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Home Page > Filosofia e morale > Crioconservazione come problema biogiuridico
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La crioconservazione dei corpi umani, la cosiddetta “crionica”, pone una serie di problemi bioetici. Abbiamo avviato una riflessione qui.

Oggi analizziamo la questione sotto l’aspetto biogiuridico.

«Gli uomini mentre fuggono la morte, la inseguono»: recita uno dei motti più celebri del noto filosofo del V-IV secolo a.C. Democrito.
Nonostante quasi 25 secoli di differenza trascorsi, l’osservazione è ancora attualissima, specialmente in un’epoca come quella presente in cui il rivendicato diritto di morire si sta progressivamente trasformando, come spesso accade, nel suo opposto, cioè nella rivendicazione del diritto di non morire.

Sebbene il desiderio di immortalità sia da sempre presente nell’essere umano, proprio in ragione della propria mortalità, l’immortalità a cui si ambisce oggi differisce da quella storicamente determinata.
Mentre, infatti, nell’antichità classica si aspirava ad una immortalità di tipo strettamente morale, per esempio tramite il raggiungimento della gloria in battaglia (si pensi agli eroi omerici come Achille), il Cristianesimo ha rivoluzionato una simile prospettiva tramite la rivelazione evangelica che ha svelato agli uomini il mistero della vita eterna e dell’immortalità dell’anima umana come imago Dei.

L’immortalità a cui ambisce, invece, l’uomo contemporaneo è quella biologica, cioè la possibilità di modificare biologicamente la propria struttura così da vincere la morte.

I tentativi di riprogrammazione dell’età cellulare, la sperimentazione sulle cellule staminali, il bio-enhancement (bio-potenziamento), la terapia genica, la medicina rigenerativa, la fabbricazione di tessuti e organi di sostituzione, il crescente sviluppo dell’integrazione dei sistemi bio-meccanici e bio-elettronici, rappresentano tutte le più recenti tappe di approssimazione verso il sogno d’immortalità desiderata dall’uomo odierno.

Punto nodale di un simile sviluppo è la crionica, cioè la tecnica che, insieme alla criobiologia, alla criotronica, alla crioelettronica, spera di condurre l’umanità all’immortalità attraverso la crioconservazione dei corpi.
La crioconservazione avviene a bassissime temperature con l’intento di ridurne il metabolismo di una persona viva consentendone una preservazione pressoché illimitata nel tempo, potendolo poi riportare in vita con il processo inverso.

Ci si trova, come ben si comprende, su quel terreno ancora tutto pionieristico a cavallo tra scienza e fantascienza, ma la situazione è ben più reale ed effettiva di ciò che si possa ritenere ad un primo sguardo superficiale.

La riprova viene diretta non solo dall’esistenza di alcune  centinaia di esseri umani già da alcuni decenni in stato di crioconservazione, ma anche e soprattutto dal recentissimo caso inglese della ragazza quattordicenne morta  di tumore, i genitori della quale sono stati autorizzati, da un tribunale appositamente adito, alla crioconservazione del cadavere con la speranza di poter “scongelare” la figlia riportandola in vita in un futuro in cui ci sarà una terapia adeguata per il suo tipo di cancro.

La tecnica è la seguente: dopo aver somministrato anticoagulanti come l’eparina e vasodilatatori come la nimodipina, il sangue del soggetto sottoposto a crioconservazione viene sostituito con la cosiddetta soluzione crioprotettiva, cioè in genere glicoletilene, dimetilsolfossido e altri componenti, che consente la vetrificazione dei tessuti umani, cioè il loro congelamento “immediato” senza la formazione dei cristalli di ghiaccio che potrebbero causare danni agli stessi; quindi il soggetto viene depositato nel criostato che manterrà la temperatura a circa -196° tramite l’uso di azoto liquido per tutto il tempo che si vorrà, anche centinaia e centinaia di anni.

Data l’innovatività della pratica e la sua delicata esecuzione, si intuiscono tutte le difficoltà etiche e giuridiche che ad essa sono connesse.

L’analisi in questo senso è molto lunga e complessa e richiederebbe una trattazione ben più articolata, ma si possono tracciare almeno i confini delle principali problematiche.
In primo luogo: considerati gli altissimi costi dell’intera procedura, cioè circa 300 mila dollari per ogni crioconservazione, oltre i costi di gestione nel tempo, il dubbio è che, a prescindere dall’efficacia di una tale tecnica, soltanto i più ricchi possano in futuro acquistare il diritto all’immortalità, con la verosimile prospettiva di dividere la società umana in ricchi immortali e poveri mortali.

