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Home Page > Filosofia e morale > L’assurdità dell’ideologia transgender: una critica dura ma necessaria
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Si dovrebbe fare una azione politica pubblica e incoraggiare norme sociali che riflettano la verità sulla persona umana e la sessualità. Invece i transgender si pongono come modello alle nuove generazioni.

Si persevera nell’offuscare la verità su tali questioni e seminare i semi della confusione sessuale nelle generazioni future per gli anni a venire.

Ormai tutti abbiamo letto del tragico suicidio di Joshua Alcorn, il ragazzo transgender che, alla fine di dicembre, si è suicidato su un’autostrada. In una sorta di biglietto d’addio, Joshua cita una serie di motivi che lo hanno indotto a porre fine alla sua vita, i più importanti dei quali sembrano essere stati i tentativi dei suoi genitori di farlo ragionare riguardo la sua identità sessuale, consigliandolo di farsi aiutare da specialisti, nel tentativo di risolverei i suoi dubbi. Tutti i problemi che alla fine lo hanno portato al suicidio, scrive Joshua, derivano dal fatto che, da quando era un bambino, si sentiva come una “ragazza intrappolata nel corpo di un ragazzo.”

Non appena il cuore di Joshua ha smesso di battere, la storia del suo suicidio è stata rubata dagli attivisti LGBT e sezionata, smembrata, analizzata per perorare la battaglia di una minoranza contro l’oppressione culturale. I genitori di Joshua sono stati subito accusati di essere stati “repressivi” e “bigotti”; hanno persino ricevuto esplicite minacce da vari attivisti LGBT.

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Transgenderismo e identità di genere

Non ho fatto riferimento a Joshua usando pronomi femminili o utilizzando il suo nome femminile che si era dato “Leelah.”. La ragione per cui non l’ho fatto è semplice : Joshua non era una ragazza, lui era un ragazzo e definire i maschi con pronomi femminili o femmine con pronomi maschili vorrebbe dire contribuire alla confusione della nostra cultura sulla sessualità e sulla natura della persona umana, confusione che sta letteralmente lasciando cadaveri lungo il suo percorso. Nessuna mutilazione chirurgica delle parti del corpo, nessun comportamento effeminato, nessun artificioso metodo per apparire femmine, può trasformare un uomo in una donna.

Gli attivisti LGBT risponderanno in vari modi a questa mia affermazione. “Ok, è vero: Joshua era biologicamente maschio. Ma avete capito male la nostra richiesta: Noi sosteniamo che il suo sesso era maschile, sì, ma il suo genere era femminile perché si ‘identificava’ come femmina”. L’idea è che le persone hanno un sesso, che può essere sia femmina sia maschio e che non si può scegliere. Oltre a questo, però, vi è “il genere”, o, in pratica, il sesso con cui ci si identifica meglio. La risposta a questa affermazione è semplice: perché si deve pensare che chiunque si identifichi in maniera diversa dal proprio status, debba essere riconosciuto da tutti? Perché obbligare tutti gli altri a riconoscere attivamente e soddisfare una identità contraria alla realtà?

Consideriamo le seguenti analogie. Supponiamo che un uomo caucasico proveniente dalla Finlandia – chiamiamolo Gunther – improvvisamente decidesse di identificarsi come un uomo di discendenza africana sub-sahariana. Supponiamo inoltre che, alla luce di questo, Gunther subisca procedure insolite per avere la pelle scura e per risagomare la struttura ossea del suo cranio in modo da assomigliare alla morfologia degli individui di origine sub-sahariana. Potremmo mai pensare che una tale persona sia diventato di origine sub-sahariana attraverso tali procedure? Certo che no, e la sua identificazione in quanto tale, non incide assolutamente in questo. Il suo aspetto, magari simile ad una persona di origine sub-sahariana, potrebbe anche essere molto convincente. Ma, ancora una volta, questo non cambia il fatto che egli non è di origine sub-sahariana.

Allo stesso modo, si supponga che un uomo settantenne – chiamiamolo Bob – si identifichi in un ragazzo di sedici anni. Sarebbe assurdo dare del “rude” o “bigotto” a qualcuno che dicesse a quell’uomo: “Tu non hai sedici anni. La tua identificazione in quanto tale non cambia il dato di fatto, e noi non ti asseconderemo riguardo i tuoi strani deliri. Non ignoreremo la tua reale vecchiaia fingendo che sei un sedicenne”.

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I casi di Gunther e Bob e le situazioni di persone che si credono transgender sono perfettamente analoghe. Nel caso del singolo transgender, egli si identifica in qualcosa che non è – qualcuno del sesso opposto -, e cerca di sottoporsi a interventi chirurgici nonché a trattamenti ormonali pericolosi e dannosi al fine di ottenere che il suo stato fisico corrisponda alla sua identità di genere, ovvero di sentirsi una persona del sesso opposto.

