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Home Page > Aborto > “Una vita per la vita”: colloquio con Flora Gualdani
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Pubblichiamo il testo integrale dell’intervista in diretta radiofonica del prof. Renzo Puccetti a Flora Gualdani, nell’ambito della trasmissione Questioni di Bioetica su Radio Maria (26 agosto 2017).

“Una vita per la vita”

Cari radioascoltatori di Radio Maria, buonasera. Ben ritrovati in questa puntata agostana della trasmissione “Questioni di bioetica” dal titolo Una vita per la vita. Questo pomeriggio, diversamente da quanto faccio abitualmente nelle trasmissioni – in cui di solito si affronta un tema e si cerca di sviscerarlo in maniera approfondita e talvolta gli dedichiamo anche più trasmissioni – vorrei dedicarlo a passare in rassegna una serie di questioni, alcune delle quali antiche, altre più recenti, che però hanno tutte la caratteristica di essere disquisite a squisita matrice bioetica. Questioni di cui ci viene dato conto sugli organi d’informazione, spesso attraverso il commento di casi specifici. L’approccio è tendenzialmente di tipo emotivo, ma anche spesso – ahimè – poco razionale, dove la cifra comune che mi pare di poter individuare è che non si eserciti, o lo si faccia in misura estremamente superficiale e sfuggente (e talora contraddittoria) il dovere di formare le coscienze, soprattutto da parte degli educatori e, ancor più importante, da parte dei pastori. Sembra che le coscienze dei fedeli si debbano formare dai giornali laici, dai mezzi televisivi. E poi ci si stupisce del perché di determinati risultati. E’ fondamentale che la coscienza venga formata, venga educata, che venga istruita. Che si diano alla coscienza strumenti di approfondimento. La coscienza – ricordiamolo – non è un’opinionismo «Io penso che…», «Io mi sento che…».
La coscienza è una conoscenza, è un giudizio sulla realtà. Questi temi di cui parleremo oggi, spesso vengono accuratamente evitati (anche nel quarto d’ora di omelia) perché giudicati “divisivi”. Come se Gesù non avesse detto: «io sono venuto a portare non la pace ma una spada. Sono venuto a dividere l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera» (Mt 10,34). Perché alla fine devi scegliere da che parte stare. Non si può alla fine fare tutto a “tarallucci e vino”, come si dice dalla mie parti, con il “volemose bene”. Mi rendo conto che questi temi siano “divisivi”. Ma Padre Livio ha voluto che lo fossero, che su questa trasmissione parlassimo di questi temi “divisivi”. E non posso che ringraziarlo per questa opportunità che mi viene data. Attenzione: non è affatto mia intenzione insegnare alcunché a nessuno, ma proprio perché mi trovo ad esercitare un servizio per la Chiesa, è con intento edificatorio che vorrei trasmetterlo, e spero che quanto sarà detto stasera possa fare riflettere chi è in ascolto. E chi potevo chiamare ad aiutarmi per un compito di questo genere se non una persona che ha speso l’intera vita al servizio della vita umana innocente, delle donne con gravidanze difficili, che ha speso la propria vita ad istruire fidanzati e le coppie sposate, a studiare ella stessa e poi a sua volta a trasmettere, insegnare e formare con grande dolcezza, grande umiltà ma anche con una grande fermezza (che raramente ho potuto riscontrare negli uomini) generazioni di laici e consacrati? Sto parlando di Flora Gualdani: ostetrica, bioeticista, fondatrice dell’opera Casa Betlemme, alle porte di Arezzo. Un’Opera che è stata riconosciuta dall’allora vescovo di Arezzo mons. Bassetti, oggi cardinale, arcivescovo di Perugia e presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Flora Gualdani è autrice di scritti e di libri, pluripremiata per questo suo enorme apostolato: se dovessi leggere il suo curriculum vitae ci vorrebbe l’intera trasmissione. Basta soltanto citare che Bangladesh e India, Africa e Svezia, Cina e Messico, Cambogia e Bosnia sono terre dove Flora Gualdani ha esercitato la sua missione la cui genesi risale alla grotta di Betlemme nel 1964. Una missione al servizio dell’essere umano procreato e dell’atto procreativo, al servizio della comprensione della sua profondissima umanità. Flora Gualdani però è per me più di tutto questo: Flora è un’amica, una grande amica, di quelle su cui puoi contare sempre quando hai bisogno di preghiere, di intercessioni, e se hai bisogno di una parola di Verità.
Ciao Flora! Nelle scorse settimane, è cosa che è stata riportata sui giornali, è successo un fatto che mi ha fatto molto pensare. In una chiesa di una diocesi italiana (a me non interessa stare a specificare) è stata chiamata in cattedra una persona, la signora Emma Bonino, la cui storia è ben conosciuta. In quella occasione, quando le si ricordava qual è anche la genesi dell’attuale “inverno demografico” di cui lei parlava nel suo intervento, Emma Bonino ha rivendicato la sua antica attività per la legalizzazione dell’aborto. Rivendicazione seguita da applausi scroscianti delle persone intervenute lì in chiesa. Perché la cosa mi ha fatto molto riflettere? L’aborto è stato definito dal Concilio Vaticano II un abominevole delitto. In Evangelium vitae San Giovanni Paolo II parlava degli “attentati, concernenti la vita nascente e terminale, che presentano caratteri nuovi rispetto al passato e sollevano problemi di singolare gravità per il fatto che tendono a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di «delitto» e ad assumere paradossalmente quello del «diritto», al punto che se ne pretende un vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante l’intervento gratuito degli stessi operatori sanitari” (EV, 11). Mi sono venute in mente anche le parole di Gesù nel capitolo 3 del Vangelo di Marco: «Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi». Emma Bonino non ha parlato in una piazza: ha rivendicato l’aborto in una chiesa. Quindi siamo passati dalla “cattedra dei non credenti” alla “cattedra degli abortisti”. Riflettevo sul fatto che se è la Chiesa che riconosce l’opera Casa Betlemme come “associazione pubblica di fedeli” ed è la stessa Chiesa, come assemblea, che applaude la Bonino e – nelle sue articolazioni istituzionali – non interviene per proteggere il gregge dalle sue parole, allora – sarò provocatorio – non rimane che prendere atto che la Chiesa oggi è essa stessa quel “regno diviso in se stesso” di cui parla il Signore. Ha tutta l’apparenza di essere in una tale condizione. A meno che non si assuma la prospettiva del beato Paolo VI che all’amico Jean Guitton parlò di “un pensiero di tipo non cattolico” che sarebbe potuto diventare “il più forte”, ma che non avrebbe rappresentato “mai il pensiero della Chiesa”, perché avrebbe dovuto sussistere “un piccolo gregge, per quanto piccolo”. Flora, tu come la vedi la situazione?

