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Home Page > Aborto > Vita: chi salva i bambini, salva le madri
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Almeno 10.000 bambini nati e oltre 30.000 donne assistite nel solo 2014: questa è l‘opera dei 355 Centri di Aiuto alla Vita operanti in Italia. Il rapporto annuale che viene pubblicato sul sito del Movimento per la Vita illustra gra ci, tabelle e statistiche di un’opera vasta e meritoria, che non fa notizia, mai, sulle prime pagine dei ‘giornaloni’ politicamente corretti: alla cultura della morte non interessa chi vive per la Vita.
Rimandando i lettori ad approfondire i dati sul sito www.mvp.org, vogliamo qui semplicemente sottolineare che la presenza dei CAV è in costante crescita: negli ultimi vent’anni, dal 1995 al 2014, in tutto il territorio nazionale, il loro numero è aumentato del 57%: dai 226 CAV operanti nel 1995 siamo passati ai 355 dello scorso anno. Quanto alla distribuzione territoriale, al Nord i CAV sono aumentati del 25%, mentre al Centro e al Sud sono più che raddoppiati e nelle Isole sono quasi triplicati.

L’attività dei CAV è volta alla tutela della vita umana, non solo dei bambini, ma anche delle madri. Perché tra i due c’è un legame inscindibile: chi aiuta i bambini, aiuta le madri.

Ovviamente, però, il dato che salta più all’occhio e dà speranza è costituito dai 134.851 bambini nati negli ultimi vent’anni; cifra che si può ragionevolmente arrotondare a 170.000, perché non sempre i dati sono riportati puntualmente da tutti i CAV. Il numero medio dei bambini nati per ogni CAV è dunque quasi triplicato.

Quanto alle donne assistite, nel 2014, sono state 21.000 le mamme che hanno bene ciato dell’aiuto del “Progetto Gemma”. Oltre a queste sono state assistite altre 20.000 donne, 94 in media per ciascun CAV. Elaborando i dati nel complesso, risulta che in questi vent’anni i CAV e gli Enti a essi collegati hanno aiutato circa 600.000 donne, delle quali poco meno della metà gestanti.

Ogni donna assistita si presenta ripetutamente (almeno 10-12 volte nel corso di un anno) a un Centro. Circa il 2% delle gestanti ha potuto usufruire di ospitalità in case di accoglienza, oppure presso famiglie, o ancora in case in affitto dei CAV.

Tra le prestazioni assistenziali fornite, le più frequenti sono: gli aiuti in natura; l’assistenza sociale, psicologica e morale; gli aiuti in denaro; e l’assistenza medica. Ancora troppo pochi sono i CAV convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale o con i Comuni, e in ogni caso troppe sono le incombenze burocratiche richieste che appesantiscono inutilmente, sia da un punto di vista economico che organizzativo, l’attività dei CAV.

Si legge sul rapporto citato un invito condivisibile sulla necessità di maggior supporto da parte della Pubblica Amministrazione: «La rilevanza sociale dell’attività svolta da quarant’anni e documentata anche dai dati sopra commentati, legittima la richiesta di riconoscere il vero ruolo dei CAV che consiste nel salvare vite umane evitando che la donna ricorra all’aborto, e non solo nell’erogare assistenza che resta compito primario della Pubblica Amministrazione e di altre Associazioni di Volontariato con le quali il Movimento per la Vita e i Centri di Aiuto alla Vita auspicano una sempre maggiore collaborazione».

Ma, andando oltre questi dati tecnici, l’esperienza dei CAV è profondamente umana. È fatta di incontri, anche dolorosi, e di problemi, non sempre felicemente risolti. Comunque è una tessitura continua di rapporti umani, che arricchiscono coloro che ne sono protagonisti. Abbiamo quindi raccolto storie, testimonianze, esperienze di vita di quanti prestano la propria opera di volontariato nei CAV.
Leggendo le loro vicende emergono da un lato il prezioso lavoro discreto e determinante che i volontari dei CAV conducono ogni giorno per ‘aiutare la vita’ a nascere e a crescere; dall’altro purtroppo siamo costretti a registrare quanto questo lavoro sia vieppiù necessario in un mondo sempre più votato alla cultura della morte, tanto che si industria a prospettare l’aborto quale soluzione facile, veloce e desiderabile, persino in violazione della legge 194 attualmente vigente in Italia.