Le nostre facoltà mentali, come quelle fisiche, sono indirizzate verso vari scopi. Tra questi fini c’è il raggiungimento della verità. In questo senso, le nostre facoltà mentali si adoperano in maniera perfetta a riconoscere come siamo veramente (e, quindi, apprendiamo una verità).

E’ per questo motivo che siamo in grado di dare un senso ai disturbi mentali come l’anoressia: coinvolgono persone aventi false e persistenti credenze sulla loro identità o su cosa realmente sono. Nel caso dell’anoressico, qualcuno che è pericolosamente sottopeso crede falsamente (ma tenacemente) che sia in realtà in sovrappeso. Sarebbe quindi giusto, dal punto di vista medico per un terapeuta, aiutare la persona anoressica a ripristinare le sue facoltà mentali ad uno stato funzionante.

Riassegnazione chirurgia del sesso: non è medicina

Chi è a favore del transgenderismo (naturalmente) supporta anche la chirurgia applicata al cambio di sesso come un atto medico perfettamente legittimo per gli individui (compresi i bambini) con disforia di genere. Ora, mettiamo da parte il fatto che l’80 per cento dei bambini che riferiscono di avere sentimenti transgender vengono a perdere da sé, naturalmente, tali sentimenti. Ignoriamo, per il momento, il fatto che le persone che si sottopongono a un intervento chirurgico per il cambio di sesso hanno 20 volte più probabilità di suicidarsi rispetto alla popolazione generale.

Consideriamo invece la seguente domanda: possiamo ragionevolmente definire, in primo luogo, l’intervento chirurgico di cambio di sesso come una procedura medica?

Prima di rispondere a questa domanda, dovremmo azzardarci a chiederci: che cosa è la medicina? Ecco una risposta plausibile: la medicina è l’azione volta a ripristinare le facoltà corporee nella loro funzione. Le nostre facoltà corporee hanno specifici compiti. Gli occhi, per esempio, esistono per (cioè, la loro funzione è) vedere, lo stomaco serve a digerire il cibo, il cuore è stato creato per pompare il sangue, ecc. Quindi se, per esempio, gli occhi di qualcuno non si sono sviluppati adeguatamente per dare all’individuo la possibilità di vedere, si può considerare giusta una procedura medica volta a cercare di ristabilire il corretto funzionamento degli occhi di questo individuo. Analogamente, sarebbe ritenuto giusto lo sforzo della medicina volto a cercare di ripristinare il cuore difettoso di un individuo (per esempio uno che soffra di una aritmia) al suo corretto funzionamento.

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Ma cosa ce ne facciamo della chirurgia per il “cambio di sesso”? Nella misura in cui una tale procedura chirurgica prevede l’intenzionale danneggiamento e mutilazione delle facoltà corporee, altrimenti perfettamente funzionanti, distraendole dalla loro reale natura e funzione, in linea di principio, questa operazione non può essere considerata una procedura medica.

La terapia del “Gender Identity Disorder”

Un ragionamento analogo può essere fatto riguardo alle terapie del disturbo di identità di genere. Gli attivisti del transgenderismo sfruttano la tragica morte di Joshua per continuare ad insistere sul fatto che tali terapie dovrebbero essere criminalizzate. Esiste anche una petizione su internet volta a vietare la cosiddetta “transgender conversion therapy“, una procedura che comporta, presumibilmente, un tentativo di aiuto da parte di un professionista nei confronti di una persona che sta vivendo un disturbo di identità di genere (noto anche come disforia di genere). Possiamo aspettarci che ci saranno a breve delle leggi che criminalizzeranno questo tipo di terapie e le prime vittime di esse saranno le persone che vorrebbero essere aiutate.

Ricordiamo la nostra precedente discussione riguardo l’anoressia. In modo analogo all’anoressico, anche l’individuo transgender crede tenacemente di essere una persona con delle proprietà che in realtà non sono. Le parole del Dr. Paul McHugh [di cui abbiamo già parlato in precedenza in questo articolo, ndr], che si trovano nelle colonne de The Wall Street Journal, sono particolarmente incisive:

Il transgender subisce un disordine di “assunzione” come altri tipi di disturbi comuni e noti agli psichiatri. Con il transgenderismo, l’ipotesi di disordine è che l’individuo è diverso da quello che è in natura, mascolina o femminile. Altri tipi di disordini sono relativi a coloro che soffrono di anoressia e bulimia nervosa, dove l’ipotesi che parte dalla realtà fisica è la pericolosa convinzione di essere in sovrappeso.

Sarebbe quindi una procedura medica perfettamente adeguata per l’individuo transgender essere sottoposto a visita da parte di un terapista nell’intento di farsi aiutare a liberarsi della sua disordinata identità transgender. Perseguire i professionisti che le praticano sarebbe come criminalizzare le terapie per eliminare l’anoressia.