Buonasera Renzo e buonasera a voi ascoltatori di Radio Maria. Il quadro che hai tratteggiato è purtroppo reale e drammatico. Di fronte a questo scenario, penso di essere stata tra le prime voci in Italia a parlare pubblicamente di “confusione”, fu faticoso ma la coscienza me lo imponeva. Era il 3 maggio 2014 e in un’accademia romana mi stavate consegnando il premio della IV Marcia nazionale per la vita. Nel discorso di ringraziamento esprimevo così la mia preoccupazione: «Se sopra la disinformazione ci seminiamo la confusione, alla fine raccoglieremo devastazione». Oggi sono ormai in tanti a parlare di “confusione” all’interno del cattolicesimo: è una denuncia che arriva dalle persone più semplici come dagli osservatori più autorevoli e dai principi della Chiesa. Il cardinale Caffarra ha affermato che «solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione». A me pare che siano tanti i ciechi oggi che non vedono l’errore.

Quello di cui parlava Paolo VI io lo definisco un pensiero catto-protestante, che adesso pare maggioritario e riguarda principalmente la bioetica e la morale coniugale.

In mezzo alla tempesta del ‘68, il beato Paolo VI volle solennemente chiarire e confermare la fede cattolica firmando il “Credo del popolo di Dio” e l’enciclica Humanae vitae. Con questi due documenti gli toccò, spiegava Ratzinger, uno sforzo «quasi sovrumano», cioè guidare la nave della Chiesa «tra Scilla e Cariddi» (M. Macchi ed., Paolo VI. Un credo per vivere. Professione di fede, enciclica Humanae vitae, Rusconi 1995). Come il sangue innocente, la verità brucia e disturba. Ma non invecchia e «non viene decisa a maggioranza» perché, proseguiva Ratzinger, «davanti alla questione della verità finisce il principio democratico». Per citare ancora Benedetto XVI, di solito nella storia del popolo di Dio sono state decisive non le maggioranze ma alcune «minoranze creative» che sono rimaste fedeli e resistenti.

La storia si ripete e siamo di nuovo nella tempesta. Ricordiamoci la vicenda di Sant’Ilario e del vescovo Atanasio. Era rimasto pressoché da solo ad alzare la voce contro l’eresia ariana che era divenuta di gran moda nella maggioranza della Chiesa: lui venne osteggiato, scomunicato ed esiliato, con l’accusa dolorosa di voler dividere la Chiesa. Ma sappiamo da che parte stava la verità.

Per tornare ad Evangelium vitae, mi preme sottolineare una raccomandazione fondamentale al n. 82: «Nell’annunciare questo Vangelo, non dobbiamo temere l’ostilità e l’impopolarità, rifiutando ogni compromesso ed ambiguità, che ci conformerebbero alla mentalità di questo mondo». Giovanni Paolo II, in un grande discorso del marzo 1984, spiegava da profeta che «la fedeltà a questa parte della Dottrina (Humanae vitae e Familiaris consortio) dovrete pagarla a caro prezzo: sarete accusati di incomprensione, di durezza e altro ancora. È la sorte di ogni testimone della verità, come ben sappiamo. Con semplice ed umile fermezza siate fedeli al magistero della Chiesa in un punto di così decisiva importanza per i destini dell’uomo». Sono parole di un santo, che io ripeto da anni ai miei collaboratori e le traduco così: se volete rimanere fedeli alla verità tutta intera, preparatevi con coraggio al martirio delle idee e del cuore.

Abbiamo introdotto la figura del beato Paolo VI; il 25 luglio 1968, come hai ricordato, egli firmò l’enciclica Humanae vitae, l’ultima sua enciclica, l’atto di resistenza agli schemi del mondo più deciso e contestato del suo pontificato di cui fra ormai un anno ricorderemo il cinquantennio. Oggi è ufficiale che un gruppo di teologi sia stato incaricato di studiare i documenti di quella commissione pontificia in cui, come sappiamo, la maggioranza si era espressa in senso contrario rispetto a quello che poi sarà l’insegnamento di Paolo VI, che peraltro confermerà venti secoli di insegnamento della Chiesa sull’argomento. Anche in occasione dei sinodi sulla famiglia sono filtrate voci di chi avrebbe voluto un ribaltamento di quell’insegnamento. Tu a Casa Betlemme hai messo in piedi una vigorosa opera pastorale ispirata ad Humanae vitae e all’approfondimento successivo di San Giovanni Paolo II, al suo enorme lavoro teologico svolto prima da ordinario di Cracovia e poi come Papa. Quali sono le tue considerazioni?

Come ho spiegato in una recente intervista, Casa Betlemme è la dimostrazione che, se si vuole, anche la dottrina dell’Humanae vitae è capace di diventare prassi tra la gente. Tante giovani coppie si sono affascinate e hanno deciso di spendere la loro vita in questo apostolato moderno per trasmettere la bellezza dell’armonia tra fede, scienza e cultura. Lo sa bene anche il neo presidente della CEI perché, quando era nostro vescovo, Bassetti ha conosciuto da vicino i miei collaboratori e, vedendo i frutti di questa missionarietà laica, volle lui riconoscerne il carisma quale opera della Chiesa. E gli siamo molto grati.

