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Home Page > Filosofia e morale > L’Onu invoca la parità di genere anche per… gli assistenti vocali!
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L’ultima frontiera della parità di genere è quella capace di superare anche le soglie dell’“umano” per affermare i suoi dettami politicamente corretti. Di cosa stiamo parlando? Ci riferiamo a una ricerca dell’Unesco, l’agenzia dell’Onu che si occupa di cultura e patrimonio umano, secondo cui le risposte spesso remissive e suadenti offerte dagli assistenti vocali, come Siri (Apple) e Alexa (Amazon), persino agli insulti degli utenti, rafforzano l’idea che le donne abbiano un ruolo subordinato o comunque meritino di essere molestate verbalmente.

Ma, innanzitutto è necessario capire cosa sono e come funzionano gli assistenti vocali. Si tratta, in primis, di altoparlanti wireless, ma con diverse altre funzioni: usando unicamente il suono della propria voce, è possibile impartire comandi vari, tra cui riprodurre musica, fare ricerche sul web, creare cose da fare e liste della spesa, fare acquisti online, consultare persino il meteo e, soprattutto, mentre il proprio cellulare rimane in tasca.

La voce del buon senso La scelta di assegnare voci e caratteristiche femminili agli assistenti vocali, è finita nella bufera perché, a detta dell’Unesco, tutto questo rafforzerebbe gli stereotipi di genere sulle donne e porterebbe più facilmente gli uomini a molestarle verbalmente. L’Unesco ha addirittura condotto una ricerca sull’argomento intitolata Se potessi, arrossirei, in riferimento alla risposta standard dell’assistente vocale, quando riceve un insulto. Un botta e risposta, alcune volte anche tra comandi sgarbati dell’utente e risposte remissive dell’assistente che, secondo la ricerca, trasmetterebbe il messaggio che le donne sono sempre docili e sottomesse e ansiose di servire. Questo sarebbe confermato dal fatto che, come si legge nel testo dell’Unesco «L’assistente non può fare nulla al di fuori di ciò che l’utente gli chiede. Compie gli ordini e risponde alle domande indipendentemente dal tono o dall’ostilità. In molte comunità, ciò rinforza i comuni pregiudizi di genere secondo cui le donne sono condiscendenti e tolleranti nei confronti di trattamenti inadeguati».

Secondo gli autori della ricerca, il problema consiste nel fatto che gli ingegneri che hanno ideato gli assistenti vocali, sono quasi tutti uomini, che avrebbero operato in modo tale che «i loro assistenti virtuali femminilizzati accolgano gli abusi verbali con atteggiamenti flirtanti. La subordinazione degli assistenti vocali digitali risulta particolarmente preoccupante nel momento in cui queste macchine – dipinte come donne dalle società tecnologiche – danno risposte devianti, fiacche o apologetiche alle molestie sessuali verbali».

Per questo la soluzione più “intelligente”, all’agenzia dell’Onu, è sembrata quella di proporre di sviluppare macchine con genere neutro e programmarle in modo da scoraggiare insulti e linguaggi offensivi, arrivando persino a chiarire con i fruitori che gli assistenti vocali non sono umani.

Vengono da fare alcune considerazioni a riguardo: innanzitutto che si sta parlando di macchine, a cui risulta difficile applicare l’idea di “parità di genere” o quella degli “stereotipi di genere”. L’impressione, infatti, è che si guardi tutto attraverso un filtro ideologico che ormai non risparmia nemmeno l’intelligenza artificiale, confondendo, tra l’altro, la causa con l’effetto. Ovvero: i modi sgarbati con cui alcuni utenti si rivolgono agli assistenti vocali, arrivando all’insulto, non sono causati dal mezzo tecnologico utilizzato, ma sono l’effetto di una cultura che vede la donna come un oggetto meramente erotico, evoluzione ultima di un’illusoria idea di “libertà” che si manifesterebbe soprattutto nella sfera sessuale e che la sta portando a diventare la prima vittima di questo presunto processo di “liberazione”.

Inoltre, la soluzione dell’Onu, che punta alle macchine di genere neutro, ricorda tanto la parabola discendente di certi corsi di educazione sessuale che, partendo dal presupposto di voler combattere la violenza e affermare la parità di genere, arrivano semplicemente ad annullare ogni differenza tra maschile e femminile, abbattendone insieme il rispetto per le varie peculiarità. Ma quale forma di violenza più grande, può esserci, oggi, verso l’uomo e la donna dell’annullamento della propria identità sessuale? E come si pretende allora, se non si parte nemmeno dal presupposto del riconoscimento e del rispetto delle differenze tra maschile e femminile che si maturi il rispetto per la persona tout court? Dunque ci sembra che, in questo caso, la questione sia fondamentalmente educativa e non formalmente legata a una voce di timbro femminile o maschile o addirittura neutro. Ma si è talmente abituati a ragionare con il filtro dell’ideologia che, purtroppo, non ci si rende conto di cadere spesso nel ridicolo, che in questo caso consiste nel pretendere che un assistente vocale non fornisca risposte educate o che le fornisca con un tono di voce piuttosto che un altro, ignorando tutto il feedback culturale sballato che c’è dietro.

Manuela Antonacci

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