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Home Page > Filosofia e morale > Occultamento di “ammasso di cellule”?
giardino angeli

Una donna alla dodicesima settimana di gravidanza ha un tragico aborto spontaneo in casa sua. Suo marito chiama il 118 per farla soccorrere; evidentemente fuori di sé, l’uomo prende poi il corpo abortito di suo figlio e lo seppellisce in giardino. La donna è ora fortunatamente fuori pericolo, mentre l’uomo è stato immediatamente indagato per occultamento di cadavere.
Questo è accaduto alcuni giorni fa in provincia di Bergamo.

Premettendo che non esistono sentenze di Cassazione riguardo a reati contro la pietà dei defunti nel caso in cui il defunto sia un feto abortito – spontaneamente o meno – e che ci si trova quindi in assenza di un’ufficiale nomofilachia, mi sento autorizzato a fare dei ragionamenti a briglia sciolta riguardo all’ipotesi di reato contestata.

Perché l’ipotesi di reato abbia un senso, è necessario che nella vicenda sia implicato un cadavere, o parti di esso. Un cadavere è un corpo umano deceduto. Abbiamo una persona che muore, il cui corpo senza vita è tutelato dalla legge penale italiana con la previsione di una serie di reati rubricati come “contro la pietà dei defunti”.
Se ci sarà una condanna per occultamento di cadavere e il tutto si protrarrà fino ad arrivare in Cassazione, ci troveremmo in una situazione a dir poco singolare; il cadavere di un feto abortito sarebbe parificato al cadavere di un essere umano nato e successivamente defunto, salvo mantenere un’aberrante diseguaglianza: l’essere umano nato vivo non può essere lecitamente ucciso se non per ragioni strettamente codificate (classico esempio è la legittima difesa) mentre il feto, soprattutto entro i primi 90 giorni di gestazione, può essere abortito sostanzialmente per qualsiasi motivo; è sufficiente – diciamola tutta – una qualsiasi giustificazione, anche falsa, da parte della donna che lamenti “circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza (…) comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica”. E dico “anche falsa” perché le famose “circostanze” devono semplicemente essere accusate dalla donna, senza l’eventualità che accertamenti medici possano in qualsiasi modo certificare il pericolo per la sua salute.
Ma è poi vero che la legge ritiene che i due tipi di cadaveri abbiano pari dignità? Diamo un’occhiata veloce ai regolamenti di polizia mortuaria e ai regolamenti per lo smaltimento di rifiuti ospedalieri. E capiamo che, leggi alla mano, tra feti ed esseri umani nati vivi esiste una forte disparità anche dopo la morte.
Chi muore da umano partorito ha diritto a una visita medico-legale che accerti il decesso, a un periodo di osservazione, a un funerale e a tutta un’attenta normativa come si conviene in un Paese civile; chi muore – per aborto spontaneo o per assassinio legalizzato – da feto, e precisamente da feto di età inferiore alla 20 settimane (nel caso in questione stiamo parlando di feto di 12 settimane) viene preso e smaltito come rifiuto pericoloso a rischio infettivo. E si badi bene: non uso queste parole provocatoriamente, è proprio così che è definito quel tipo di spoglie mortali.
Rifiuti pericolosi a rischio infettivo.
E come sono trattati, allora, i corpi di queste anime già rifiutate e uccise su commissione per volere delle loro mamme? Sono raccolti insieme ad altri rifiuti ospedalieri pericolosi a rischio infettivo e inceneriti.
Li si prende e gli si da’ fuoco.
Ma mica in piazza, siamo evoluti e civili, li si butta in appositi inceneritori, tutto ben pulito e sterilizzato. Che soddisfazione. L’unico modo possibile per assicurare un funerale ai feti che non abbiano più di 20 settimane è una formale richiesta scritta dei genitori. Niente richiesta? Via, al forno crematorio. Ne sanno qualcosa i gruppi di preghiera (Ora et labora in difesa della vita, l’Armata Bianca, Difendere la vita con Maria, e tanti altri) che affrontano difficoltà inenarrabili per dare degna sepoltura ai bimbi abortiti, quando la normativa comunale concee degli spazi idonei nei cimiteri e quando gli ospedali collaborano…
Pensiamoci. Stiamo davvero massacrando la vita a un uomo che, devastato dal dolore e dallo spavento, ha momentaneamente perduto la lucidità mentale cercando, in qualche modo, di assicurare al corpicino del figlio quella che – nello choc del momento – poteva sembrargli una pietosa sepoltura? E vogliamo farlo nella consapevolezza che il nostro ordinamento, nel nome di una malato concetto di “libertà della donna” consente che i corpi umani non nati possano essere presi, massacrati in massa, triturati, buttati come rifiuti e, nella maggior parte dei casi (se una mamma commissiona l’assassinio di suo figlio non nato, mi risulta difficile che sia poi disposta a perdere tempo e denaro per organizzargli il funerale) inceneriti come fossero immondizia? Quasi si vorrebbe – non me ne voglia il pover’uomo indagato – che si possa arrivare a una condanna definitiva il più presto possibile. E che la migliore dottrina giuridica possa quindi aprire gli occhi e rivolgersi al Parlamento (istituzione che un’idea malata di democrazia – quell’idea per cui “democrazia” significa consentire anche all’illetterato più imbecille di essere eletto e scrivere le leggi che sono la linfa di un Paese – ha ormai degradato fino a renderla un dannoso stipendificio) dicendo: “Cosa stiamo facendo? Legalizziamo uno sterminio silenzioso, trattiamo corpi umani come fossero animali investiti in autostrada, plaudiamo a chi si è speso, si spende e si spenderà affinché tutto questo possa continuare negli anni nel nome della “civiltà” e poi devastiamo la vita di un uomo distrutto dal dolore al punto da compiere gesti che, nella disperazione del momento, per lui rappresentavano forse la cosa più rispettosa e misericordiosa che si potesse fare? La legge avrebbe definito quel feto “rifiuto pericoloso a rischio infettivo” e noi condanniamo un uomo perché, per disperazione, l’ha considerato come un essere umano, come suo figlio, seppellendolo? Cambiate le nostre leggi!

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”
L’uguaglianza e la dignità sociale in ambito prenatale non sono, però, comprese nel prezzo.

di Alberto Calabrò

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