Una delle obiezioni tipiche sull’Humanae vitae riguarda la sua presunta impraticabilità: la nostra opera demolisce l’obiezione ed è stata oggetto anche di varie tesi di laurea. Ma esistono tante altre realtà in giro per il mondo dove questo è avvenuto, e gli esempi più importanti sono in Cina e in India, dove Madre Teresa con i suoi poveri ci ha lasciato una lezione enorme anche su questo campo della sessualità, una lezione di carità nella verità. Questo significa che l’enciclica di Paolo VI può funzionare ad ogni latitudine, comprese le periferie esistenziali.

L’ambulatorio ostetrico è una specie di confessionale, più frequentato di quello dei sacerdoti. Ascoltando la vita concreta di tante donne, in mezzo secolo di esperienza mi sono convinta di alcune cose. Per esempio che la contraccezione è una proposta vecchia, e il futuro è dei metodi naturali. Ne va della qualità dell’amore e della qualità della generazione. Ripeto: cambia la qualità. Posso testimoniare che i metodi naturali sono la via per costruire famiglie solide nell’epoca dell’amore liquido.

Tutta la bellezza e l’efficacia dell’Humanae vitae si capisce però soltanto inquadrandola nella teologia del corpo cioè nelle 129 catechesi con cui Giovanni Paolo II volle approfondire la questione. Passando da quella teologia comprendi che l’Humanae vitae è un insegnamento per il bene della persona prima ancora che per la coppia. E’ per ogni persona. Perché ho visto rifiorire felicità nella vita degli sposi ma anche tanta serenità nelle vite consacrate. Dagli anni ’80 porto infatti questi insegnamenti anche dentro i conventi in giro per l’Italia, con risultati silenziosi ma stupendi.

Negli ultimi anni mi hanno chiamato due volte a Roma a tenere un corso ad un gruppo di suore e preti cinesi della Chiesa sotterranea: che sono rimasti affascinati dalle teologia del corpo, cioè dallo scoprire la meraviglia della fertilità ed il significato grandioso della corporeità nel piano di Dio. Voglio dire che l’Humanae vitae porta in sé un vangelo della sessualità che viene riconosciuto dai paesi più lontani, mentre è ancora incompreso, rifiutato e talvolta deriso dal nostro occidente troppo gaudente e molto disperato.

Vorrei far notare infine che l’insegnamento dell’Humanae vitae non se lo è inventato Paolo VI, non è una novità. Lui ha semplicemente attualizzato un’indicazione che risale alla Sacra Scrittura dove leggiamo nella Genesi un preciso comando di Dio, composto di un NO e di un SI: «Non gettare il seme» (cioè non dividere aspetto unitivo e procreativo) e poi «Siate fecondi e moltiplicatevi». Come hai ampiamente dimostrato nel tuo prezioso saggio, caro Renzo, la posizione della Chiesa cattolica vanta anche qui una ininterrotta e sacra Tradizione bimillenaria. Una continuità che fu rotta soltanto nel 1930 dagli anglicani nella Conferenza di Lambeth, dietro la pressione del movimento eugenetico rappresentato purtroppo anche da reverendi esponenti ecclesiali. Papa Pio XI rispose a quello strappo il 31 dicembre dello stesso anno firmando l’enciclica Casti connubii. E fu una risposta forte e chiara.

Quindi l’enciclica Humanae vitae è vera dottrina immutabile perché fondata su Sacra Scrittura e sacra Tradizione, in un divenire storico nella continuità.

Mi è venuto in mente, Flora, quello che hai detto più volte e hai ricordato anche stasera, cioè che «il futuro è dei metodi naturali». Proprio un anno fa è stato pubblicato sulla rivista European Journal of Contraception & Reproductive Health Care (e tra gli autori c’è Kristina Gemzell-Danielsson che è praticamente il “guru” di contraccezione, pillole varie e aborto, e che lavora dentro il Karolinska Institutet in Svezia) uno studio dove si presentavano i risultati di un’application da mettere su telefonini e tablet, che individua le fasi fertili del ciclo mestruale delle donne insieme alla misurazione della temperatura corporea. Il risultato di quel lavoro, su più di 4000 donne, è stato che l’indice di Pearl (quello che stabilisce l’efficacia di un metodo quando viene utilizzato per evitare una gravidanza) è lo 0,5, praticamente sovrapponibile a quello della pillola. Tanto è vero che questa applicazione è stata poi riconosciuta a livello europeo come dispositivo medico. Lo aggiungo come considerazione perché mentre leggevo questi risultati mi sei venuta in mente proprio tu quando dici che i metodi naturali sono il futuro. Lo stiamo vedendo. Ti ringrazio di aver citato quel mio lavoro, che mi è costato tanta fatica, pubblicato nel 2013 per Edizioni Studio Domenicano con il titolo “I veleni della Contraccezione”. In quel saggio davo conto di ciò che nel 1960 padre de Lestapis chiamava “stato mentale contraccettivo”: tre anni dopo monsignor Kelly definiva la stessa cosa come “mentalità contraccettiva” e successivamente la dottoressa Wanda Połtawska (la grandissima amica di Karol Wojtyla) nel 1980 indicava come “attitudine contraccettiva”. Ecco, vuoi spiegare agli ascoltatori in che cosa consiste nella tua prospettiva questa “mentalità contraccettiva”, un’espressione usata direttamente dal Magistero (san Giovanni Paolo II la usa in Evangelium vitae) e quali sono, secondo la tua esperienza sul campo, le conseguenze di questa mentalità diffusa nelle persone?

San Giovanni Paolo II si è fatto aiutare a comprendere meglio questa materia da due donne molto speciali: la psichiatra Wanda Połtawska e la ginecologa Anna Cappella. Ho avuto la fortuna di averle tra i miei docenti negli anni ’80 durante gli aggiornamenti universitari a Roma. Il “nuovo femminismo” di cui parla Evangelium vitae parte proprio da donne come queste.

