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Una splendida riflessione che prende sì le mosse dalla sentenza del Tribunale di Roma che ha consentito l’ adozione di una bambina da parte della convivente lesbica della madre naturale ma tocca i gangli vitali del tema: il diritto dei bambini e la sovversione delle priorità della politica.

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Ho provato a tornare indietro nel tempo, a quando fra i banchi di scuola – le elementari, o poco più – ti chiedono di prendere la penna e sul foglio bianco scrivere quello che rappresentano la tua mamma e il tuo papà, parlare della famiglia, disegnarne il ritratto che hai in mente, raccontare sogni e progetti per il futuro. Qualunque sia la situazione tra le mura domestiche, quantunque siano i soldi sul conto in banca o le volte che i genitori litigano, per quanto si possa esser cresciuti tra week end alternati tra una casa e l’altra di coniugi separati e imparato troppo in fretta che la famiglia del mulino bianco non corrisponde pressoché sempre alla realtà delle cose, tuttavia, quel futuro, è pur sempre a tinte pastello. Perché è questo, ciò che fa la mente di un bambino: tinge d’acquerelli anche i giorni più neri, illumina a giorno una camera oscura. È la capacità di sognare, quella congenita, inspiegabile, inafferrabile predisposizione naturale all’immaginazione, che si perde crescendo, come il più oneroso pegno da pagare per varcare le soglie del mondo adulto ma che, fin quando regge, non importa la si chiami infanzia, adolescenza o prepubertà, rappresenta comunque il bagaglio prezioso di cui ci ha dotato, insieme al dono della vita, qualcuno molto generoso lassù in alto.

Così ci ho provato, e ci ho provato davvero, a immaginare cosa mi chiederebbe oggi una maestra, sul quel foglio bianco. E ho cominciato, idealmente a scrivere e cancellare, riscrivere e ri-cancellare. Ogni volta, in mille modi diversi, le uniche parole che ho visto naturalmente comparire sulla pagina erano sempre e solo due: mamma e papà.

E se potrebbe apparire un amarcord, degno di ogni più cinico sentimentalismo di un’anziana nonna, ci tengo subito a precisare e rassicurare che dai tempi in cui ero tra i banchi di scuola, invece, non è passato poi molto. Ho appena ventiquattro anni. Ventiquattro, sì, e son cosciente e consapevole di incarnare un  pensiero controtendenza, di dare facile adito a critiche soprattutto tra i miei coetanei, troppo facilmente preda di banali stereotipi, di qualunquismo e facili generalizzazioni, di cui credo – dopotutto, a loro discolpa – siano in fondo solo vittime sistematiche.  La mia è però una doverosa una presa d’atto, una sollevazione di spirito e di pensiero, perché se penso a quel foglio bianco, quando penso a quale traccia di un tema o di un disegno, di qui a qualche anno, possa essere somministrata a un bambino, a scuola o all’asilo, un susseguirsi incalzante di domande e di dubbi mi lascia un’amarezza di fondo che fatico a placare. Un’angosciante senso di impotenza, è ciò che provo dinanzi allo sgretolarsi, giorno per giorno, sotto i miei occhi, di tutto quel bagaglio di certezze e di principi, di morale, di etica, di valori che hanno accompagnato la mia crescita e che ritengo sia sacrosanto e doveroso accompagnino la crescita di tutti i bambini.

Mi domando, e lo domando indirettamente a chiunque altro, che diritto si abbia di negare ad un infante la spontaneità della più recondita, elementare e semplice legge degli opposti? Quella che rende nettamente distinti i ruoli, ma soprattutto il valore, il sistema affettivo, relazionale, disciplinare e di principi, che è racchiuso dentro quelle due semplici parole: madre e padre? Ma, soprattutto, fino a che punto può spingersi la ratio di chi trova non solo opportuno bensì ormai inevitabile chiedere di sostituire le parole madre e padre con “genitore uno” e “genitore due”? Quale cieco ed ostinato, crudele egoismo può legittimare la decisione di rendere “naturale” ciò che per natura non esiste, perché non è in natura contemplato e mai sarà in natura riproducibile, inculcando ad un bambino l’accettazione passiva del nucleo familiare doppione, due padri o due madri, come fosse la“normalità” delle cose?

Io una risposta non ce l’ho, ammesso che una risposta vi sia. Ma una riflessione su questi temi non è più procrastinabile. Ce lo impone la storia, di cui si discute proprio in questi giorni, di quella bambina affidata ad una coppia di conviventi lesbiche italiane. Quella bambina, più che figlia biologica di una delle due donne, riesco a definirla, con grande rammarico, figlia di un vulnus legislativo e di una sordida, subdola manipolazione di coscienze e di diritto. E tuttavia, per quanto mi piacerebbe cedere alla tentazione di inserirmi anche io nell’acceso dibattito che sta animando le pagine dei giornali, con botta e risposta da questa e quella parte politica, insistendo sulla questione della legittimità o meno di una sentenza che di fatto tradisce l’ordinamento costituzionale italiano, non è poi questo il vero fulcro della discussione.

