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Home Page > Filosofia e morale > Gender gap? E’ colpa dell’ideologia gender!
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La dittatura del politicamente corretto e il vetero femminismo anni ’70 di cui è infarcita l’ideologia gender ci sta facendo il lavaggio del cervello  sulle “discriminazioni di genere”.

Come abbiamo spiegato più volte, essa vuole annullare ogni differenza tra maschio e femmina, per sdoganare quell’indifferentismo sessuale che nuoce davvero alla dignità e allo sviluppo di ogni persona umana.

A tal proposito abbiamo un’ulteriore autorevole testimonianza sull’infondatezza e la perniciosità dell’ideologia gender: «L’ideologia politica ostacola eccome gli studi di genere». A dirlo non è questa Redazione, ma Lotta Stern, sociologa, professoressa associata all’Università di Stoccolma. 

La Stern spiega che l’ideologia gender nuoce alla causa di chi davvero vuole il riconoscimento della pari dignità tra uomo e donna, anche sul posto di lavoro.

«Nel campo della sociologia del lavoro, il dominio delle femministe di sinistra ha fatto sì che l’eguaglianza nei risultati tra uomo e donna diventasse una regola indiscutibile – dice la Stern a Tommaso Alberini su Il FoglioE’ una definizione di eguaglianza che differisce molto, ad esempio, da quella concepita in un’ottica liberale, secondo cui gli individui sono eguali soltanto nel fatto di avere gli stessi diritti e gli stessi doveri».

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La professoressa Lotta Stern

Chi ignora la realtà naturale accecato dall’ideologia gender non tiene conto «che molti studi stanno dimostrando che una certa diversità nelle preferenze, nel carattere e nel talento di uomini e donne provengono almeno parzialmente dalla biologia».

Se si tenesse conto della naturale diversità tra maschi e femmine gli studi potrebbero indirizzare le politiche economiche e sociali, il mercato del lavoro e l’economia verso settori «come le scelte occupazionali, le attitudini al rischio e l’aspirazione al successo».

Invece il gender diktat impone di ignorare la differenza biologica naturale e le sue conseguenze nel campo delle scelte e attitudini lavorative e sociali. Chi osa opporsi all’ideologia «offende la sacra idea dell’eguaglianza nei risultati, o viene tacciato di “essenzialismo”»,  come dire “integralismo bigotto e reazionario”: è vietato pensare in maniera diversa dal dogma corrente.

Dichiara ancora la Stern: «Oggi la diversità politica è pressoché scomparsa in gran parte delle scienze sociali, lasciando spazio a un atteggiamento di intolleranza e di stigmatizzazione di chi non la pensa come la sinistra»

«In quanto donne e femministe dovremmo ben guardarci dal diventare una ‘fazione’ assetata di risorse pubbliche. In generale, le migliori politiche portate avanti dai governi sono quelle che trattano equamente gli individui, a prescindere dal sesso, dal colore della pelle o dal credo religioso»: ma “equamente” non vuol dire “ugualmente”, vanno tenute in conto le differenze, vanno fatte le “giuste” discriminazioni.

La cura per il rispetto e il miglioramento delle condizioni delle donne e di tutte le minoranze vuol dire – come del resto chiede l’uguaglianza sostanziale promossa dal secondo comma dell’art.3 della nostra Costituzione – garantire le pari opportunità, non l’uguaglianza nei risultati finali. I sistemi come le “quote rosa”, ad esempio, sono ridicoli , offensivi della dignità delle donne: a certe posizioni le donne devono e possono accedere per merito, non perché sono “una specie protetta”. Conclude la Stern: «La soluzione sta nell’adattarsi al contesto e a quello che ci dice la scienza. In Svezia, per esempio, c’è una stagnazione del gap salariale tra uomo e donna e il tasso di promozione femminile è rallentato. Le aziende, a questo proposito, potrebbero tenere in conto di certa letteratura che rivela che le donne faticano più degli uomini in contesti competitivi incentrati sulla reputazione, e provare ad agire di conseguenza».

Queste considerazioni – come anche il “Paradosso Norvegese”– provengono dai tanto evoluti Paesi Nordici: se avessero un po’ di cervello e se avessero davvero a cuore la condizione della donna certe femministe nostrane dovrebbero tenerne conto.

Redazione

 


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Un Commento, RSS

  • Mario ProVita

    dice su:
    20/03/2017 alle 09:17

    Il “gap” era usato solo per alimentare l’odio… adesso che hanno esposto le loro ideologie, il “gap” è più che dimenticato.

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