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Home Page > Famiglia e Economia > Utero in affitto: leggiamo qualche contratto tipo
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L’utero in affitto è una pratica barbara e crudele senza se e senza ma, sia che venga posta in essere da coppie omosessuali, sia da coppie eterosessuali o da singles.

L’unica soluzione al problema è il divieto assoluto di ogni forma di utero in affitto: diventi un reato internazionale, si puniscano con estrema severità i committenti e soprattutto gli intermediari, secondo le norme già esistenti che sanzionano la riduzione in schiavitù (art. 600 c.p.).

Eppure c’è una certa tendenza “buonista” a voler regolamentare la fattispecie per poter garantire la famosa “autodeterminazione” della donna e per poter far comprare un figlio a coloro che non possono averne.

Per capire che una legge sull’utero in affitto, che disciplini il contratto e metta paletti, non serve affatto a evitare gli abusi – anzi li agevola – basta leggere il contenuto dei contratti di utero in affitto che vengono stipulati nei Paesi “civili” dove la pratica è regolamentata, come in alcuni degli Stati Uniti d’America.

Ce li illustra un’esperta in materia, Jennifer Lahl, fondatrice e presidente del Center for Bioethics and Culture, che ha sede in California, dove la legge non pone limiti al pagamento che può essere pattuito per la madre surrogata e garantisce ai compratori lo status di “genitori” legali del bambino.

Preambolo (e disclaimer…)

Il tipico contratto di utero in affitto si apre con i nomi dei compratori e il nome della surrogata. La parola “madre” non viene mai usata.

Segue la dichiarazione che la surrogata è pienamente informata e intende non far valere diritti genitoriali. In genere, c’è scritto chiaramente che l’oggetto del contratto non è l’acquisto di un bambino, né il consenso della surrogata alla consegna del bambino per l’adozione (le sezioni 181 e 273 del codice penale della California vietano la vendita di bambini o la coercizione a consegnare ad altri il proprio figlio). Ma la realtà è esattamente quella!

Visite mediche

Segue poi l’obbligo per la surrogata a sottoporsi a molti, infiniti, test, screening medici e psicologici. Qualche volta anche i compratori devono sottoporsi a una valutazione di idoneità da parte di uno psicologo. Seguono i termini del pagamento, le spese rimborsabili (indennità per l’abbigliamento, rimborso della benzina e del chilometraggio per le visite mediche, salari persi nel caso in cui la surrogata debba assentarsi dal lavoro o smettere di lavorare a causa di complicazioni legate alla gravidanza, etc.).

I desiderata dei compratori

Segue poi l’aspetto più preoccupante di tali contratti: le clausole aggiunte con tutti i desiderata dei compratori. Costoro possono controllare quasi ogni dettaglio della vita privata della surrogata fino al momento della nascita, dal che si evince chiaramente l’uso dell’intero corpo della donna, per tutta la durata della gravidanza, come un oggetto di commercio.

La maggior parte dei contratti controlla esplicitamente la dieta, l’esercizio fisico, le modalità di vita, i viaggi e tutte le attività della surrogata. Chi pretende che la donna segua una dieta vegana o macrobiologica, chi vieta alla madre di tingersi i capelli; qualche contratto prevede che la surrogata e suo marito si impegnino a non creare alcuna relazione genitore-figlio con il bambino: obbligo giuridico di contrastare ciò che fa la natura a una donna incinta e al suo partner!

La privacy

Tutte le norme sulla riservatezza circa le informazioni sulla salute personale, che in California sono molto rigorose, con la madre surrogata vengono completamente disattese: i compratori hanno diritto a tutte le notizie mediche che vogliono, sia sulla sua salute fisica, sia sulle sue eventuali sedute presso uno psicologo: i contratti prevedono anche l’accesso diretto dei compratori a tutte le sue cartelle cliniche.

