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Il nostro recente post sul transumanesimo come approdo ultimo dell’ideologia gender, ha suscitato la reazione dei transumanisti.

Dapprima la risposta civile ed educata del signor Pilia, che andiamo a riportare in calce (chiediamo scusa se è passato qualche giorno, ma ci sono tempi tecnici e questioni organizzative redazionali che ci impediscono spesso una risposta “in tempo reale” alle mail, ai commenti e anche a richieste di pubblicazione, come questa).

Poi sono stati scritti post – come spesso accade – aggressivi e/o insultanti, su pagine Facebook e vari portali transumanisti, che non riteniamo degni di una particolare considerazione, ma ai quali – comunque – la risposata che andiamo a scrivere al signor Pilia dovrebbe bastare.

Ecco la lettera del signor Pilia.

Gentile redazione di Notizie ProVita,

innanzi tutto, grazie per averci dato la possibilità di replicare al vostro articolo Transumanesimo: l’approdo ultimo dell’ideologia gender.

Evito di parlare riguardo la questione del gender, semplicemente perché la definizione di “ideologia gender” è molto diversa da quella che i media italiani offrono, ed ha davvero poco a che fare con quanto viene fatto intendere. Stando a Sociology Guide, infatti, l’ideologia gender «enfatizza il valore di ruoli distinti per uomini e donne, dove gli uomini adempiono al ruolo di pilastro economico della famiglia e le donne adempiono al ruolo di genitore e casalinghe». Per finire: «l’ideologia gender si riferisce anche alla credenza sulla società che legittima l’inegualità di genere». Insomma, esattamente il contrario di quello che viene sottointeso da una male interpretata formula anglosassone. So che da una parte e dall’altra degli schieramenti la contestazione è sulla presupposta esistenza o meno di questa “ideologia gender”. L’unica cosa che posso dire, è che, semplicemente, la cosa non ci interessa più del dovuto.

La decisione di scrivervi attraverso la formula della lettera aperta, invece che con un articolo, proprio per tentare di sottolineare alcuni fraintendimenti, soprattutto sul significato stesso del termine “transumanesimo”, ed è per questo motivo necessario andare a capire di cosa si sta parlando.

Per transumanesimo non si può intendere altro che un movimento di pensiero che ha come punto di partenza l’idea che sia auspicabile l’utilizzo della tecnologia per il benessere di tutti gli individui, anche a patto di richiedere l’intervento diretto sulla nostra evoluzione.

Voi citate, fraintendendoli, alcuni pensatori transumanisti. Spero di non fraintendere Pico della Mirandola, un cattolico ecumenico piuttosto fiero, il quale nella sua famosa Oratio de hominis dignitate afferma:

Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine.

Per Pico della Mirandola, insomma, l’uomo ha il grande privilegio e la grande responsabilità di dover essere chiamato a «forgiare il proprio destino». La nostra natura non è determinata: anzi, è proprio nell’indeterminatezza che gli esseri umani plasmano le loro vite. Noi siamo spinti da impulsi e desideri che ci chiedono di combattere, di lottare, affinché questi possano cessare.
Avevamo freddo, così abbiamo domato il fuoco. Avevamo fame, così abbiamo imparato a cacciare. Dovevamo proteggerci, così iniziammo a costruire case e recinti. A piccoli passi, errore dopo errore, abbiamo iniziato a costruire la splendida e meravigliosa complessità che caratterizza quella strana cosa che potremmo chiamare umanità. Certo, abbiamo commesso molti errori in questo percorso: abbiamo creduto che la guerra potesse realmente salvare il destino dei popoli, così ci siamo lanciati in sanguinarie crociate e abbiamo acclamato terribili dittature. Noi, l’umanità, abbiamo usato il fuoco per riscaldarsi, ma anche per aggredire. Nonostante ciò, abbiamo creato vaccini, edifici meravigliose, opere d’arte che ci lasciano senza respiro, siamo partiti per la conquista dello spazio, comunichiamo con amici e familiari con una facilità prima impensabile. Molta strada c’è ancora da fare: in molte porzioni del mondo, interi territori non hanno garantito l’accesso a farmaci di base, se non il cibo, figuriamoci se sono interessati all’accesso ad internet! Ma l’aiuto a queste persone potrà giungere solo attraverso più tecnologia, non attraverso un suo rifiuto acritico.