Nella prima testimonianza, donataci dal CAV di Pinerolo, in provincia di Torino, vedremo come, in una struttura pubblica, si sarebbe trovato il modo di far abortire una donna in stato di gravidanza molto avanzata: non solo praticando un infanticidio, ma mettendo anche ad alto rischio l’incolumità fisica della stessa madre.

ECCO IL CONTRIBUTO DI CRISTIANA E ISABELLA

Alla ventitreesima settimana di gestazione, al bimbo fu diagnosticata una grave malformazione cardiaca che lo avrebbe portato ad aver bisogno di svariate opera- zioni appena nato. I medici consigliarono alla madre di abortire, anche fuori legge: era la soluzione ‘migliore’, anche se fuorilegge!
Lavorare in un CAV vuol dire assistere in diretta a veri e propri miracoli.

Era un tranquillo pomeriggio di giugno quando, con una telefonata della nostra amica Donatella, questa storia ebbe inizio.
Infatti lei, sapendoci volontarie del CAV-MpV pinerolese, ci chiese di accompagnare una sua amica camerunense, alla seconda gravidanza, a fare l’ecogra a morfologica. Accettammo di buon grado e così abbiamo conosciuto Nadia, una donna giunonica e statuaria con una glia di due anni paragonabile a un terremoto e una bella pancia tonda. Dopo la morfologica ci dissero che il piccolo era un maschietto, ma anche che era necessaria un’ecogra a di secondo grado per fare degli accertamenti circa una possibile malformazione del cuore. Ci attivammo quindi subito per prenotarne una al Sant’Anna di Torino, specializzato in diagnostica pre-natale.

Alla ventitreesima settimana, grazie a questa ecogra a, la diagnosi fu certa: il bimbo aveva una grave malformazione cardiaca, che lo avrebbe portato ad aver bisogno di svariate operazioni appena nato. A Nadia, insieme al marito, venne prospettata la vita grama che sarebbe toccata al loro bambino. Gli chiesero quale senso avesse farlo nascere, visto che – a detta loro – non avrebbe mai nemmeno potuto fare una corsa o una passeggiata in montagna, a causa di questi suoi problemi.

La proposta dei medici fu quella di abortire. Solo che c’era una complicazione: il limite per ricorrere all’aborto terapeutico in Italia è posto a venti settimane, e la nostra amica ormai le aveva abbondantemente superate.

E qui restammo basite: Nadia ci ha raccontato che le hanno detto di non preoccuparsi, che l’avrebbero accompagnata in Francia dove ancora era possibile ‘intervenire’.
Piuttosto che rischiare di farle mettere al mondo un ‘prodotto imperfetto’, sarebbero stati disposti anche a pagarle il viaggio e ad accompagnarla in un’altra nazione per disfarsi della sua creatura.
Lei non sapeva cosa fare: suo marito spingeva nella direzione consigliata dai medici e la paura di fronte alle prospettive di vita che gli specialisti avevano dipinto per suo glio la facevano titubare.
Dopo molti discorsi e tante preghiere, Nadia decise di tenere il bambino e lo comunicò al marito.
La reazione di lui fu tutt’altro che positiva: se voleva tenerlo non avrebbe dovuto coinvolgerlo in nulla che riguardasse il bambino, e tantomeno chiedergli di sborsare denaro.
Ma lei aveva noi accanto, e forte di questo non si lasciò abbattere. Così iniziammo questa splendida e faticosa avventura.