Piuttosto, a questa e quella parte politica, tanto facilmente pronte a scendere in campo su un tema di facile appeal, a metter bocca lì dove si intravedono margini di protagonismo anche a costo di sacrificare contenuti concreti in favore delle luci della ribalta; ai giudici sempre più simili a prestigiatori che, come coniglio dal cilindro, tiran fuori sempre più spesso libere interpretazioni di norme teoricamente non sovvertibili; a tutti quelli che “finalmente anche in Italia la stepchild adoption”, senza poi ben sapere effettivamente cosa sia né avere la lucida serietà di soffermarsi a comprenderne la portata reale delle conseguenze effettive; ebbene, a coloro che, nel bene o nel male, hanno comunque nelle mani le sorti di questo Paese, preferisco piuttosto rivolgere un sentitissimo, profondamente accorato invito: non offendeteci.

Perché è proprio così, che mi sento: offesa. Anzi di più: sbeffeggiata, umiliata, derisa. Da un Paese, da una generazione, da una classe dirigente che reputa fondamentale tenere alta l’attenzione sulla necessità di riconoscere il diritto a due madri e due padri di poter liberamente predisporre la compravendita di uteri e procreare artificialmente, magari a tavolino, quello che in realtà è una un dono superiore. Della natura.

Mi sento offesa da un Paese disseminato di vertiginose e imbarazzanti contraddizioni, il Paese in cui “due pesi e due misure” si traduce nel danno e nella beffa. Chi sa dirmi perché i miei sogni nel cassetto non abbiano lo stesso peso di quelli della mamma lesbica? Perché per me, giovane donna di 24 anni che mi affanno nella ricerca di un lavoro stabile e per vedere riconosciuti i miei sacrifici, non ci sono incentivi né sussidi né agevolazioni né sentenze giudiziarie né dibattiti in Parlamento, che mi aiutino a coltivare il mio desiderio di mettere al mondo una creatura, pur nelle difficoltà di questo momento storico ed economico?

Io, e come me tante altre donne, non faccio notizia. Perché la maternità, il desiderio di procreare, quello di una famiglia, non è più un valore da difendere e tutelare, a meno che non abbia i contorni della non convenzionalità di genere. Io, però, questo non posso accettarlo. Come cittadina. Come giovane donna poco più che ventenne. Come donna che vorrebbe diventare madre, un giorno, e spera che quel giorno non sia per cause di forza maggiore fra vent’anni. Ma, soprattutto, come futura madre che vorrebbe non doversi vergognare di dire ai propri figli che nessun “genitore uno e due” potrà mai sostituire la bellezza di un uomo e di una donna, di una giovane coppia che, amandosi, dà vita alla vita.

La storia – soprattutto la nostra, di storia – ci insegna fin troppo bene che leggi, le norme, perfino la Costituzione possono cambiare, per cui non so poi a che o a chi giovi appigliarsi a discutere ciò che è consentito, previsto o meno. Piuttosto, si rifletta su questo: c’è qualcosa che la giurisprudenza non può né mai potrà legittimare, che non è arbitrariamente interpretabile né soggetto a svalutazioni di sorta. Quella cosa è il diritto di natura. E, ogni bambino, ha diritto a non veder violato quel diritto.

Silvia Cocuzza

 

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7 Commenti, RSS

  • Anna

    dice su:
    01/09/2014 alle 14:03

    Continua così…24 anni di pura naturale saggezza!

  • elisa

    dice su:
    01/09/2014 alle 15:55

    Complimenti Silvia!!! Mi sono ritrovata tanto nelle tue parole!!

  • Gerardo Astore

    dice su:
    01/09/2014 alle 17:37

    Hanno costruito dei lager delle opinioni (forse hanno già in mente quelli fisici dove rinchiuderanno quelli non allineati con tanto di numerino tatuato) ma occorre resistere perché ogni dittatura è un idolo che non sente, non vede, e non parla al cuore dell’uomo. Cosa darà l’uomo in cambio di sé stesso? Brava Silvia!

