20/02/2017

Amore che credi, amore che scrivi: #ciaone all’italiano!

«Vi auguriamo un’amore che è tutto un programma» e «Un amore è un’amore»: sono solo due delle terribili frasi sgrammaticate con le quali gli italiani sono stati costretti a fare i conti attorno alla festa di San Valentino, con un bel #ciaone a Dante, Manzoni e compagnia e alle maestre con le matite rosse e blu.

Oramai pare che, per essere accettati (e, forse, per essere compresi), si debba parlare e scrivere in questo pseudo-italiano. Il che, per chi adora il punto e virgola e le parole d’un tempo, ma anche per i semplici amanti del bello, costituisce un problema non da poco.

Un’amore, si diceva. Sì, perché secondo alcuni – Real Time in testa – il termine amore viene ingiustamente considerato di genere maschile ed è dunque «maschilista e sessista». Ecco quindi l’appello all’Accademia della Crusca affinché “amore” venga cambiato nel genere in neutro (sic!). Un amore gender, insomma, che possa essere utilizzato al maschile o al femminile a seconda del sentimento del momento. Non c’è che dire, la richiesta potrebbe anche sembrare geniale, se non fosse demoniaca nei presupposti e negli intenti di rivoluzionare la nostra società, andando a minare l’identità delle singole persone.

Per quanto riguarda l’aspetto della lingua italiana, la sempre acuta Annalena Benini commentava su Il Foglio, in riferimento al grido d’allarme lanciato da seicento docenti universitari in merito all’ignoranza lessicale dello studente italiano medio: «È in atto una trasformazione della lingua italiana, una “liberazione” dalla grammatica, dall’ortografia (la virgola dopo il soggetto!) e dalle regole della consecutio temporum. Come se fosse roba superata, inutile, troppo noiosa per avere ancora senso, anche un po’ altezzosa, da gente che per sembrare chic, non essendolo, solleva il mignolo quando beve il caffè. [...] È l’abbandono di qualcosa che non ha più valore, perché ci sono tantissimi altri modi di comunicare, e comunque “Parla come un libro stampato” non è più un complimento, ma una dichiarazione di sospetto».

Il messaggio di fondo è: dato che nessuno sa più scrivere, ognuno scriva pure come vuole... Il che, almeno in linea di principio, potrebbe anche funzionare, ma poi nella concretezza il castello di carte non regge: la lingua serve per comunicare, ma se non si hanno regole comuni, la cosa diventa impossibile... quindi possiamo stare tranquilli: come è passata la moda delle (obbrobriose) abbreviazioni “xké”, “ke”, “xdono”, “qnt”, “tv1kdb” e via discorrendo, passerà anche questa e torneremo a usare l’apostrofo e il congiuntivo...

Una cosa però è certa: gli attacchi alla legge naturale sono sempre di più e si fanno sempre più sottili. Di fronte a tutto questo è quindi sempre più necessario rimanere vigili, anche a costo di farsi dare delle persone “noiose” e “retrograde”. 

Se non si sa parlare, non si può neanche scrivere e pensare bene, afferma ancora la Benini.

Al bando dunque i #cianone di sorta e i fiori petalosi. Ritorniamo all’Addio Monti di Manzoni e a Il gelsomino notturno di Pascoli: ritorniamo alla bellezza di una lingua da sempre invidiata, sintesi geniale di semplicità e di cultura.  

Teresa Moro


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