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Home Page > Filosofia e morale > Sessismo o realismo? La battaglia sull’educazione
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Si fa sempre più pervasiva l’accusa di sessismo mossa all’educazione c.d. “tradizionale”. Anche i modi e i tempi di diffusione degli attacchi sono indice di una strategia mediatica sempre più tesa al totalitarismo ideologico. L’importante è bombardare in continuazione l’opinione pubblica con le nuove costruzioni linguistiche e concettuali. Oggi facciamo riferimento alla reiterata pubblicità del libro Educazione sessista: stereotipi di genere nei libri delle elementari, di Irene Biemmi.

«La scuola italiana continua a tramandare modelli di mascolinità e femminilità rigidi e anacronistici», si legge nella presentazione di MicroMega, dove evidentemente si misconosce la metafisica e quindi la natura umana che trascende il tempo, lo spazio e gli individui. Si legge poi nella prefazione di Dacia Maraini: «Soprattutto nel Meridione d’Italia alla domanda ‘Cosa fa tua madre?’ ci si può sentire rispondere: ‘Niente, sta a casa’, frase che non ha bisogno di commenti [in effetti non ne ha alcun bisogno, n.d.r.]. Il lavoro casalingo è gravoso ma mai remunerato, e quindi viene inteso spesso dai bambini come un dovere biologico della donna-madre-moglie».
Ecco il sessismo: la cura della prole (e quindi della casa) come dovere biologico. Piaccia o no al femminismo, c’è un piccolo particolare che si chiama “realtà” con il quale fare i conti. Se il sesso femminile è biologicamente legato alla nascita e alla crescita della vita umana, non è forse, la cura dei figli, esattamente qualificabile come dovere biologico della madre? E la gestione della casa cos’è, se non una conseguenza necessaria dello stretto contatto che la donna conserva con la prole per tutti gli anni dell’infanzia? Non lo diciamo noi, è scritto nella fisiologia.

«L’autrice,» prosegue la Maraini, «sfogliando le pagine dei libri scolastici, scopre mille piccole, a volte mascherate disparità etiche e linguistiche, che denuncia ripetendo: ‘Non si dovrebbero definire le donne mediante attributi fisici quando gli uomini vengono descritti attraverso attributi intellettuali o posizioni professionali’».
E siamo d’accordo: c’è un’intera galassia di virtù e qualità che connota l’universo femminile e che subisce un mostruoso appiattimento in una società orientata alla mercificazione del corpo delle donne. Ma è qui che si cela l’inganno di questo modo d’argomentare che vede sessismo anche dove non ce n’è: si pretende di porre sullo stesso piano gli stereotipi negativi causati da una visione distorta della donna (soprattutto quando è vista come oggetto di piacere sessuale) e quei tratti che “stereotipi” non sono perché non derivanti da una costruzione culturale ma dalla differenza tra maschio e femmina. Una differenza che è “data” e che precede qualsiasi cultura perché iscritta nella natura umana.

Ecco ciò che rende particolarmente insidioso il programma mediatico di decostruzione dei valori naturali: si opera una confusione tra cultura e natura. Detti valori sono bollati come “tradizionali” perché a noi tramandati dalle culture precedenti, senza considerare che le culture precedenti li hanno tramandati perché veri. Per essere più precisi ancora, questa confusione è possibile perché il concetto di natura è totalmente eclissato.

Perciò l’autrice può arrivare a scrivere: «Sarebbe opportuno, pertanto, che la rottura degli stereotipi sessuali avvenisse da entrambe le direzioni: il modello femminile dovrebbe avvicinarsi e fondersi con quello maschile tanto quanto il modello maschile dovrebbe imparare a rapportarsi e integrarsi con caratteristiche (sensibilità, dolcezza) e ruoli (cura dei figli) considerati finora “femminili”». Cos’è questa, se non l’ideologia gender*?

Vincenzo Gubitosi

*[Ne abbiamo una nutrita serie di esempi nel nostro Dossier]

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