  • MARIO BRACCI DEBOTI

    dice su:
    01/09/2014 alle 21:43

    Io ho vissuto il famigerato ’68. Dico famigerato perche’ anche allora mi opponevo alle farneticazzioni di una cultura manipolata e politicizzata. Il piano era chiaro: il nostro paese doveva prepararsi ad entrare nella grande famiglia bolscevica. I nemici da abbattere erano la nostra storia ed i nostri valori. Dovevamo rinunciare ad ogni anelito di nazione ed abolire ogni nostra eccellenza. Questo era il paradiso promesso. La grande madre Russia ci avrebbe accolti come figli ubbidienti. Patria, bandiera, famiglia e religione erano i simboli da abbattere. Per fortuna il paese non e’ caduto nel tranello e loro non vinsero le elezioni. Riuscirono pero’ a far cadere il governo con l’aiuto di una parte della magistratura. Ma anche stavolta il potere gli sfuggi. La lotta successiva fu senza quartiere. L’avversario politico doveva essere distrutto ad ogni costo. Perche’ mi dilungo in una analisi ormai stantia? Perche’ quello spirito che li animava nel ’68 e’ rimasto nelle menti di coloro che oggi ci governano. Cosa temono di piu’ in questi giorni? Il voto degli italiani. Non hanno mai vinto democraticamente e sanno che potrebbero perdere ancora. L’Italia e’ un paese con storie e tradizioni millenarie, ove la famiglia e’ un valore sacro ed inviolabile. La loro arroganza li condannera’ nella storia. La loro cultura svanira’ con loro.

  • grazia

    dice su:
    02/09/2014 alle 13:51

    Vorrei che tutte le coppie di fatto eterosessuali, ora PRETENDESSERO di poterdottare un bambino!!!Il precedente c’è, se ne prendano la responsabilità!!!!

  • Eric

    dice su:
    02/09/2014 alle 17:43

    Se mi impegno, riesco perfino ad immaginare la sensazione di incertezza che lei prova quando si trova di fronte allo sgretolarsi di ciò che chiama “bagaglio di certezze e di principi, di morale, di etica e di valori”.

    Tutti per un motivo o per l’altro abbiamo provato sensazioni simili. Penso che le abbiano provate anche coloro che si battevano per la schiavitù quando iniziò ad essere chiaro che sarebbe stata abolita. Questo, ben lungi dal voler paragonare le due situazioni in esame e senza alcun intento denigratorio, solo per sottolineare come spesso, nel corso della storia, lo sgretolamento dei principi, della morale e dei valori abbia solo portato ad immensi miglioramenti nel livello di civiltà dell’umanità tutta. Una premessa necessaria per dibattere un articolo che parte dal presupposto che l’attuale sgretolamento non possa che portare danni.

    Lei, per farla breve, si domanda e ci domanda, come si possa negare ad un infante il diritto di avere un padre ed una madre. E, chi ai suoi occhi starebbe violando i diritti dei bambini, lo definisce “cieco ed ostinato, crudele” egoista. Questi suoi duri giudizi, che presuppongono una volontà appunto egoistica, maligna e reiterata, lei li emette affermando che non possa essere reso naturale ciò che per natura non esiste, non è contemplato e non sarà mai riproducibile. La risposta alla sua domanda è che essa, con tali presupposti, non ha ragione di esistere. Ciò che lei descrive in maniera davvero divertente come innaturale e non riproducibile, è invece perfettamente naturale e non ha affatto bisogno di essere riprodotto. Ovviamente due individui dello stesso genere non possono riprodursi ma l’omogenitorialità in natura (che è l’equivalente delle adozioni da parte di coppie gay nell’uomo) esiste eccome. All’inizio si pensava fosse dovuto alla condizione di cattività degli animali in cui veniva osservata ma poi si è scoperto che, seppur raro per ovvie ragioni, il fenomeno delle coppie di animali omosessuali che crescono prole avviene anche spontaneamente in natura. Non sto dicendo che se avviene in natura allora è giusto smettere di pensarci e renderlo possibile anche nelle società umane. Sto dicendo, invece, che chiamare in causa la natura per tentare di provare che l’adozione alle coppie omosessuali sia sbagliata, è un autogol. E pensi che lei tale autogol lo pone perfino in chiusura di articolo, parlando di “diritto di natura”. Se volessi essere poco serio e poco incline al dibattito le potrei dire che, visto che la natura contempla l’omogenitorialità, allora l’unico vero diritto è quello delle coppie gay di essere considerate per le procedure di adozione (considerate, ovviamente, perché come per tutti devono valere i controlli: nessuna coppia ha il diritto di adottare ma tutte dovrebbero avere il diritto di essere considerate). Ma non lo farò perché, a differenza sua, penso che la natura dovrebbe essere tenuta fuori da questo discorso che, secondo me, deve basarsi solo su argomenti psicologici ed antropologici.

    Ad ogni modo, visto che l’omogenitorialità è naturale, quale sarebbe l’ostinata egoista cecità di chi è favorevole alle adozioni da parte di coppie omosessuali? Su quali basi effettive può permettersi – moralmente parlando – di emettere un giudizio così negativo? Non pensa che, alla luce dei fatti, fino a questo punto l’unica ostinata cecità sia stata la sua? Infondo non servono grandi sforzi per accertarsi dello stato delle cose in natura e solitamente, prima di puntare il dito, si cercano prove a supporto delle proprie accuse.