Alcune obiezioni comuni

Ora, un apologeta del transgenderismo potrebbe ribattere nel modo seguente: “Stai tralasciando un punto chiave: è stato dimostrato che il cervello degli uomini che si ‘identificano’ come donne assomiglia effettivamente a quello delle donne”. Questo non è vero. Il cervello maschile è diverso dal cervello femminile nonostante la disforia di genere e nonostante gli eventuali ormoni e il cambiamento di sesso: il cervello resta così com’era alla nascita.

Ma anche se così fosse, ciò non significherebbe che gli uomini i cui cervelli “assomigliano a quello di una donna” (qualunque cosa questa affermazione significhi) siano veramente donne. Se vogliamo dire che la persona è solo ed esclusivamente il “cervello”, come chi abbraccia questa obiezione sembra voler suggerire, perché i maschi che si identificano come donne hanno cervelli con DNA maschile? Ne consegue che essi sono uomini, dopo tutto.

Si può supporre ad esempio, che il comportamento abituale e l’attività cerebrale del settantenne sopra descritto che crede di essere un sedicenne, “ricorda” quella di uno di sedici anni. Ne segue, quindi, che il settantenne, è veramente un sedicenne? O che lui è veramente un sedicenne intrappolato nel corpo di un settantenne? Ovviamente no. La conclusione più razionale è che un tale individuo ha una sorta di difetto cognitivo o psicologico associato con l’identità e la percezione di sé. Lo stesso si può dire per l’individuo transgender.

In effetti, non dovrebbe essere una sorpresa la scoperta che le nostre attività quotidiane modificano lo stato del nostro cervello o alterano il modo in cui il nostro cervello si comporta. Dopo tutto, è conoscenza più o meno comune che, per esempio, il processo di imparare a suonare uno strumento ha l’effetto di creare nuovi percorsi neurali, provocando un cambiamento nello stato del cervello. Così il dottor Norman Doidge commenta:

“Ora sappiamo che il cervello è ‘neuroplastico’ e non solo può cambiare, ma che funziona modificando la sua struttura in risposta alla ripetuta esperienza mentale.”

Riguardo il tema della sessualità in particolare, si consideri il fatto che l’uso abituale dei porno sembra comporti (o abbia una correlazione con) la riduzione della materia grigia nel cervello, e che sia causa del cambio dei gusti sessuali degli uomini . Se il guardare abitualmente e far uso di pornografia può cambiare il cervello di un uomo in modo così significativo, allora non dovrebbe sorprendere che, attraverso l’intenzionale e abituale comportamento di un uomo come se fosse una donna, il suo cervello cambi. Ma ancora una volta, questo non dimostra affatto che un uomo è una donna. E comunque il cervello del maschio resta maschile e quello della femmina resta femminile.

“Beh, e che dire, allora, degli individui ermafroditi?” . I casi sono estremamente rari (e quasi sempre comportano altri problemi genetici). In 99,99 per cento dei casi (per tenerci bassi) una persona è chiaramente o maschio o femmina. E la stragrande maggioranza degli individui che si credono transgender hanno degli organi riproduttivi maschili o femminili perfettamente funzionanti. 

Infine, l’attivista LGBT potrebbe ribattere chiedendo: “se un uomo si identifica come una donna, alla fine a voi cosa interessa?” Se questi fossero semplicemente problemi privati, questo potrebbe essere un valido punto da utilizzare (anche se la preoccupazione per il benessere fisico e mentale degli individui alle prese con il loro genere sarebbe già un valido motivo). Ma, ahimè, gli attivisti LGBT stanno attivamente lavorando per far in modo che lo Stato e le imprese private favoriscano e finanzino la “chirurgia per la riassegnazione del sesso”, che gli uomini che si identificano come donne siano in grado di utilizzare i servizi igienici delle donne, che le ragazze che si identificano come ragazzi siano in grado di giocare in squadre sportive maschili, che sia ritenuto immorale fare riferimento a neonati come maschi o femmine per il timore di imporre loro in maniera subdola un “genere” col quale potrebbero non identificarsi, che si vieti la terapia per il trattamento di disforia di genere, e che generalmente si modifichi il linguaggio e le norme sociali evitando di riflettere sulla natura del corpo umano.

Se un uomo si identifica come donna, per me personalmente, per voi, o per Tizio Caio, è, normalmente, irrilevante.

Ciò che è rilevante è se si attueranno politiche pubbliche volte ad incoraggiare norme sociali che riflettono la verità sulla persona umana e sulla sessualità, o se si offuscheranno le verità su tali questioni seminando i semi della confusione sessuale nelle generazioni future per gli anni a venire.

Traduzione con  adattamenti a cura della Redazione

Articolo scritto da Carlos D. Flores; Università di Santa Barbara della California, presidente della UC Santa Barbara Anscombe Society ; scrive per Ethika Politika.

Fonte: ThePublicDiscourse

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