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Home Page > Famiglia e Economia > WCF 2019, cosa hanno detto i politici che hanno accettato l’invito a Verona
WCF_Verona

Non è stato un evento politico, né intendeva essere una passerella in vista delle prossime Europee. Il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie ha rappresentato, piuttosto, un momento culturale, scientifico e pedagogico, in cui la politica e le istituzioni sono state richiamate alla loro responsabilità. Le risposte ricevute non sono state certo tutte di un unico segno. Ogni politico coinvolto ha parlato in base alla propria sensibilità e ciò che conta è che, in questa polifonia di voci, il dibattito sia stato aperto.

La voce del buon senso Tutte le forze politiche, maggioranza e opposizione, sono state invitate al Congresso di Verona. C’è chi ha scelto liberamente, come il neosegretario del Pd Nicola Zingaretti, di appoggiare la contromanifestazione lgbt/femminista, c’è chi, come il vicepremier Luigi Di Maio, ha opposto un caparbio rifiuto a tutte le istanze del Congresso, mettendo (volutamente?) a repentaglio la tenuta della maggioranza. Se, da un lato, la Regione Veneto ha predisposto il suo patrocinio, l’intervento del presidente Luca Zaia è stato pieno di distinguo e – quasi a rassicurare le lobby – il governatore si è affrettato a precisare che «l’omofobia è una patologia» e che la legge 194 non si tocca.

Il Ministro per la Famiglia e la Disabilità, Lorenzo Fontana, altro patrocinatore del Congresso, ha rivendicato i risultati raggiunti per le famiglie dal governo: risultati fin qui forse ancora esigui, come da lui stesso riconosciuto, tuttavia la sottolineatura di Fontana sul valore aggiunto delle donne e delle madri sul lavoro è stata particolarmente incisiva, così come il riferimento all’eroismo quotidiano delle famiglie con figli disabili.

Equilibrato l’intervento del Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, soffermatosi in particolare sulla crisi demografica e sulla non contraddizione tra famiglia da un lato, diritti ed emancipazione dall’altro.

Anti-balle l’intervento del vicepremier e Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che ha puntato sui temi della famiglia come punto di partenza, per spaziare dalla controversia sulle adozioni alla dignità delle donne minacciate più dall’Islam che non dal Congresso Mondiale delle Famiglie.

Applauditissima Giorgia Meloni: la leader di Fratelli d’Italia è stata abile a smontare, una per una, tutte le accuse rivolte agli organizzatori del Congresso, ponendone in luce i veri obiettivi, in particolare la reale tutela dei diritti delle donne. La Meloni ha condannato l’utero in affitto come lesivo della dignità femminile e ha svelato la reale mistificazione sulla Legge 194, applicata in modo tale da non permettere alternativa alle donne che non sia quella dell’aborto. Al fondo del suo discorso, la Meloni ha messo in luce il valore sociale della maternità e della natalità e ciò ha rappresentato uno degli argomenti più forti della discussione politica al Congresso.

Meno pubblicizzata ma estremamente significativa la presenza della senatrice Tiziana Drago, unica esponente del M5S ad aver accettato l’invito a partecipare al Congresso. Vincendo il proprio iniziale pregiudizio, la parlamentare pentastellata è intervenuta a Verona, affermando che «i pregiudizi ci sono da ambo le parti» ma un “dialogo” è possibile e doveroso: in tal modo, la Drago ha provocato sul web le ire dell’ala radicale del suo partito. Pur sbilanciandosi molto poco, la senatrice ha comunque aperto una breccia nella rigidità ideologica del M5S sui temi etici. Basterà, però, una rondine a fare primavera?

Luca Marcolivio

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Un Commento, RSS

  • Ugo Bresciani

    dice su:
    03/04/2019 alle 12:35

    Non son abituale visitatore del vostro sito,ove oggi cercavo l’intervento integrale di L.Zaia(di cui peraltro ho più volte apprezzato le posizioni)e i vostri commenti. Guarda caso radio e telegiornali hanno riportato soprattutto il suo opportunistico inciso sull’omofobia = malattia (!). Spero che qualcuno più qualificato di me possa illustrargli, con lettera e raccolta firme, la colossale mistificazione con cui l’OMS riuscì in sordina a derubricare dalle patologie l’omosessualità in genere, cioè il sondaggio cui aderì una percentuale irrisoria degli studiosi della psiche. Ciò in dispregio all’intera branca delle scienze che tutt’ora ne studia le varie sfaccettature.
    Che pubblici amministratori si prestino a questo gioco è grave, soprattutto se son della stessa area che oggi contrasta la grave censura verso chi vuole, e deve, chiamare le cose col loro vero nome.
    A tal fine vi suggerirei di usare anche change.org, che offre un’ulteriore platea, forse più estesa della vostra mailing-list

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