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La sapete l’ultima sulla fecondazione in vitro? Si tratta di un algoritmo che consentirà di selezionare la donna donatrice con fenotipi più simili agli aspiranti genitori, così da garantire alla coppia un figlio su commissione che sembri il più possibile biologico. L’ideona è venuta alla spagnola Ovobank, una delle banche di ovuli più note in Europa, la quale ha pensato di mettere a punto questo meccanismo che si baserà, in buona sostanza, sul riconoscimento facciale.

Alla fine dei conti, come ha ben spiegato Marianna Baroli su La Verità, si tratta di un’app, vale a dire di un programma – sviluppato, appunto, dalla nota banca di ovociti di Marbella – che pare stia già riscuotendo successo anche nel nostro Paese, dove, fanno sapere i responsabili del centro di riproduzione assistita Altamedica di Roma, «tra le donne che si rivolgono al nostro centro una su due sceglie di utilizzare la nuova applicazione. Nel prossimo futuro questo software avrà un’ampia diffusione perché ha il vantaggio non indifferente di placare le ansie di tante donne che si avvicinano alla fecondazione eterologa».

Il successo di questo programma sembra determinato anche dalla sua facilità di funzionamento. Si scarica sullo smartphone l’applicazione Ovomatch, si inseriscono numerosi dati e alla fine, come si suol dire, arriva il conto. «L’ultima schermata ci riepiloga le nostre richieste con tanto di prezzo completo», osserva la Baroli, la quale aggiunge: «per un lotto di 1.365 donatrici analizzate, otto-nove ovociti e l’opzione matching facciale il costo della proceduta è di 3.799 euro, che si sommeranno ai costi di spedizione del pacchetto con i nostri probabili futuri figli. Attualmente sono circa 4.000 le fotografie delle donatrici conservate nel database di Ovobank e per tutte loro l’ anonimato è garantito».

Tutto bene, dunque? Non esattamente. È difatti impossibile non osservare come tutto questo ingegnoso e al tempo stesso semplice meccanismo – all’apparenza pensato per la felicità di aspiranti genitori – sia in realtà funzionale solo a una cosa: la riduzione del figlio a prodotto, a mera merce. Tutto ciò nell’ambito di una pratica, quella della fecondazione assistita, che – anche se è politicamente scorretto ricordarlo – tutto è fuorché una passeggiata. Soprattutto per i bambini.

Fanno testo, a questo proposito, una ricerca pubblicata sull’autorevole British Medical Journal che ha messo in luce come il rischio di malformazioni cardiache, per i bambini nati con la provetta, sia maggiore rispetto agli altri, e uno studio della rivista Pediatrics condotto su 26.692 bambini nati in seguito alla fecondazione assistita tra il 1982 ed il 2005, che ha rilevato per questi una maggior possibilità di avere un cancro. Persino l’osservatorio speciale del governo inglese, l’Human Fertilisation and Embryology Authority, ancora anni addietro ebbe a dichiarare come il rischio di certe malformazioni sia maggiore del 30% nei nati da fecondazione in vitro rispetto agli altri.

Evidenze, queste, che fanno comprendere una volta di più quanto sarebbe più intelligente e umano – anziché sviluppare programmi per facilitare e promuovere il ricorso alla provetta da parte delle coppie – invitare le coppie desiderose di avere figli a ricorrere ai metodi naturali, che consistono nello studio guidato e scientificamente fondato del proprio corpo e talora un modico ricorso a farmaci, e che, soprattutto, fanno registrare tassi di successo più alti della fecondazione in vitro. Perché non lo si fa già? Perché dietro la fecondazione in vitro c’è un enorme, inimmaginabile business.

Giuliano Guzzo

La voce del buon senso

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