La Połtawska spiega che l’uomo, sentendosi come schiacciato dalla forza della sua fecondità, cerca di combatterla e di correggere ciò che Dio ha già creato in modo perfetto. Con la contraccezione, dice la dottoressa Wanda, l’uomo spende un monte di denaro in «un peccato inutile», perché in natura esiste già la soluzione, che sono i giorni infecondi messi da Dio a disposizione, e che grazie alla scienza oggi ogni donna è in grado di individuare con facilità. Se il Creatore avesse voluto che ogni rapporto sessuale portasse ad una gravidanza, avrebbe fatto la donna simile all’uomo che, se è sano, è fertile tutti i giorni. Invece Dio la fertilità l’ha disegnata ciclica, in una meravigliosa fisiologia dove ha consegnato alla donna le chiavi della vita. Noi siamo custodi della Creazione e della sua armonia, abbiamo il compito di rispettare il disegno inscritto da Dio nella natura, così come Lui lo ha creato. È un concetto che Wojtyla spiegava già nel 1960 nel trattato “Amore e responsabilità”, ma che ha ribadito anche Papa Francesco ad Assisi all’inizio del suo pontificato.

La contraccezione parte quindi da un atteggiamento con cui la creatura si pone davanti al Creatore dicendogli: «Senti, dalla cintola in giù potevi fare meglio. Ci penso io a correggerti…». È un atteggiamento di sfiducia, dove si pensa che Dio abbia fatto un progetto non adeguato alle esigenze dell’uomo. Per questo io dico che non ha molto senso recitare in chiesa il Padre nostro e poi praticare a letto la contraccezione, con cui lo consideriamo di fatto un “patrigno”, non il Padre.

La contraccezione è il primo divorzio nella coppia perché è come se lo sposo dicesse alla sposa: “accolgo tutto di te, tranne che la tua fertilità”. Dio ha legato in quel gesto sessuale il piacere e la potenza della vita, secondo precise leggi biologiche fatte di bellezza e armonia: e ci ha detto di non separare ciò che Lui ha unito. L’uomo invece con la contraccezione si ingegna a rendere sterile un atto sessuale e a spengere la fertilità della donna. Ed è con questa scissione che abbiamo cominciato a mettere mano all’albero della vita. Poi si è approfondita la frattura all’opposto, con la fecondazione artificiale. Come hanno detto Benedetto XVI e Papa Francesco, noi viviamo «nell’epoca del peccato contro il Creatore». Vorrei citare qui due grandi medici, Servi di Dio. Il ginecologo Giancarlo Bertolotti, che ci richiamava ad un’interessante riflessione di Freud: «Niente creerà un grande insolubile problema all’umanità come il tentativo di separare la sessualità dalla riproduzione». Sono parole di Freud! Non basterebbe infatti una trasmissione intera per parlare dei guai – a livello clinico – in cui l’uomo si è impantanato con la contraccezione e la provetta.

L’altro medico è il grande professor Lejeune che nelle sue lezioni spiegava questa sequenza: «La contraccezione (che è fare l’amore senza fare il bambino), la fecondazione artificiale (che è fare il bambino senza fare l’amore), l’aborto (che è disfare il bambino) e la pornografia (che è disfare l’amore) sono, a gradi diversi, incompatibili con la morale naturale».

Il mezzo contraccettivo è un intruso che impedisce l’abbraccio totale degli sposi. I quali finiscono per delegare a quel mezzo la responsabilità del loro gesto. E ciò porta ad un’altra conseguenza. La mentalità contraccettiva fa sì che, quando fallisce l’anticoncezionale, spesso ci si rivolge alla soluzione dell’aborto. Ne ha dato conferma poco tempo fa una ricerca statistica in Francia. Ma sono ormai anni che l’equazione “più contraccezione meno aborti” è stata dichiarata fallita dalla letteratura medica. I numeri infatti dimostrano il contrario: la contraccezione crea una attitudine all’aborto, cioè non funziona da prevenzione ma da anticamera dell’aborto. È il suo viatico.

Inoltre la mentalità contraccettiva spinge l’uomo a sentirsi padrone della vita ma non ci riesce: perché non esiste nessun metodo anticoncezionale sicuro al 100% (io ho visto nascere un bambino anche da una donna che aveva le tube resecate). E questo è un bene, perché ci ricorda che è Dio l’Autore e Signore della vita. L’uomo tenta di sprangarLo fuori dalla porta ma inutilmente. Come un filo d’erba buca l’asfalto, un fiore sboccia tra le rocce, così una gravidanza può uscire dalle situazioni più impensabili. La Bibbia ce lo attesta.

Un’ulteriore distorsione della mentalità contraccettiva è il considerare l’arrivo di una gravidanza per vie naturali come “un errore” o come “il fallimento di un metodo”. Chi si professa credente dovrebbe invece sapere che ogni bambino concepito è sempre espressione della volontà di Dio, è dono e mistero di un Suo atto creativo.

Sono bellissime le parole che hai detto. E bellissime quelle che hai ricordato del grande professor Lejeune. Flora, lo hai già accennato, però vorrei spenderci qualche parola in più: spesso si sente descrivere l’insegnamento morale della Chiesa sulla sessualità come qualcosa di bello, santo, nobile, alto, ma troppo alto per il fedele comune, qualcosa alla portata di pochi, dunque qualcosa irrealizzabile, qualcuno l’ha paragonato ai pesanti fardelli di cui Gesù accusa gli scribi e i farisei. Eppure S. Agostino è chiarissimo sulla contraccezione, era un fariseo anche lui? San Paolo è chiarissimo sugli atti omosessuali, un altro fariseo? Gesù è chiarissimo sul matrimonio e l’adulterio, anche lui un fariseo? Insomma la Chiesa sarebbe un’istituzione intrinsecamente farisaica a partire dal suo capo e fondatore da cui oggi la libererebbero alcuni teologi e prelati illuminati, convertitisi al laicismo del mondo? Quale è la tua esperienza riguardo ad esempio alla fattibilità dei metodi per la regolazione naturale della fertilità?

Sì, come dicevo prima, una delle obiezioni tipiche riguarda la presunta impraticabilità dell’Humanae vitae: viene considerato un ideale bello, da consigliare ma troppo astratto e “lontano” – si dice – “dalla vita concreta” delle persone, sarebbe cioè una proposta “di nicchia” riservata a pochi cattolici particolarmente osservanti e non ai paesi poveri. Dobbiamo far capire invece che i metodi naturali sono un messaggio concreto di bellezza senza confini ideologici, culturali o religiosi, perché è inscritto nella nostra natura umana. Ormai se ne sono accorte anche le femministe. E la dottoressa Billings replicava così: «Esiste forse un’ovulazione cattolica?».

