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Home Page > Aborto > Utero in affitto e diritti (solo) di chi paga
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Una donna texana che aveva dato il suo utero in affitto  ha subito da parte dei committenti l’ingiunzione di abortire il bambino che portava in grembo dopo che i medici gli avevano diagnosticato un difetto cardiaco congenito, sindrome cardiaca sinistra ipoplastica, a 16 settimane di gravidanza.

Lei ha rifiutato l’aborto eugenetico e da quel momento i “genitori legali” del bambino si sono rifiutati di pagarle le spese mediche.

La cosa ha dato il via ad un lungo contenzioso: la legge sull’utero in affitto, anche in paesi “evoluti” come gli USA, è lacunosa e dà poche garanzie alla madre e al bambino (altrimenti non consentirebbe lo sfruttamento dell’una e la compravendita dell’altro). Già è tanto che la madre legalmente sia riuscita ad ottenere di poter portare a termine la gravidanza. Ma dopo la nascita il bambino, essendo di proprietà dei committenti, era anche in loro balia: potevano chiedere la “palliazione terminale” (cioè che fosse lasciato morire a causa della malformazione cardiaca che senza operazione gli avrebbe concesso poche settimane di vita).

Tutta la vicenda, per fortuna, ha avuto un lieto fine: i padroni … ops… “genitori committenti”… del bambino hanno accettato di permettergli di sottoporsi a un intervento chirurgico salva-vita.

La madre (vera e unica) di quel bambino, cioè la donna che ha dato l’utero in affitto (il cui nome non è fatto noto dai media che riportano la notizia), aveva vissuto da giovane una gravidanza difficile e non pianificata« Non ho mai preso in considerazione l’aborto anche se, in quel momento, avrebbe reso le cose molto più facili – ha detto alle notizie locali – Invece, a vent’anni e senza sapere come fare con due gemelle, ho scelto di dare loro la vita. E’ stata la decisione migliore che abbia mai preso. Le mie bambine sono la più grande benedizione e i miei più grandi tesori».

Ha detto anche di aver dato l’utero in affitto per spirito altruistico  (ma non sappiamo quanto sia stata pagata) e che si era sincerata che i committenti fossero contro l’aborto, quando ha accettato di affittar loro il suo utero.

La donna ha detto che spera che la sua storia serva a un cambiamento nelle leggi per fornire più protezioni per i bambini non nati e le madri surrogate: la finestra di Overton si è spostata evidentemente. Non avremmo il problema di dover garantire i diritti di questo o di quello se la pratica dell’utero in affitto fosse vietata e basta.

Purtroppo dietro ad essa girano troppi soldi e enormi profitti per le industrie della fertilità. E le leggi, ormai, si adeguano al dio quattrino riconoscendo i diritti solo di chi firma e stacca gli assegni più consistenti.

Redazione

Fonte: Lifenews


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