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La nostra società, sempre più dimentica dell’inestimabile valore della Vita, sta camminando a passi spediti verso la legalizzazione dell’eutanasia.

L’idea sottesa, che poggia su un falso senso di compassione, è quella che un Paese progredito e civile debba annullare il più possibile la sofferenza fisica delle persone, concepita esclusivamente in termini negativi.
Insomma, fino a quando si sta bene – o, meglio, ci si sente bene fisicamente e/o spiritualmente – è interessante vivere, mentre quando le cose vanno diversamente si rende necessario, con immediatezza, trovare una soluzione radicale. Questo modo di ragionare è ravvisabile in diversi ambiti del vivere quotidiano: se il matrimonio non è soddisfacente, basta divorziare; se un figlio arriva quando non lo si è previsto, basta abortire; se la vita non è più soddisfacente, basta porvi fine.

Naturalmente in tutto questo il sentimentalismo e il sensazionalismo rivestono un ruolo di primo piano, a scapito di una riflessione in grado di abbracciare in maniera integrale il mistero della vita umana. Ed è proprio sui sentimenti che i mass media investono per veicolare una cultura di morte, per esempio dando ampio spazio ad alcuni casi di persone che hanno deciso di porre anticipatamente fine alla propria esistenza.
Ci limitiamo a citare due esempi eclatanti degli ultimi mesi.

Due anziani si tolgono la vita per paura. Assieme.

A Bruxelles i coniugi François e Anne Schiedts, rispettivamente a 89 e 86 anni, dei quali 63 trascorsi assieme, lo scorso 17 giugno si sono fatti uccidere con l’eutanasia, seppure nessuno dei due fosse un malato terminale. Una scelta, quella di porre fine alla propria esistenza, messa in atto grazie ai loro figli, apparentemente contenti di sapere che i genitori se ne sarebbero andati assieme, esattamente com’erano vissuti per tanto tempo. Ma come mai la coppia di anziani è arrivata a compiere questo gesto estremo? «Vogliamo andarcene insieme – hanno affermato – perché abbiamo paura del futuro… soprattutto temiamo di rimanere soli con tutte le conseguenze della solitudine». Dobbiamo pensare che non volessero essere di peso ai figli. Ma forse quei figli li facevano sentire di peso…

Un altro episodio assurto agli onori delle cronache è quello di Brittany Maynard. In seguito alla diagnosi di un tumore al cervello che le lasciava pochi mesi di vita, la giovane donna americana di soli ventinove anni ha deciso di morire, approfittando del “Death with Dignity Act” che nell’Oregon legalizza il suicidio medicalmente assistito. La sua scelta, intercettata dall’organizzazione “Compassion and Choices”, era stata diffusa online nel settembre del 2014 grazie a un video che è diventato virale, nel quale si ascolta: «Non riesco neanche a spiegarvi il sollievo che provo nel sapere che non devo morire nel modo in cui mi è stato detto: divorata dal mio cervello. Spero di godermi tutti i bellissimi giorni che mi restano da vivere su questa magnifica terra… La ragione per considerare la vita come un valore è non lasciarsi scappare le cose importanti. Vivere il presente, cosa ha valore per te, cosa conta veramente. Seguite questo e dimenticate il resto».

A dire il vero, a un certo punto, la povera Brittany non sembrava più così decisa: aveva detto di voler rimandare la sua fine perché era un periodo in cui “si sentiva bene”. Poi, all’improvviso e senza ulteriori dichiarazioni Brittany Mayrand è morta, secondo la sua prima decisione, il primo di novembre, dopo aver festeggiato il compleanno del marito Dan il 26 ottobre. Alcuni hanno trovato strano questo ennesimo cambiamento repentino di volontà. Alcuni potrebbero pensare che talvolta le associazioni pro eutanasia “accompagnano” un po’ troppo insistentemente le persone alla loro fine. In ogni caso la libera volontà umana può cambiare… ma di fronte alla morte nessun ripensamento è possibile! Il suo ultimo messaggio su Facebook è stato: «Addio a tutti i miei cari amici e alla mia famiglia, che amo. Oggi è il giorno che ho scelto per morire con dignità a fronte della mia ma- lattia terminale, di questo terribile cancro al cervello che si è preso così tanto di me, e che si sarebbe preso ancora di più. Il mondo è un posto bellissimo, i viaggi sono stati i miei più grandi maestri, i miei amici sono i più generosi. Ho tante persone attorno a me persi- no adesso, mentre scrivo… Addio mondo. Diffondete energie positive. Fate del bene agli altri!».