Poi c’è l’altra obiezione che confonde questo messaggio con un legalismo farisaico, una precettistica argomento di fanatici moralisti. Qui ci sarebbe da dire molto. Ma la prima obiezione da smontare è quella sulla presunta inaffidabilità scientifica. Dietro i metodi naturali c’è un enorme lavoro di ricerca scientifica che dal piano universitario scende nella pastorale. I moderni metodi naturali, nell’uso corretto, hanno ormai raggiunto un’affidabilità scientifica pressoché totale, al pari della pillola. L’hai accennato anche tu. In Italia siamo diverse centinaia di consulenti qualificate, presenti in modo capillare su tutto il territorio. Abbiamo una Confederazione nazionale che riunisce varie scuole di insegnamento, in una rete mondiale. San Giovanni Paolo II dopo ogni congresso internazionale ci riceveva perché voleva essere aggiornato sui progressi della medicina e della pastorale, incoraggiandoci a proseguire.

Il problema di fondo sta nel pregiudizio che nasce dalla censura e dalla disinformazione: una disinformazione diffusa che ho incontrato tante volte nelle corsie quanto nelle sacrestie dove, chi dovrebbe orientare e motivare, con l’impreparazione provoca invece danni gravi al cammino degli sposi.

Faccio tre piccoli esempi. Ho notato che tanta gente torna da certi pellegrinaggi con un grande entusiasmo spirituale ma spesso non viene aiutata ad incarnare la propria conversione dalla cintola in giù, nelle scelte della vita morale. Magari continuano a portare la spirale o ad assumere la pillola: per ignoranza, perché non sanno dei loro aspetti anche micro abortivi.

Secondo esempio: capita di incontrare il parroco che ci invita al corso prematrimoniale e, dopo una serata in cui abbiamo spiegato agli sposi il significato di “procreazione responsabile”, interviene alla fine con una battuta conclusiva del tipo: «Bene, grazie di tutte queste belle spiegazioni. Però… non dobbiamo mettere addosso agli sposi un giogo». È una battuta che distrugge tutto, e dimostra la sua impreparazione.

Terzo esempio: non è raro che arrivino da noi coppie sofferenti e disorientate per aver incontrato un sacerdote o un medico cattolico che consigliava loro la strada della Fivet, benedicendo la provetta.

La missione di Casa Betlemme è riparare questa specifica lacuna mediante una delle più urgenti opere di misericordia spirituale cioè “istruire gli ignoranti”, perché il popolo di Dio è gravemente disinformato in materia.

Di fronte all’obiezione dei “pesanti fardelli” vorrei dire quindi che è esattamente il contrario: sono i metodi naturali che – se proposti, insegnati e vissuti nel modo corretto – liberano da certi fardelli cioè dalla paura di gravidanze indesiderate, dal peso della contraccezione con tutti i danni che essa comporta. Effetti liberanti anche sul piacere, che riassumo con la frase di una coppia che venne a ringraziarmi con queste parole: «Ci hai insegnato a spostare una montagna con la punta del mignolo!».

È vero che quella dell’Humanae vitae è una via esigente e comporta momenti di fatica. Ma perché è il sentiero di Dio, che ci porta all’amore totale e all’amore vero: che non sarà mai un amore “low cost”.

Importante è trasmettere il significato autentico dei metodi naturali. Non sono una tecnica per non fare figli, ma uno stile di vita per la maturazione dell’amore, basato su una profonda conoscenza della propria fertilità e sull’esercizio della virtù, cioè della castità coniugale (che significa astinenza periodica) nella reciproca fedeltà, in una ragionevole apertura alla vita, lasciando a Dio l’ultima parola. Wojtyla si raccomandava di fare attenzione a non confonderli con un contraccettivo ecologico: la vera differenza etica non sta nel discorso naturale-artificiale ma nell’esercizio della virtù. Nessun contraccettivo infatti esige l’esercizio della virtù. E a rendere migliore un uomo – spiegava il Santo Padre – non è la tecnica ma la virtù.

Nella mia esperienza pastorale ho incontrato due tipi di derive. Quella del relativismo, che dice “credo in Dio ma la morale a modo mio” e trova la sponda di pastori che benedicono la contraccezione ad esempio con questa argomentazione: «Vi siete già aperti abbastanza alla vita, adesso siete giustificati ad usare la pillola o altro». Da noi in Toscana c’è un detto: “poggio e buca fa pari”. È la traduzione del proporzionalismo, concetto che il Magistero – come sappiamo – ha dichiarato contrario alla morale cattolica.

L’altra deriva è l’angelismo, cioè quelle comunità dove viene considerato peccato di egoismo usare i metodi naturali, e si finisce per misurare la santità dal numero dei figli. Ho conosciuto coppie con diverse gravidanze ravvicinate, faticosamente subite perché senza alcun discernimento per distanziarle (distanziarle, non rifiutarle senza motivo), e che poi – sfiancate – sono entrate in crisi con la sessualità. Di fronte a questo equivoco sulla fecondità ad oltranza (vissuta senza discernimento), nelle mie lezioni spiego che Dio non ci ha fatto con le ali ma con i genitali. E ricordo che al n. 31 di Humanae vitae, la Chiesa ci insegna che la vera felicità si trova nel rispettare le leggi sapienti inscritte da Dio nella nostra natura, che noi dobbiamo osservare usando non solo «l’amore» ma anche «l’intelligenza».

Flora, l’hai già accennato: non hai la netta sensazione che in realtà, attaccando la dottrina sulla contraccezione, l’indissolubilità del matrimonio, il disordine degli atti omosessuali, alla fine il bersaglio grosso sia l’insegnamento sugli atti “intrinsecamente malvagi”, quelli che si chiamano gli “assoluti morali negativi”? Cioè sto parlando – lo dico anche per gli ascoltatori – di quelle azioni che in qualsiasi caso, in qualsiasi circostanza, con qualsiasi intenzione vengano compiute, sono comunque un atto intrinsecamente malvagio. Non hai come la sensazione che, con questo “proporzionalismo”, alla fine l’insegnamento sugli atti intrinsecamente malvagi (che è fondamentale per la morale), magari senza dirlo, di fatto venga sterilizzato, venga reso una lettera morta? Magari ciò attraverso quella parolina magica che è la parola “pastorale”. Un’azione pastorale che quindi finisce, nei fatti, per essere la contraddizione di quell’insegnamento. Non hai la sensazione che si vada, volenti o nolenti, a finire in quella buca lì?

