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Home Page > Filosofia e morale > Biotecnologia: gli esseri viventi sono manipolabili?
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La biotecnologia ha dei limiti, oppure ogni manipolazione è lecita?

La domanda è di primaria importanza, soprattutto a partire dal 25 aprile 1953, una data, a suo modo, storica. È questo infatti il giorno in cui due ricercatori, James Watson e Francis Crick presentano per la prima volta, sulla rivista Nature, la struttura del Dna. È il primo vagito della rivoluzione genetica propiziata dagli enormi progressi della biologia molecolare, quella branca della biologia che studia il funzionamento degli esseri viventi a livello molecolare.

La possibilità di intervenire sul patrimonio genetico inaugura un’era nuova, nella quale anche il vivente diventa ingegnerizzabile. La grande novità è che «l’uomo, per la prima volta, può ri-creare se stesso», come ha scritto il medico Leon R. Kass.

La biotecnologia però, a differenza dell’ingegneria meccanica, ha a che fare con un «materiale» attivo: l’organismo vivente. Manipolare la struttura di un essere vivente – oltre a porre una serie infinita di problemi tecnici – solleva anche, inesorabilmente, un dilemma etico inaggirabile.

L’ingegneria tradizionale, di stampo meccanico, si prefigge sempre degli scopi definiti dal conseguimento di una qualche utilità, a vantaggio dei singoli esseri umani o della collettività. Nessuna costruzione tecnica è un fine in sé. Un ponte è definito anzitutto dalla sua funzionalità. Il ponte serve a far transitare dei mezzi di locomozione e nessuno si sognerebbe di contemplarlo come un dipinto o una statua. Non che il ponte debba necessariamente essere sgradevole dal punto di vista estetico, ma non è certo la bellezza della sua forma il parametro principale per valutarne l’utilità. Un ponte innanzitutto serve a qualcosa. Lo scopo dell’ingegneria consiste sempre nel procurare un vantaggio all’essere umano attraverso la messa a disposizione di mezzi non umani.

Ma nel momento in cui anche gli esseri viventi diventano l’oggetto della manipolazione ingegneristica, con la biotecnologia, si pone un serio problema. Se “utile” infatti vuol dire che “serve all’uomo”, allora che ne è dell’utilità della tecnica quando è l’uomo stesso a diventare oggetto di manipolazione tecnica?

La risposta non può che essere una sola: questa utilità svanisce, a meno di non ammettere che alcuni uomini “servono” ad altri uomini. Come purtroppo è accaduto, con conseguenze devastanti. Se l’organismo umano è equiparato a “materia vivente”, cosa fare allora con gli insuccessi della biotecnologia? Cosa fare con un essere umano deforme, ad esempio? E con embrioni poco performanti, inservibili all’impiego? Nell’ingegneria tradizionale i prodotti inservibili semplicemente si scartano. E anche l’ingegneria biologica, ahinoi, tende ad adottare la modalità dello “scarto”, come se un organismo vivente non fosse altro che materiale inerte, non vivo.

Questa barbarie tecnologica ha un mandante filosofico: il meccanicismo, la tendenza impostasi nella scienza da quando Cartesio ha ricondotto l’ordine dei corpi, viventi e non viventi, a quello dell’estensione geometrica pura secondo le tre dimensioni spaziali (lunghezza, larghezza, profondità). Anche la natura – compresa la natura “che nasce” – appare così come una massa priva di ordine, senza un disegno, un fine. Il vivente, per il meccanicismo, è solo un campo di forze spiegabili in maniera meccanica.

Date certe premesse, le conseguenze presto o tardi seguono inesorabilmente. Se anche la vita è “scartabile” non deve stupire che l’ordine politico-economico contemporaneo sia diventato un’immensa industria dello scarto. Come ha fatto osservare Zygmunt Bauman, la produzione di “eccedenze indesiderate” sembra essere uno dei principali effetti collaterali della modernizzazione: vite di “scarto”, “rifiuti umani”, esseri “in esubero”.

La vita umana diventa superflua nella misura in cui diventa disponibile all’uso. La barbarie, diceva José Ortega y Gasset, discende dalla mancanza di norme condivise. Se è così, allora che c’è di più barbarico di disattendere la norma iscritta nella natura stessa dell’uomo?

Andreas Hofer


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