Tuttavia, accanto alle esperienze drammatiche di persone come Brittany, o come il nostro Welby, vi sono anche situazioni nelle quali a vincere è la Vita.
In relazione al caso di Brittany Maynard appena citato, commuovono le testimonianze di due persone colpite dalla sua stessa malattia: Maggie Karner e Philip Johnson seminarista cattolico, che ha scritto alla donna: «Come Brittany, non voglio morire né voglio soffrire per le probabili conseguenze di questa malattia. Penso che nessuno voglia morire così. […] La sofferenza non è senza senso e non sta a noi prendere in mano le nostre vite».

Storie di vita: la Quercia Millenaria

E che la sofferenza e le prove che la vita inevitabilmente ci pone possano avere una valenza positiva lo dimostra la radiosa esperienza della Quercia Millenaria, che in pochi anni ha aiutato più di duecento bambini a nascere, secondo il modello dell’hospice perinatale.
Amore genera amore ed è fonte di serenità. Nel numero di dicembre 2014 di Notizie ProVita aveva trovato spazio la testimonianza di Jacopo e Giuditta Coghe, che nell’agosto del 2014 hanno perso il loro quarto bambino, Gregorio, vissuto solamente quaranta minuti. Scriveva la coppia: «Ogni figlio che viene al mondo non ci toglie nulla, anzi dona, moltiplica e aumenta tutto: l’amore, la Provvidenza, le energie e le gioie di ogni membro della famiglia. Ci siamo resi conto di quanto ogni momento passato con i nostri figli sia un dono, mentre intorno a noi l’accanimento contro la vita e l’odio per la famiglia aumenta».

La vita terrena è, per definizione, fonte di complessità e di contraddizione, di luci e di ombre. Certamente sono le difficoltà a fare maggior clamore perché spaventano, in quanto comportano la perdita del controllo sulla propria esistenza.
Per questo la vita va accolta nel suo grande mistero, senza la pretesa di capire tutto. E non è necessario avere una visione religiosa dell’esistenza per giungere a tale conclusione, è suffi- ciente uno sguardo attento, che permetta di cogliere le molteplici sfumature in gioco. Per esempio, durante il parto la donna soffre molto, eppure sa che quel dolore è necessario per permettere a suo figlio di nascere. Nei mesi successivi, finché il bambino è piccolo, essa continuerà a patire fisicamente a causa dell’allattamento o delle poche ore di sonno, mentre negli anni successivi pro- verà essenzialmente una sofferenza affettiva nei confronti del figlio: quando lo vedrà soffrire, quando si staccherà da lei, quando compirà scelte sbagliate… Eppure tutto questo viene sopportato con gioia e, anzi, viene desiderato perché è fonte di un bene maggiore.

La vita è un mistero su cui scommettere

La vita è troppo imperscrutabile per essere compresa fino in fondo. Se rientrasse in uno schema razionale, perderebbe il suo fascino.
Il problema è capire che è questo il principale valore sul quale vale la pena scommettere, perché è il punto di partenza e di arrivo di tutto. Come diceva l’intramontabile Gilbert Keith Chesterton: «La vita è la più bella delle avventure ma solo l’avventuriero lo scopre». E per scoprirlo è necessario arrivarvi fino in fondo.

Giulia Tanel

Fonte: Notizie ProVita, marzo 2015, pp. 14-15


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