    Nella seconda parte del suo articolo, esamina la recente sentenza che è stata emessa, la quale ha riconosciuto alla compagna di una donna (madre biologica di una bambina) di essere riconosciuta anch’essa come genitore legale. Io credo che la sua contrarietà alla “gestazione per altri” sia un argomento da tenere ben lontano dalla sentenza emessa in questi giorni. Tale sentenza non ha fatto altro che riconoscere una situazione di fatto in cui quella bambina vive da quando è nata. Indipendentemente da come la si pensi sulla maternità surrogata, credo che ogni persona intellettualmente onesta riconoscerebbe che, nella situazione di fatto attuale, la cosa più giusta era effettivamente riconoscere l’altra donna come secondo genitore. Questo per tutelare la bambina che altrimenti, in caso di morte della madre biologica, sarebbe forse stata strappata alla donna che le ha fatto da madre da quando è nata, pur non essendo un genitore biologico. E questo sì, sarebbe stato il vero vulnus. Perché tutte le ricerche scientifiche serie dimostrano che i figli delle coppie gay crescono bene come quelli delle coppie etero. Ma nessuna ricerca dimostra, ovviamente, che un bambino stia bene quando viene separato da entrambe le figure che lo hanno cresciuto. Ecco perché i due argomenti sono da tenere separati, a parer mio. ll fatto che una persona sia contraria alla maternità surrogata, non dovrebbe impedirle di esaminare obiettivamente e senza ipocrisie la situazione della stepchild adoption.

    E a questo proposito le faccio notare che il caso in questione, seppure sia una stepchild adoption nei fatti, dal punto di vista legale, non c’entra niente. I giudici non hanno né sovvertito né interpretato alcuna norma. Si sono limitati ad applicare una legge che regolamenta alcuni casi casi particolari. Nel regolamentare tali casi, la legge in questione non pone vincoli di sorta. Dunque, in effetti, dire che i giudici abbiano legiferato, inventato o sovvertito, è sbagliato. Ancora più sbagliato alla luce delle sentenze della Cassazione, della Corte Costituzionale e della Corte Europea dei diritti dell’Uomo (corte, quest’ultima, che ha addirittura OBBLIGATO l’Austria a riconoscere la stepchild adoption in seguito al ricorso di una coppia come quella che in Italia ha vinto la recente causa). Ergo, da questo punto di vista giudiziario, sarebbe stato forse più sovversivo non riconoscere quella donna come genitore.

    Avrà già capito che io sono uno di quei tanti coetanei che non sono d’accordo con lei. Ma se le devo dire la verità, la parte dell’articolo che suscita in me maggiore contrarietà, è proprio quella in cui lei ci annuncia di sentirsi offesa. Non certo per il fatto che lei si senta offesa in quanto ha citato abbastanza motivi validissimi per cui esserlo. La mia contrarietà deriva da un paragone. Anche io ho 24 anni come lei. Anche io ho sogni per la mia vita futura, per la mia famiglia, per il mio lavoro. Peccato però che io sia gay e che in questa Italia, a differenza degli altri 24enni eterosessuali, io abbia un problema in più: quello che mi crea lo Stato stabilendo che il mio ragazzo ed io non possiamo essere una famiglia ed essere regolati dal diritto di famiglia. Lei fa bene a sentirsi insultata dal modo in cui l’Italia la tratta ma fa male ad identificare le persone LGBT come una causa: a noi, l’Italia, tratta pure peggio. Dunque, invece di insinuare che i sogni nel cassetto delle mamme lesbiche vengano fatti contare di più rispetto ai suoi, contatti un avvocato e faccia valere le sue ragioni in tribunale o dove ritiene. La vittoria di quelle due mamme lesbiche non è piovuta dal cielo, gettata come manna da uno Stato che ci privilegia: è il frutto di decenni di battaglie di un intero movimento, nonché dell’azione legale diretta di una persona. Ecco perché mi contraria leggere del suo sentirsi offesa. Dopo aver dipinto noi e le nostre famiglie come ciechi, ostinati e crudeli egoisti sulla base della sua disinformazione (altre motivazioni che non fossero quella della natura non ne ha riportate) ora si sente pure offesa dal fatto che qualche istituzione vividdio si occupi di noi? Se lei è offesa, con tutto il rispetto, io dovrei essere furioso. Perché io, almeno, chiedo giustizia sociale per tutti. Lei, in questo articolo, l’ha chiesta per lei stessa, in contrapposizione ad altri. E da questo punto di vista, ci starebbe un interessante dibattito sull’egoismo. Qui sì.

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