La stessa, povera, Kim, se avesse avuto la fortuna di vivere in un mondo in cui la ricerca scientifica e tecnologica non venisse vista come una futile spesa quanto come investimento sulla vita di ognuno di noi, probabilmente non avrebbe dovuto aggrappare le proprie speranze all’ibernazione. Una opinione diffusa soprattutto riguardo i temi legati al transumanesimo. Solo per fare un esempio, alcuni scienziati, attualmente, stanno studiando proprio i processi metabolici legati all’invecchiamento. Tra questi, vi è anche lo studio dei processi che causano il cancro, proprio la malattia che ha colpito Kim. Inoltre, le scoperte fatte nell’ambito della crioconservazione, ha permesso di scoprire alcuni comportamenti del nostro corpo, conducendoci ad elaborare nuove tecniche chirurgiche già oggi utilizzate con successo nelle sale operatorie. Forse quelle di Kim resteranno “assurde illusioni”, come suggerisce il vostro articolo, ma la morte è una crudele certezza. La Alcor non lucra sul dolore dei cari, ma offre questa flebile speranza, investendo in ricerca i propri profitti, i cui risultati si trasformano in benefici per la maggior parte di noi.
Dobbiamo pensare a questo tipo di ricerche paragonandole a quelle effettuate nel contesto della Formula 1, che apparentemente potrebbe apparire come una spesa folle e senza senso, ma che in realtà produce brevetti su brevetti che vanno a semplificare e migliorare sensibilmente la vita di ognuno di noi. Alcuni elementi presenti negli arti meccanici utilizzati da migliaia di persone provengono proprio dall’ingegneria automobilistica. Non è un caso che BMW e Honda siano all’avanguardia anche in questo campo. E dei risultati di queste ricerche ne beneficiamo tutti, anche chi non può permettersi una protesi di quel valore, e questo grazie all’apertura che anche l’evoluzione sociale sta portando. Penso all’open source ed al movimento dei maker, che sta creando la possibilità di potersi realizzare in perfetta autonomia delle funzionali protesi biomediche. A tal riguardo, segnalo il fantastico progetto made in italy Open Biomedical Initiative.
Stiamo parlando di ricerche che stanno già ora dando i loro frutti, non di futuribili sogni di utopisti sognatori. Così come non è follia pensare che noi siamo ancora vittime del caos genetico: millenni di battaglie hanno premiato la trasmissione dei geni dei vincitori e degli invasori, perché dovrebbe essere meno etico razionalizzare questo processo evitando spargimenti di sangue? Riduciamo la scala, e proviamo a porci nei panni di un caro specifico: quale madre, se potesse scegliere, eviterebbe al proprio figlio una predisposizione ad una malattia cardiaca? Quale madre, se potesse farlo, non offrirebbe il meglio al proprio figlio? Quale madre si arrenderebbe al destino di vedere il proprio figlio soffrire per i capricci di un gene? L’amore verso il proprio figlio la porterebbe a offrire la propria vita, se questo potesse garantire la migliore delle vite. Già programmiamo la vita dei nostri figli con i vaccini. Perché, allora, si dovrebbe rinunciare ai doni dell’ingegneria genetica?
Nel vostro articolo si parla di vita, ed anche qui abuso di questo termine: è per amore della vita e dell’umanità che lottiamo per far sì che la fiamma del progresso, la fiamma che noi abbiamo acceso e che arde sempre mutevole ma sempre fedele a sé stessa, possa rimanere accesa anche nella più oscura delle notti. È una fiamma che mi fa ardere dal desiderio di poter vivere millenni, di poter sollevare tonnellate, di poter meditare l’immeditabile, di poter sfiorare le stelle, di poter far udire la mia voce a kilometri di distanza. E se il mio corpo non potrà resistere alla pressione del tempo, se sarà schiacciato dal peso che ho sulle spalle, se tali pensieri mi porteranno alla follia, se perderò la voce per aver troppo urlato, desidero che quella fiamma rimanga accesa grazie al frutto, non proibito da alcun vincolo normativo, della tecnica.
Voi stessi, avete pubblicato quell’articolo attraverso il prodotto di millenni di evoluzione umana e tecnologica, avete esteso il volume della vostra voce migliaia, milioni di volte, e questa è stata udita da migliaia, milioni di orecchie. Perché dovremmo rifiutare di ammetterlo?

Emmanuele Jonathan Pilia, Direttore Esecutivo Associazione Italiana Transumanisti

Tralasciamo, siamo d’accordo, la questione del gender, di cui abbiamo parlato e parliamo in altra sede,  e soffermiamoci sui seguenti punti:

L’utilizzo della tecnologia per il benessere di tutti gli individui”: su questo siamo perfettamente d’accordo. Le cose, l’ingegno, il progresso tecnologico, sono strumenti buoni se perseguono fini buoni, per l’uomo, secondo natura. Domare il fuoco, Pico della Mirandola, le ricerche di ingegneria biomedica, tipo quelle della Formula1, ecc: siamo perfettamente d’accordo.

