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Ieri dicevamo  del dato di fatto  ormai insuperabile: non è la fede o la spiritualità infatti a ribadire che la vita dell’essere umano, unica e irripetibile, inizia dal concepimento: lo dice in modo univoco la scienza, che tanti materialisti dei nostri giorni esaltano come una divinità.

La cultura della morte allora deve trovare modo di giustificare la soppressione dei bambini in grembo, la manipolazione degli embrioni ecc.

Tutte queste cose, infatti, servono nell’immediato a un business miliardario (aborto, contraccezione, fecondazione artificiale, utero in affitto, con tutto l’indotto connesso che coinvolge case farmaceutiche e aziende sanitarie) e a lungo termine servono alla distruzione dell’essere umano, che è lo scopo ultimo del nichilismo relativista.

A tal fine si insinua o si dice in più modi e da più parti che “è vita, ma non è persona”. 

Da un punto di vista scientifico abbiamo spiegato che uno zigote non è semplicemente una cellula viva, ma un organismo che ‘pensa’, si organizza e si sviluppa secondo un progetto ben definito: un embrione in evoluzione fin dalle prime ore è molto diverso da un “grumo di cellule” che si riproducono in un brodo di coltura. Lo paragonano a un “direttore di orchestra”!

Ma poi la neolingua parla di “ovuli fecondati” come fossero cose, omettendo il termine ’embrioni’, perché troppi associano l’idea di embrione al bambino.

(E non c’è da stupirsi se si considerano gli embrioni delle cose: ormai si vuol sdoganare anche la pratica della compravendita dei bambini…)

E filosofi e bioeticisti si affannano a spiegare che non tutte le vite umane sono degne di essere vissute e che non tutti gli esseri umani sono ‘persone’. Da ultimo il solito Peter Singer che nel  Journal of Practical Ethics  sostiene che un bambino Down è meno degno di vivere di tanti animali… Come se non bastasse, questi signori diffondono le loro idee dalle cattedre delle università più prestigiose del mondo.

Sul fronte del fine vita, si sta cercando di cambiare anche la definizione di morte: da dato biologico ( morte = assenza di vita) a dato sociologico (morte = assenza di capacità di relazionarsi). Anche questo serve per creare il ghetto delle “non -persone” che – in quanto tali – si possono sopprimere per motivi di semplice praticità e/o di convenienza economica.

Ma se accettiamo che in qualche modo degli esseri umani (o perché piccoli, o perché vecchi, o perché capaci/non capaci di fare qualcosa) possano essere considerati “non-persone”, avremo realizzato quegli scenari da incubo tipici dei romanzi distopici in cui l’oligarchia o il dittatore al potere deciderà arbitrariamente chi è e chi non è persona. La norma fondamentale, giuridica e sociale, sarà la legge del più forte e/o del più ricco.

Francesca Romana Poleggi


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