Concordo perfettamente, mi pare che il bersaglio in definitiva sia proprio l’enciclica Veritatis splendor, cioè smantellare certi fondamenti della dottrina morale cattolica. Sarebbe interessante ripercorrere le tappe che hanno portato san Giovanni Paolo II a scrivere quel documento, ma non c’è tempo. Io credo che, nel “Vangelo della vita”, uno dei compiti più importanti che ci è richiesto è quello di portare la gente a sperimentare la misericordia infinita di Dio, che sulle nostre miserie arriva con il Cuore: miseri-cordia. Ma questo dopo aver spiegato tutte le ragioni per cui comportamenti come adulterio, aborto, contraccezione, fecondazione in vitro, saranno sempre un peccato agli occhi del Creatore. Sono atti, come dicevi, “intrinsecamente cattivi”: nessuna circostanza, nessuna moda, né maggioranze o trascorrere del tempo, li potrà mai configurare diversamente. Cosa diversa, invece, è il grado di colpevolezza personale, che solo Dio vede.

Giovanni Paolo II, da uomo molto intelligente e grande santo, aveva già previsto tale scivolamento dedicandovi appunto questa intera enciclica, la Veritatis splendor, che ha concluso con queste parole: «Nessuna assoluzione, offerta da compiacenti dottrine anche filosofiche o teologiche, può rendere l’uomo veramente felice: solo la Croce e la gloria di Cristo risorto possono donare pace alla sua coscienza e salvezza alla sua vita».

Adesso sotto attacco c’è di nuovo l’Humanae vitae, con l’obiettivo di sdoganare la contraccezione. Ma non è più un assalto frontale: è un attacco sottile in chiave interpretativa. Coloro che tu, Renzo, definisci “regressisti”, stanno andando a riesumare un armamentario di argomentazioni stantie, vecchie di cinquant’anni. Partendo dalla presunta impraticabilità dell’enciclica, cercheranno di riabilitare l’etica della situazione.

Penso che l’obiettivo sia quello di collocare in vetrina la dottrina, metterla elegantemente in bacheca con una tecnica che definirei “imbalsamazione”: cioè lasciare intatto l’esterno della dottrina, ma svuotandola dentro, con le abili mani degli “adattamenti pastorali”. Il cardinale Muller aveva denunciato questo pericolo, avvisando i padri sinodali che voler separare dottrina e pastorale è una «sottile eresia».

Ma la risposta più forte sul tema l’ha già data San Giovanni Paolo II il 2 marzo 1984: fu un discorso severo e profetico (riportato al n. 103 di Veritatis splendor) in cui fotografò con esattezza impressionante il panorama dei nostri giorni. Riferendosi proprio alle obiezioni che parlano di “ideale astratto” e “concrete possibilità dell’uomo”, lui spiegò i motivi per cui si tratta di «un gravissimo errore» che, in definitiva, nasconde al fondo un nostro problema di fede: cioè credere davvero che l’uomo non è dominato dalla concupiscenza ma è redento da Cristo. E quindi è sempre educabile.

Senti Flora, due tuoi figli spirituali che mi sono molto amici, Marina Bicchiega e Davide Zanelli, hanno realizzato in modalità diverse due opere in difesa della bellezza dell’amore umano. Sono due opere complementari: Marina un testo scientifico bioetico, e invece Davide uno spettacolo di musica, parole ed immagini. Io ho assistito diverse volte a questa meravigliosa performance di Davide. Mi hanno molto colpito le parole di quest’ultimo quando descrive l’amore coniugale e fecondo per la propria sposa, imparato lì da te a Casa Betlemme, come “tutto ciò che ha”. Eppure leggiamo di teologi che postulano ponti con la comunità LGBT, che dicono che parlare di condizione oggettivamente disordinata come fa il catechismo per l’orientamento omosessuale è offensivo, di vescovi e cardinali che dicono che bisogna sapere discernere il bene presente nelle relazioni omosessuali, di preti che presentano all’assemblea liturgica le coppie civilunite, di giornalisti che su testate cattoliche parlano di uguaglianza davanti a Dio di ogni orientamento sessuale. Tutto questo va sotto la voce di omoeresia. Tu ritieni che sia un “al lupo al lupo”, cioè un pericolo sopravvalutato, esagerato, oppure ritieni che quello della omoeresia sia un pericolo reale?

Sai Renzo, se io non credessi alla forte potenza dello Spirito Santo, darei sfogo alle lacrime che mi nascono nel profondo, per il dolore che mi dà la confusione oggi presente nella barca di Pietro. Il pericolo che vedo è una Chiesa che sta scivolando nell’ansia di piacere al mondo, che non vuole disturbare più di tanto. L’esatto opposto di ciò che ci raccomandava l’apostolo Paolo: «non conformatevi alla mentalità di questo secolo!». Nel suo testamento il beato Paolo VI ha ribadito il concetto: «non si creda di giovare al mondo assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo e servendolo». E lui con l’Humanae vitae, come qualcuno ha detto, ebbe il coraggio di «spiacere a tutti per non mentire a nessuno».

Vedo una Chiesa che ha paura di essere impopolare e si ingegna a costruire annunci più gradevoli, tacendo su quelli più scomodi. Santa Caterina da Siena diceva che «a forza di tacere, il mondo è guasto, e la sposa di Cristo è impallidita». Lei intendeva dire che sono alcune omissioni educative da parte della Chiesa a provocare certi guai sociali. E lo stesso Sant’Atanasio parlava di una Chiesa che è diventata «maestra del compromesso e marcia con il mondo». È giusto, sì, cercare oggi linguaggi nuovi, ma bisogna rimanere chiari nei contenuti dell’annuncio. A me sembra che si discute molto dei problemi ma si trascura tanto di parlarne prima con Dio.