In secondo luogo, problemi di non poco rilievo sorgono in merito alla regolazione giuridica di una eventuale eredità: il crioconservato deve considerarsi morto e quindi si deve aprire la sua successione a favore degli eredi, oppure si deve considerare vivo e quindi non si può innescare tutta la procedura successoria (con la possibilità teorica che i figli muoiano prima dei genitori senza essere eredi di questi)?

In terzo luogo: qualora qualcosa non funzionasse nel risveglio (o resurrezione?) del soggetto crioconservato, il medico che dovrebbe presiedere l’intera procedura sarebbe responsabile di omicidio colposo secondo le ordinarie regole della responsabilità medica oppure no?

In quarto luogo: sotto il versante più strettamente etico ci si deve chiedere che cosa accade al senso dell’esistenza dopo che un soggetto crioconservato si risveglia in un’epoca storica in cui la sua esistenza non esiste più, data la verosimile scomparsa di parenti e amici che sono il livello primario della relazionalità naturale dell’uomo.

In quinto luogo: cosa ne sarebbe anche del senso della vita nel caso in cui essa potesse essere prolungata indefinitivamente, anche a cicli alterni di crioconservazione e risveglio, bluffando così la morte?

Infine: il soggetto crioconservato recupererebbe la propria coscienza oppure no?

Si dovrebbe inoltre distinguere il caso in cui ad essere crioconservato sia un soggetto già dichiarato deceduto – come la ragazza inglese di cui s’è detto – trattandosi in questa evenienza soltanto di una delle varie modalità di conservazione di un cadavere che come tale non presenta particolari problematiche etiche, dal caso in cui, invece, ad essere crioconservato sia un soggetto ancora in vita, anche non malato, che, per esempio, decidesse di “viaggiare nel tempo” attraverso una “pausa” nel gioco della sua vita per poterla allungare e scoprire il mondo dopo uno, due o tre secoli.

Per quanto riguarda la prima ipotesi, cioè la crioconservazione di un soggetto già dichiarato morto, occorre anche specificare che per adesso non vi sono tecnologie in grado di restituirgli la vita nell’evenienza in cui fosse “dimesso” dal criostato; tuttavia, sarebbe opportuno chiedersi, qualora in futuro esistesse perfino una simile tecnologia, se avrà la sua stessa anima oppure no.

Nel caso in cui ad essere crioconservato, invece, fosse un soggetto ancora vivo e vegeto alcuni interrogativi s’impongono: sarebbe moralmente legittima una richiesta di tal fatta? Esiste un diritto al prolungamento della vita? Esiste il diritto a scavalcare il limite temporale dell’esistenza? Potrebbe il soggetto cambiare idea nel tempo in cui è crioconservato? Come esprimere un simile ripensamento? Che diritti potrebbe rivendicare – qualora nel frattempo fossero mutate le condizioni dell’habitat giuridico – nei confronti delle generazioni future il soggetto che provenisse dalla crioconservazione? Le generazioni future, a loro volta, avrebbero degli obblighi, se si quali, nei confronti dei crionauti che provenissero dalla crioconservazione per vivere il domani?

Alla luce di tutto ciò, non si può fare a meno di notare come la scomparsa di ogni metafisica dalla vita e della vita conduce inevitabilmente alla scomparsa di ogni metafisica della morte, cioè alla perdita del senso della vita consegue inevitabilmente anche la perdita del senso della morte (e viceversa), come del resto ha giustamente precisato Georg Simmel:«Come concepiamo la vita e come concepiamo la morte sono soltanto due aspetti di un atteggiamento di fondo unitario».

Con tutta evidenza ci si trova già nell’epoca post-mortale, cioè quella in cui ogni desiderio diventa diritto, e ogni diritto viene soddisfatto dal progresso tecnico e scientifico, ovvero dal potere che prometeicamente l’uomo dona a se stesso; ci si trova cioè nell’epoca di un diritto senza limiti che fa risuonare ancora più chiaramente le considerazioni di Céline Lafontaine la quale ha giustamente notato che «eretta al rango di valore assoluto, la ricerca della felicità individuale e dello sviluppo personale non tollera alcun limite, neppure la morte».

Cosa resta del diritto in un simile scenario? Cosa resta dell’uomo? L’umanità dell’uomo può considerarsi estinta a causa della raggiunta immortalità?

Aldo Vitale


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