Per prima cosa le abbiamo prenotato una visita dalla dottoressa Agnoletti, primario di cardiologia dell’ospedale pediatrico Regina Margherita di Torino. Lei, dopo un attento studio del caso, ci comunica la bella notizia: il bimbo avrà sì bisogno di fare delle operazioni appena nato, anche molto rischiose, ma in caso di successo avrebbe potuto trascorrere una vita perfettamente normale; l’unico limite dato dal difetto al cuore sarebbe stato verso gli sport a livello agonistico, ma a livello amatoriale avrebbe potuto fare qualsiasi cosa desiderasse.
Nel sentire questo il nostro cuore si scalda, e siamo ancora più spronate a proseguire in tutta la serie di visite che il caso richiede.

Ci troviamo quindi ad accompagnare Nadia ogni quindici giorni al reparto di cardiologia neonatale del Regina Margherita. Qui abbiamo scoperto un reparto meraviglioso con personale eccellente, sempre attento e disponibile a soddisfare ogni esigenza delle mamme e dei piccoli: abbiamo conosciuto delle persone meravigliose.

Finalmente, il 22 gennaio 2015, con un parto cesareo viene al mondo Daniel. Il caso è talmente delicato che riusciamo anche a farlo battezzare in ospedale. Due giorni dopo subisce il primo intervento per permettergli di vivere e noi aspettiamo pregando e sperando che tutto vada bene.

Dopo quindici giorni di ricovero, il piccolo può tornare a casa. Nadia è sempre felice e sorridente, come lo è stata per tutta la durata del suo calvario. Resta a casa una settimana e poi abbiamo un’altra visita di controllo. Purtroppo l’esito non è buono: è necessario ricoverare di nuovo Daniel, in quanto il primo intervento non ha dato i risultati sperati. Si procede quindi con un secondo intervento, questa volta una plastica vera e propria per dare al piccolo il cuore di cui ha bisogno. L’inter- vento riesce bene e il bimbo risponde alle cure in maniera adeguata, mangia nel modo giusto e Nadia ha tanto latte, nonostante la tensione che avrebbe steso chiunque. Tornano di nuovo a casa dopo quindici giorni e Daniel sta benissimo, cresce normalmente ed è bello come il sole.

Continuano le visite di routine e, appena compiuti i tre mesi, Daniel subisce il terzo e ultimo intervento al cuore. Vista la sua forza e il suo crescere bene, raro nei bimbi con questi problemi, anche questa operazione riesce come da manuale e il piccolo sta bene.

Anzi, sta più che bene! Ora ha un anno, è un bambinone ed è l’orgoglio di suo padre che, vedendo la tenacia di sua moglie, non può fare a meno di vantarsi con chiunque gli capiti a tiro di quanto sia bello e forte suo glio, che in un anno di vita ne ha passate tante e tutte dif cili.

Nadia è felice e continua ad avere il sorriso calmo e forte che l’ha contraddistinta in tutti i mesi d’ospedale, e che l’ha resa spesso un esempio per le altre mamme nella sua situazione.
Le visite e le operazioni non sono nite, ma ora sappiamo che il peggio è passato e questo bimbo meraviglioso potrà avere la vita felice che ogni madre desidera per il proprio figlio.

È stato un onore poter contribuire e assistere a questo miracolo e siamo grate a Nadia perché ce ne ha dato la possibilità. Vedere Daniel crescere e sorridere è una grande gioia, e per questo ringraziamo il Signore che ha dato a sua madre la forza di lottare e andare avanti nonostante tutto.

DAL CAV DI BENEVENTO, CI SCRIVE IL PRESIDENTE, CARLO PRINCIPE.

Quelle che raccontiamo sono solo alcune delle oltre 400 storie di bambini strappati all’aborto in ventitré anni di servizio del Centro di Aiuto alla Vita di Benevento. Storie di altrettanti “Sì” alla Vita di mamme che hanno ri ettuto sull’iniziale decisione dell’aborto grazie alle parole di amicizia rivolte a loro dalle volontarie incontrate davanti al reparto “IVG piani cazione familiare”, triste eufemismo per nascondere la realtà di 600 bambini uccisi ogni anno nell’ospedale “G. Rummo” di Benevento.