Se i pastori omettono certi contenuti perché più duri, di solito svicolano dicendo che sono dure le persone. Il pericolo è serio quando i nostri pastori si vergognano di ciò che ha detto San Paolo riguardo alla pratica omosessuale. O quando arrivano a considerare il Catechismo della Chiesa Cattolica un qualcosa di “divisivo”, troppo duro da citare. Il dialogo allora, da mezzo quale era, mi pare stia diventando il fine di tutto. Ma non ci può essere vera unità quando sacrifichiamo la verità.

Io credo che al fondo ci sia davvero un problema di fede. È qui il nodo: quando si ha paura di dire certe cose, vuol dire che è calato il livello della nostra fede. Quindi noi tutti che siamo il popolo di Dio, dobbiamo pregare molto per i nostri pastori e sostenerli perché trovino il coraggio di non sbandare.

Il Vangelo è chiaro e la verità è molto semplice, anche se esigente. Su questi argomenti la verità si lega alla parola castità. È la parola chiave, parola profetica in questa società decadente fatta di melma e di sangue. È virtù non banale ma basilare per ogni vocazione: per la fedeltà e la felicità degli sposi, per la salute dei nostri giovani, per l’equilibrio di una vita consacrata, e per il bene di una persona con tendenza omosessuale.

C’è chi sostiene che “qualche cornetto ravviva il matrimonio”, e che “qualche vizietto non danneggia la vocazione e non distoglie dall’apostolato”. Invece è proprio la mancanza di castità che porta allo sfascio le famiglie, e ha portato tanti sacerdoti a sfregiare il volto della Chiesa. Sappiamo di non essere naturalmente casti perché la nostra natura umana, ferita dal peccato, tende alla concupiscenza. Servono la disciplina e la Grazia: la castità è una virtù che si conquista soltanto mediante la volontà e la preghiera.

La castità è la chiave che ci matura come persone nelle nostre relazioni affettive, e ci educa all’umiltà poiché ti mette in ginocchio e ti fa riconoscere la tua fragilità. Eppure non si sente mai parlare della grande ricchezza della verginità. Oggi non si crede più al suo valore, si considera una cosa inutile e disumana, ormai superata.

Anche tutto il dibattito infuocato dei recenti Sinodi, se ci pensiamo bene, si ricapitola in fondo sulla grande questione della castità. È sempre quello il nodo che viene al pettine, il filo rosso che lega tutto. Sulla comunione ai divorziati si discute infatti sul vivere “come fratello e sorella”. E non si propone l’esigenza della fedeltà al sacramento dopo il tradimento. Idem sulla contraccezione: si vuole aprire alla contraccezione perché si pensa che i coniugi non siano capaci di astinenza periodica cioè di vivere la virtù della castità coniugale con i metodi naturali. E lo stesso per il celibato dei sacerdoti: la questione parte sempre dal rifiuto della castità.

È una parolina che dà allergia a molti, e purtroppo ho notato che è stata la grande assente nei due sinodi, la parola latitante. Il mio timore è che anche nel prossimo sinodo dei giovani venga fatta fuori. Probabilmente qualcuno dirà che, siccome i giovani nella stragrande maggioranza non la praticano, allora la castità non è praticabile e quindi non è virtù proponibile. Nell’etica della situazione, caso per caso si troverà una giustificazione per non farli sentire in peccato. Ma così si scivolerà di nuovo nel sottoporre la verità al criterio umano della maggioranza. Anche Pilato sapeva bene da che parte stava la verità, ma fece quello che fece – spiega l’evangelista Marco – «volendo dar soddisfazione alla moltitudine» (Mc 15,15).

Sai Flora, le tue parole sulla castità mi hanno fatto venire in mente la terzina di Dante nel XXVI canto quando dice “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Insomma, alla fine niente di nuovo sotto il sole. Alla fine l’uomo è sempre lo stesso. Anche quando Giovanni Paolo II dice “famiglia, sii quel che sei”, e tutto questo insegnamento che anche tu questo pomeriggio ci hai ricordato, alla fine non è un “no” ma un grande “si” affinché l’uomo riscopra la sua altezza e non si degradi a ciò che egli non è per sua natura.
Cara Flora, ci avviamo alla conclusione di questa nostra conversazione. Mi rendo conto che abbiamo sforato e quindi sacrificheremo le domande degli ascoltatori. Mi dispiace, pazienza, ma preferivo sfruttare ogni minuto di averti qua con noi. Ti rivolgo un’ultima domanda. L’uomo di oggi appare frammentato, incapace di determinarsi per un fine che non sia di breve respiro. Un uomo fluttuante, incostante. Per quest’uomo si parla molto, forse talora a sproposito, di “pastorale”, un termine – come hai già detto – non raramente abusato per accettare impostazioni totalmente errate. Ma, al di là di questo aspetto, quali sono, secondo il tuo osservatorio e la tua prospettiva, le priorità da affrontare per cercare di rimettere in sesto questa situazione che, come ha detto il cardinale Caffarra, solo un cieco non può vedere di grande confusione? Secondo te cosa si dovrebbe fare per rimettere in sesto questa barca che il Papa emerito ha recentemente considerato una barca che sembra stia per capovolgersi? Quali sono le priorità e le linee che noi, anche come laici, possiamo seguire nel nostro impegno?

Io sono una semplice laica, un moscerino senza pretese, in mezzo a grandi pastori e dotti teologi. Ma ho la forte sensazione che siamo tornati nella stessa situazione in cui si trovò Paolo VI nel mezzo del ‘68, quando dovette confermare la fede del popolo di Dio con quei due documenti fondamentali cui accennavo. Oggi come allora, per non far ribaltare la barca di Pietro si tratta di curare urgentemente i due grandi decapitati: cioè il primo e il sesto comandamento. Che riguardano il primato di Dio e la purezza della vita. Decapitati questi, anche gli altri crollano e viene giù tutto.

