire in maniera irresponsabile che il conflitto, da luogo di possibilità etica e di connessioni generative, divenga terreno quotidiano di egocentrica competizione, violenta prevaricazione e desolante incomunicabilità» perché, afferma Curzio Maltese «il padre diventa una vice madre, perdonista e servizievole, preoccupata soltanto di viziare i piccoli, perpetuandone debolezza e dipendenza».

Stiamo insomma crescendo bambini e ragazzi convinti che il loro ombelico sia il centro del mondo, ma che sono in realtà fragili e disorientati: la chiamano la generazione “fiocchi di neve”, tanto inconsistente, quanto volubile agli eventi. Ma la colpa non è loro, loro ne sono le vittime.

Per quanto sia scorretto puntare il dito su qualcuno, è tuttavia importante rimettere sul tavolo la questione educativa focalizzandosi sugli adulti di oggi, la generazione nata dalle ceneri del Sessantotto: adulti a loro volta fragili e insicuri, incapaci di vivere le emozioni, senza ideali grandi e dunque guidati dall’edonismo e concentrati sull’attimo presente, incapaci di resilienza… il fatto che i padri stiano cambiando è da mettere in relazione a tutto questo: forse non vi è proprio più la capacità di assumersi la responsabilità di pater familias

Nel concludere, come emerge anche dal Primo Rapporto sulla Paternità in Italia, vi sono di sicuro tanti elementi positivi e da valorizzare nel mutamento della relazione padre-figlio, ma questo non deve tradursi nell’eccesso di femminilizzazione degli uomini (il padre “mammo”), bensì in una maggiore implicazione nella crescita della prole pur mantenendo saldo il proprio ruolo e la propria funzione precipua.

E questo perché, ancora una volta, gli uomini devono fare i padri e le donne devono fare le madri. Secondo la sua natura, così com’è scritto da sempre: i bambini hanno bisogno di una mamma e di un papà. 

Teresa Moro


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4 Commenti, RSS

  • Marta Pancaldi

    dice su:
    30/04/2017 alle 11:37

    E poi mi vengono a dire che il patriarcato è un danno solo per le donne e non per gli uomini…
    Come mai un uomo capace di “esprimere liberamente i sentimenti”, “manifestare tenerezza” e che da padre è in grado di cucinare e cambiare i pannolini a suo figlio non può essere più considerato un “vero uomo”, poiché perde in potere e autorevolezza?
    Non pensate che un/a bimbo/a che veda entrambi i genitori collaborare attivamente alla sua crescita, alla pulizia della casa, ecc. possa diventare un uomo o una donna più equilibrato, che a sua volta potrà creare una famiglia equilibrata? Il rischio concreto, in caso contrario, è che il bambino cresca consapevole che in casa lui non dovrà fare niente di niente, perché sua moglie poi provvedrà a tutto, e che viceversa alla bambina venga insegnato a rassegnarsi a cucinare, lavare, pulire, ecc. perché tanto suo marito non la aiuterà.
    Proprio perché a un bimbo servono entrambe le figure, non capisco come mai questi ruoli debbano essere così rigidi.

    • Redazione

      dice su:
      30/04/2017 alle 14:42

      Chi l’ha detto che “Un uomo capace di “esprimere liberamente i sentimenti”, “manifestare tenerezza” e che da padre è in grado di cucinare e cambiare i pannolini a suo figlio non può essere più considerato un “vero uomo”, poiché perde in potere e autorevolezza”?

      La collaborazione di tutti in casa è segno che la famiglia è una comunità affettivamente sana. E di modi per collaborare ce ne sono infiniti. Se la madre cucina in un ambiente che è stato ridipinto dal padre, con elettrodomestici aggiustati dallo stesso padre, quella non è sana collaborazione?

      Ma anche al contrario, se in piena libertà la madre ridipinge la stanza e il padre cucina – perché può capitare e capita – che male c’è?

      I ruoli non “devono essere” rigidi. Ma i punti di riferimento per i figli (uno maschile e uno femminile) devono essere saldi, fermi.

      Comunque, il padre cucina da maschio e la madre pittura da femmina.

      Il maschio e la femmina sono dati di natura, non sono dati dalle cose che si fanno.

  • Marta P

    dice su:
    01/05/2017 alle 11:57

    “…dalla figura del “padre-padrone” si è passati al “mammo”, da un modello di uomo “che non deve chiedere mai”, “tutto d’un pezzo” ad uno capace di esprimere liberamente i sentimenti e, in particolare, di manifestare tenerezza…” “…questo non deve tradursi nell’eccesso di femminilizzazione degli uomini (il padre “mammo”).”
    L’avete scritto nell’articolo, e da quanto ho letto è chiaro che “mammo” ha una connotazione negativa. Inoltre, dall’articolo si evince che da quando il papà è diventato “mammo”, i figli hanno iniziato a fare da padroni.
    Secondo me è una questione più di atteggiamento ed emozioni che di attività svolte: se un papà per sua natura è emotivo, tenero, sensibile, per voi automaticamente diventa “mammo”, perché le suddette caratteristiche sono per lo più femminili.
    C’è probabilmente una correlazione tra questa transizione da “padrone” a “mammo” e il disastro che sono molte famiglie al giorno d’oggi, ma non sono convinta che l’una sia causa dell’altra.

    • Redazione

      dice su:
      01/05/2017 alle 19:04

      Credo che il discorso sia molto più complesso. Dall’articolo si evince chiaramente che le estremizzazioni sono sempre sbagliate: era sbagliato il padre padrone, come è sbagliato il padre “effeminato”: la radice del vulnus forse è nella contestazione radicale e ideologica dell’autorità tout court (anche a discapito dell’autorevolezza) che ha reso le generazioni successive agli anni ’70 delle generazioni di smidollati (uomini e donne, analogamente, anche se diversamente). Se lei bazzicasse un po’ gli ambienti scolastici vedrebbe il risultato di questi adulti rammolliti: figli “pazzi”, con problemi caratteriali e comportamentali immensi… o ragazzini che si sentono responsabili ( e soffrono), in tenera età, dell’inettitudine dei genitori, capaci solo di firmare giustificazioni…

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