La prima è la storia di M., accompagnata dal convi- vente che lavora stagionalmente come bracciante agricolo e senza alcun contratto di lavoro. Con un af tto da pagare, un permesso di soggiorno solo provvisorio e senza assistenza sanitaria, di fronte alla prospettiva di un glio i due avevano deciso per l’aborto. Era soprat- tutto il compagno a spingere M.: “Se stai male, senza medico, come farai?”, le diceva.
Ma la vicinanza della volontaria che le promette visite mediche gratuite e un aiuto economico (grazie a un “Progetto Gemma”), rasserena M. Poi il compagno, sempre ostile ( no alla minaccia di abbandono), cambia idea di fronte alla nascita di un bellissimo bambino.

Quella di K., invece, è una storia di povertà estrema. Sposata con quattro gli, è in attesa del quinto. È già assistita dal CAV per l’ultimo di appena nove mesi. Il marito non riesce a trovare lavoro stabile e si arrangia con parcheggi e richieste di aiuto ai servizi sociali e alla Caritas. Inoltre per lei si prospetta un quinto parto cesareo. Con la mentalità anti-vita di oggi, K. avrebbe tutti i motivi per abortire.

Invece ha tenuto nascosta questa gravidanza al marito, contrarissimo a un altro glio, temendo che l’avrebbe spinta all’aborto. Cosa che ha fatto non appena l’ha saputo, ma ormai era troppo tardi: la gravidanza era oltre il terzo mese.

Contrariato, l’uomo se la prende – non a torto! – con il CAV, che avrebbe in uenzato la decisione della moglie, pretendendo un aiuto concreto. Quando viene a sapere di attendere una bambina, dopo quattro gli maschi, non è più nei suoi panni per la gioia. Nasce una splendida bambina, capelli biondi e occhi azzurri.

Un “Progetto Gemma”, pannolini e alimenti sono stati l’aiuto concreto che il CAV ha offerto ai due genitori e alla loro bambina.

Con poco meno di dieci volontari, il CAV di Benevento è presente, grazie a una convenzione, presso l’ospedale “G. Rummo” per incontrare e stare accanto alle donne tentate di ri utare loro glio, e per convincerle che l’aborto è un’azione ingiusta: non solo viola la sacralità di una vita, ma è anche dolorosa per la madre che lo compie.

Oltre alle quindici mamme che, ogni anno, dopo un colloquio, sono dissuase ad abortire, altre 40 o 50 donne, secondo i dati dell’ospedale, cambiano idea dopo la prenotazione. Anche per queste mamme il CAV non è del tutto estraneo al loro “Sì” alla Vita: quasi tutte ricevono dalle volontarie almeno una parola buona e un opuscolo informativo inneggiante alla Vita, che possono aver acceso in loro la scintilla del “Sì” alla Vita. Tuttavia c’è un’altra, e più numerosa, galassia di mamme: quelle che cercano nel CAV solo un aiuto per crescere il glio. Sono circa 60 o 70 all’anno (1.300 dal ’92), e solo Dio sa in che misura la presenza del CAV abbia allon- tanato in loro un’eventuale tentazione di abortire.

Il servizio alla Vita del CAV di Benevento non si esaurisce in ospedale. Esso è accompagnato da un’intensa azione di sensibilizzazione, promuovendo la partecipazione a diverse iniziative come la Marcia Nazionale per la Vita, le Feste per la Vita, conferenze nelle scuole e ai corsi per danzati, stampa di manifesti e dépliant, etc. Il sito www.centrodiaiutoallavitabenevento.it illustra nel dettaglio tali iniziative.

Toni Brandi

Fonte: Articolo apparso su Notizie ProVita di Marzo 2016, pp. 12-15

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