La vita sessuale

I contratti, poi, dispongono anche della vita sessuale della surrogata, che si impegna a non avere alcun rapporto sessuale o intimo con alcuno, oppure ad averne solo con il  partner che si sottoponga a determinati test medici e venga quindi approvato dai compratori.

Il diritto all’aborto

Inoltre, nei contratti c’è di solito una clausola di aborto e/o risoluzione:  i compratori si riservano il diritto di far terminare la gravidanza entro 18 settimane. Diritto che possono esercitare a richiesta, in modo assoluto e senza dover addurre alcuna spiegazione o giustificazione. A maggior ragione, il diritto all’aborto (non della donna incinta, dei compratori! Ma le femministe non dicono niente?) può essere esercitato dai compratori in caso di eventuali anomalie genetiche o altri difetti del nascituro. Può essere previsto anche l’aborto sesso-selettivo.

I compratori, poi, si riservano il diritto ultimo e unico di abortire eventuali embrioni in più, prima della ventesima settimana di gestazione: «Hanno essi il diritto esclusivo di determinare il numero di feti da ridurre selettivamente».

Il testamento biologico

Se poi alla surrogata dovesse capitare un accidente, è inutile che abbia fatto testamento biologico (sempre alla faccia dell’autodeterminazione): i compratori avranno voce in capitolo esclusiva per tenere in vita la donna, qualora la gravidanza fosse nel secondo o terzo trimestre, per tutto il tempo necessario a raggiungere la vitalità del feto, tenendo conto del miglior interesse e del benessere del bambino. Il marito della surrogata, o un suo parente  prossimo, avranno voce in capitolo per il distacco dei macchinari o altri interventi sulla malata, solo dopo la nascita del bambino.

Sanzioni

E infine ci sono ben evidenziate in grassetto le sanzioni per la surrogata che viola il patto:  rinuncia ai pagamenti ricevuti e a quelli da ricevere e potrà essere ritenuta responsabile dei danni derivanti dalla violazione dell’accordo. Viene di solito specificato che la surrogata può essere chiamata a risarcire – salvo il maggior danno – i costi della fecondazione artificiale, le commissioni dell’agenzia intermediaria, gli onorari del procuratore, i farmaci, le spese di viaggio. Saranno inoltre a suo carico la cura e i costi da sostenere per il bambino, nato contro la volontà dei compratori, fino a che non abbia compiuto 18 anni.

Insomma, è evidente che i  contratti di utero in affitto sono scritti per proteggere gli interessi dei compratori, non della madre surrogata o del bambino.

E perché una donna adulta si presta a firmare contratti del genere? Per soldi.

Magari inizialmente viene attratta dall’idea di poter “donare” una vita (?) a chi non può avere figli; le si assicura a parole che i rischi sono ridotti al minimo; ma poi il denaro mina il processo di libera adesione al patto. Saranno sempre le persone che hanno bisogno di soldi quelle che si vendono; i ricchi quelli che comprano.

Un’ultima precisazione: nei contratti non solo non si usa mai la parola “madre”, ma si usa il termine “genitori” in riferimento a coloro che comprano il bambino e affittano l’utero. Beh, avrete notato, noi ci rifiutiamo di chiamarli così.

Francesca Romana Poleggi

La voce del buon senso

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2 Commenti, RSS

  • Simone Sdondi

    dice su:
    25/10/2018 alle 12:55

    Ho una visione differente su moltissimi temi ma su questo concordo al 100%. Non per polemica gratuita, devo però fare una puntualizzazione sull’articolo: perché ad un certo punto affermare con tono ironico che le femministe non dicono niente in merito? Che io sappia le femministe “dure e pure” hanno espresso totale avversione verso la maternità surrogata e in ambienti lesbici mi pare sia avvenuta anche una scissione del movimento sul tema, e non una semplice distanza d’opinione.

    • Redazione

      dice su:
      26/10/2018 alle 07:04

      Giusto. Il movimento femminista è spaccato sul tema. Qui mi riferivo al silenzio delle femministe nostrane (Boldrini, Cirinnà e compagnia bella).

      FRP

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