La Chiesa di Cristo può camminare soltanto dicendo “prima Dio e poi io”, tenendo insieme il piano sociale con quello morale. La carità senza la verità non si regge. Non si può dire di difendere la vita, se prima non si vive una disciplina nella propria vita morale, sarebbe ipocrisia. Nelle preghiere con cui inizio la giornata metto sempre questa giaculatoria: «Signore, liberaci dal peccato impuro della mente, del cuore e del corpo, prima concausa (diretta o indiretta) dell’aborto e dell’infedeltà in ogni vocazione».

Ma c’è un altro sintomo preoccupante sullo stato di salute della Chiesa. Riguarda la Madonna e ci riporta dritti all’eresia ariana dei tempi di Ilario e Atanasio: cioè i tanti che vorrebbero ridimensionare il ruolo della Madonna, mettendo per esempio in discussione la sua verginità intra parto e tanto altro ancora, non si rendono conto che stanno negando la divinità di Cristo. Qui non ho tempo di spiegarlo, ma molto parte da lì. Per una diplomazia ecumenica pensano che esaltare troppo Maria significhi pestare i piedi a Suo Figlio, ma è esattamente il contrario: si arriva a Lui soltanto attraverso di lei. Perché è lei che ce lo ha regalato.

Molti non hanno compreso per esempio la potenza del Rosario: devono ancora capire che quella preghiera non è devozione ma è rivoluzione. Insieme alla luminosa e potente Parola di Dio, l’uso quotidiano della corona fa bene anche all’attività coronarica! Non è una battuta ma letteratura medica. Il Rosario cioè fa bene alla vita intera perché tiene il cuore in ordine, ci aiuta a vivere affetti ordinati. Insomma, pregare è salute.

Non esiste un santo che non sia Eucaristico e Mariano. Ed è il sogno di don Bosco sulle due colonne che salveranno la Chiesa dall’affondamento: l’Eucarestia e Maria. Mentre c’è chi vorrebbe ridimensionare anche l’Adorazione Eucaristica, noi a Casa Betlemme facciamo il contrario: insegniamo non soltanto agli adulti ma anche ai bambini piccoli ad adorare Gesù realmente presente nell’Eucarestia. Facciamo quello che dice Lui nel Vangelo di Matteo quando cita il Salmo 8: «Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai ricevuto lode». Finché Gesù è lì con noi vivo nel tabernacolo, la speranza non può morire. Sì, la speranza non può morire, non deve morire.

Il mio augurio è che si torni presto a capire che per stare in piedi bisogna rimanere in ginocchio. Perché l’uomo di oggi, troppo affaccendato, non prega: e il demonio lo frega.

Occorre affidarsi alla protezione e alla strategia sapiente di Maria, la Grande Madre, la Madre Regina. La Perfetta Regista della storia, di ogni storia, e della storia della Chiesa. Soltanto il cuore materno di Maria è in grado di sostenerci oggi fra tante paure, perché è lei la Regina della pace.

Concludo riassumendo la terapia con una mia ricetta semplice che fa bene a tutti. Davanti alla malattia moderna delle “3S” cioè soldi, sesso e successo, si risponde con la terapia delle “3P”: povertà, purezza, piccolezza. Il tutto con una dose sempre abbondante di preghiera, che rinnova la storia e cambia il mondo.

La barca non affonderà.

Alleluja!

Cara Flora, io ti ringrazio perché hai fatto verità e carità. Mentre tu parlavi riguardo questa condiscendenza con “venature pastorali”, quando per esempio nella situazione di difficoltà in cui un coppia legittimissimamente cerca e ha il desiderio di un figlio che però non viene (ed è esperienza anche mia quello che hai detto), pensavo che anche qui su Radio Maria ogni tanto ci sono telefonate del tipo «mia figlia non vorrebbe ma il sacerdote le ha detto “fa quello che ti dicono i medici”…». Come se la perizia tecnico-sanitaria dei medici fosse garanzia anche della loro rettitudine dal punto di vista morale. Ahimè la storia ci ha dimostrato che non è affatto così. Ti do un’anteprima: mi sono messo un pò a guardare 10 anni di fecondazione in vitro così come emergono dalle relazioni annuali che vengono presentate al Parlamento da parte del Ministro della Salute. Il dato che ti posso dare è questo: in dieci anni, attraverso le tecniche di fecondazione in vitro (e sono i dati ufficiali offerti appunto dal Ministero della Salute) sono periti 1.168.666 embrioni. Un milione e centosessantottomilaseicentosessantasei. Una cifra spaventosa che si va a sommare ai più di 5 milioni e mezzo di bambini che nel corso degli anni della legge 194, della legalizzazione dell’aborto, della gratuizzazione e della statalizzazione dell’aborto, si sono realizzati (cosa di cui è andata molto fiera ultimamente anche Emma Bonino). Quindi questa “pastorale” del “venire incontro alle difficoltà” ha fatto più morti di quelli che annualmente sono ricordati per quella tragedia immane dell’umanità che viene chiamata Shoah, l’Olocausto. Perché nella prospettiva di un concepito, alla fine è questo che viene subìto.
Emma Bonino ha ricordato e rivendicato la sua provenienza da una famiglia cattolica, dicendo di aver sempre apprezzato la libertà come il fatto di non imporsi alle scelte degli altri. Purtroppo c’è il piccolo particolare che i concepiti sono coloro che subiscono l’imposizione della scelta altrui. Non gli viene mai chiesto se loro vogliono nascere, o se vogliono essere stoccati nei congelatori a tempo indefinito etc., o se vogliono essere utilizzati come materiale da ricerca. Tutto questo non viene chiesto ma viene imposto all’embrione. Quindi anche su ciò vorrei fare una raccomandazione a pensare bene a cosa si dice alle persone che chiedono una guida spirituale. Se le cose non si sanno, non è un grave peccato non saperle. Si può non sapere, però l’umiltà del non sapere deve far sì di sapere a chi poter indirizzare le persone quando queste hanno sete di una direzione dal punto di vista morale, non semplicemente di una facile soluzione tecnica a quelli che sono i dolori della vita.
Flora, io ti ringrazio infinitamente. So che questa tua presenza non è stata senza fatica per te. Ti abbraccio fortissimamente.

Renzo Puccetti

Fonte: Libertà&Persona


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