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Il Signore degli anelli è l’opera più famosa di un cattolico del secolo scorso, J.R.R. Tolkien, professore dottissimo e amante dei miti classici, nordici e cristiani. La storia è ambientata in un tempo e in una terra immaginari, ma il suo carattere mitico ci dice che le vicende hanno valore metatemporale. Si tratta della storia dell’Anello del Potere, plasmato e ricercato dall’Oscuro Signore Sauron, e dai suoi crudeli mostri. Sauron, nei tempi antichi, è stato sconfitto, l’anello si è perso, è stato ritrovato da Gollum, ed è finito poi nelle mani di un piccolo essere, un hobbit, Bilbo, che lo ha tenuto per anni, rimanendo giovane, e talora affezionandosi smodatamente a esso. Dopo secoli di silenzio Sauron si è risvegliato, l’anello vuole tornare da lui, il male si riaffaccia minaccioso sui regni degli uomini e delle altre creature.

È a questo punto che Bilbo, un po’ controvoglia, lascia l’anello a Frodo. Inizia così il viaggio di quest’ultimo, che non è però, come nella tradizione, una Cerca, bensì l’esatto contrario. «Lo scopo del lungo viaggio è quello di distruggere l’anello magico, da cui può derivare il potere di dominare la terra. Visto che questo potere non può essere controllato, la saggezza vuole che si rinunci, e che lo si distrugga… È la prova più antica da superare, quella che determinò la Caduta originale dell’uomo: la tentazione insinuante e seducente dell’eritis sicut Dei» (P. Gulisano, Il mito e la grazia, Ancora). Per la prima volta un eroe mitico non è chiamato a cercare qualcosa, per impadronirsene, ma a rinunciare a ciò che già possiede!

La voce del buon senso Il compito da cui dipende la salvezza è affidato a una compagnia, ma soprattutto a una creatura piccola, mite, semplice, ma capace di sacrificio. In lui si realizza il detto per cui Dio ha scelto ciò che è debole per confondere i forti. «Prenderò io l’anello, ma non conosco la strada»: Frodo si carica dell’immensa responsabilità con la più completa generosità e, nello stesso tempo, umiltà. Parte così per affrontare il viaggio, l’ascesi del vulcano Fato, in cui dovrà distruggere l’anello. Ma tutti, anche i personaggi più positivi, provano un’attrazione per l’oggetto magico: il loro animo è combattuto, la libertà gioca un ruolo essenziale. «È l’eroismo dell’obbedienza e dell’amore», scrive Tolkien, «non quello dell’orgoglio e dell’ostinazione, a essere il più alto e commovente». Frodo, la compagnia, sono inoltre caratterizzati dalla “follia”, cioè dalla capacità di rinunciare a ciò che tutti bramano. Proprio il sacrificio e la rinuncia confonderanno Sauron: «Ebbene», dice il saggio Gandalf, «che la follia sia il nostro manto, un velo dinanzi agli occhi del Nemico! Egli è molto sapiente… Ma l’unica misura che conosce è il desiderio, desiderio di potere, ed egli giudica tutti i cuori alla sua stregua. La sua mente non accetterebbe mai il pensiero che qualcuno possa rifiutare il tanto bramato potere, o che, possedendo l’anello, voglia distruggerlo: questa deve essere dunque la nostra mira, se vogliamo confondere i suoi calcoli».

Alla fine Frodo ha una esitazione: ha portato a lungo l’anello e la sua attrattiva perversa ha cominciato a farsi strada. Sulla cima del monte Fato, arrivato alla meta, Frodo cede, non vorrebbe più sbarazzarsene, in fondo lo merita… Ma per una sorta di Provvidenza, come se non tutto gli fosse richiesto, ma solo una collaborazione, Gollum, che lo aveva seguito di nascosto fin lì, lo aggredisce e con un morso gli stacca il dito e l’anello. Nella lotta Gollum si sbilancia e cade nel vulcano, portando con sé l’anello. Il mondo è così salvo. Da cosa? Per Tolkien l’uomo, fatto a immagine di Dio, è chiamato a collaborare alla Creazione: un “privilegio” grandioso, ma la tentazione è proprio quella di abusarne, per affermare un dominio assoluto.

L’autore, che conosce le dottrine eugenetiche, come pure i sogni ambigui di Aldous Huxley e le sperimentazioni degli scienziati nazisti e comunisti, descrive il servo di Sauron, Saruman, che nelle sue diaboliche “fucine” manipola creature e produce mostri. Non è capace di creare, perché questa è una prerogativa solo di Dio: è un pallido imitatore, che altera e corrompe creature già esistenti, determinando ibridi e chimere come gli orribili Orchetti. Come quegli scienziati che oggi mescolano Dna umano e animale, ovuli di donna e sperma di bestie, o che impiantano embrioni umani nell’utero di scimmie o di maiali….o quelli che credono di poter “produrre” un bambino prendendo ovuli e seme da una parte, uteri dall’altra… In un delirio di onnipotenza, questi novelli Saruman producono embrioni ermafroditi, conigli con un orecchie umane, “pecore con fegato umano”, topi cui è stato “iniettato cervello umano”, “umanzè”, creature mezze scimmia e “mezzi uomini”…E si ritengono autorizzati a togliere a un bambino la sua mamma o il suo papà.  Ciononostante, fidiamo in Frodo…

Francesco Agnoli

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