Anche a patto di richiedere l’intervento diretto sulla nostra evoluzione: qui vorremmo capire un po’ meglio. Forse dovremmo dire che la tecnologia è buona in quanto consente una evoluzione in senso positivo del genere umano, ma a patto di non sacrificare persone o principi (come la sacralità della vita di ciascun essere umano, che è unico e irripetibile, nel bene o nel male).

Forse quelle di Kim resteranno “assurde illusioni”, come suggerisce il vostro articolo, ma la morte è una crudele certezza.

Anche qui siamo d’accordo. La morte è una certezza ineluttabile. Si può ritardare, ma non evitare. E la  morte dell’uomo si inserisce nel contesto della FINE di tutte le cose materiali: un giorno anche il sole finirà. Bisogna accettarlo. Anche se è bello lanciare il cuore oltre l’ostacolo, con l’arte, la musica, la scienza e – magari – anche con la fede in una vita immortale con corpo e anima dopo la fine del mondo e la risurrezione dei morti, il senso del limite bisogna averlo. E’ una questione di realtà. Oggettiva. Come il fatto che gli uomini sono maschi o femmine. Come le foglie che sono verdi e la neve bianca.

La Alcor : magari è davvero un’impresa seria che fa promesse serie, sulla base di ricerche serie, che ottengono risultati seri, comprovati in modo serio. Esula dalla nostra “mission” andare a verificare. Siamo disposti ad accettare l’eventualità che la Alcor non venda sogni, ma solide realtà, come diceva non so più quale spot pubblicitario.

Quando, però, il signor Pilia tira in ballo l’ingegneria genetica, allora non siamo più d’accordo.

Per un motivo, essenzialmente, cui abbiamo accennato prima: il valore inestimabile che hanno le cose estremamente rare. I pezzi unici sono preziosi, vanno collezionati, non vanno persi o distrutti: giusto?

Ebbene, gli esseri umani, nel momento in cui assurgono all’identità di un individuo, in nuce, che ha tutto il patrimonio genetico, con tutti gli elementi necessari per svilupparsi e perfezionarsi e “autodeterminarsi” , sono pezzi unici, più che rari, irripetibili e quindi sacri e inviolabili. 

Per essere ancora più precisi, è necessario ribadire che l’ingegneria genetica, come tutti gli altri interventi dell’uomo sull’uomo, deve essere regolata dai principi della morale. In modo tanto più stringente quanto più le potenzialità del mezzo sono, da una parte benefici, dall’altra assolutamente devastanti. La manipolazione dei geni di una persona può dunque essere lecita ad alcune strette condizioni: 1. salvaguardare la vita e l’identità della persona (quindi è illecita ogni distruzione di embrioni, creazioni di chimere, ecc.); 2. rispettare il principio terapeutico: un intervento su ciò che vi è di più profondo, di più vicino all’identità, dal punto di vista corporeo, è lecito se va a beneficio della totalità di quella persona (quindi è giusto eliminare e prevenire malattie, ma non utilizzare il patrimonio genetico di altri come semplice “mezzo”, o trattare embrioni come “oggetti”, ecc.); 3. che i benefici potenziali siano certi o almeno fondati su una solida speranza, senza rischi di grave errore o di aberrazioni peggiori di quelle che si vogliono correggere: questa terza condizione, subordinata alle altre due, ha una grande rilevanza quando si tratta di ingegneria genetica, in quanto ogni “errore” rischia di moltiplicarsi all’infinito, o di avere conseguenze devastanti sulla vita di una persona oppure sull’ambiente.

Per questi motivi, ad esempio, non è giustificabile lo smembramento o il congelamento o la manipolazione di un embrione umano, considerandolo così come puro “mezzo” o “oggetto”, neanche per salvarne altri 100. Anche perché, mentre un Salvo D’Acquisto ha oggettivamente, immediatamente e spontaneamente salvato delle vite umane, gli embrioni sacrificati dalle ricerche collegate all’ingegneria genetica, finora, sono stati innumerevoli. Bisogna quindi tenere in mente tutti i principi morali, specie quando si va a intervenire su un elemento così delicato come il patrimonio genetico, e non farsi prendere dall’immaginazione di grandi futuribili benefici, da ottenere ad ogni costo.

Redazione

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