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Oggi siamo immersi nella cultura di morte: il diffondersi di aborto ed eutanasia sono i casi più sintomatici di questa impostazione dominante.

Di fronte a questo stato di cose, tuttavia, vi è ancora chi ribatte mostrando il valore della vita e la razionalità su cui questa posizione poggia le basi. È il caso del professor Richard Stith, ricercatore senior presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Valparaiso (Cile).

Il docente, con un lungo articolo pubblicato su Religion En Libertad, spiega infatti come il fatto di accettare l’eutanasia altro non sia che la vita maestra per mettere «in pericolo non solo la vita delle persone, ma anche la dignità umana e la qualità di quei rapporti che servono per aiutare le persone con gravi malattie».

Facilitare la morte complica la vita

Facilitare la morte complica la vita per il semplice fatto che, una volta che l’eutanasia sarà accettata e sarà facile accedervi, sarà molto più difficile poter lottare per la vita, sostenendo le persone fino alla loro fine naturale.

Scrive il professore: «La vita e la morte [di coloro che lottano per la vita, ndR] sono piene di un significato che deve essere scoperto da coloro che li circondano. Se una nonna malata si sforza di continuare a vivere nella sfortuna e nonostante la sofferenza e la disabilità, può essere oggetto di compassione e di solidarietà. Può essere considerato molto meritevole di assicurazione sanitaria o di aiuti governativi. Inoltre, può essere fonte di ispirazione per i suoi familiari, amici e vicini di casa, che sentono il privilegio di condividere la sua battaglia e possono sentirsi solidali con lei […]».

Questo perché nessuna vita è superflua e non c’è una scala di valore qualitativo che pone più in alto le persone che stanno bene. Inoltre, continua Stith, «una volta alla nonna malata è stata data la possibilità di accedere al suicidio assistito, la sua libera decisione di continuare a vivere nonostante la sofferenza non riesce più suscitare la compassione della sua famiglia e non avrà più il sostegno della comunità. […] Molte persone in uno stato di relativa fragilità pensano già di essere un peso per gli altri. A questo si aggiungerebbe il senso di colpa perché ora penseranno che sono loro, e non la malattia e l’età, colpevoli dei problemi che causano agli altri».

Chi rifiuta la morte sarà considerato egoista

Collegato a quanto appena affermato, chi sceglierà di continuare a vivere sarà considerato un egoista, che pesa sulla sua famiglia e sulla società.

Quindi, «il loro [dei malati, ndR] diritto di scegliere la morte si traduce in un paradosso crudele, se quella persona insiste nel vivere: quando la sofferenza e il bisogno di assistenza aumenta, la compassione e la volontà della famiglia a sacrificarsi diminuisce… come diminuisce anche la disponibilità di assicurazione sanitaria per continuare a pagare per le cure mediche». Si creerà dunque una società inumana, votata completamente al profitto e incapace di comprendere il valore di ogni esistenza.

La dipendenza non nega la dignità

Un altro errore, secondo il professore, è quello di legare la dignità di una persona al suo livello di dipendenza. Un ragionamento che non è nato in questi ultimi anni, ma che si sta diffondendo sempre più.

Nel fare questo si annulla totalmente la compassione e si cade nel senso di colpa e nel risentimento di cui sopra.

Anche perché, se si volesse allargare il discorso, bisognerebbe ammettere che ognuno di noi è stato dipendente nei primi anni di vita, in parte lo è anche durante l’età adulta (le relazioni ci costituiscono) ed è normale che lo sia anche in età avanzata. Questo annulla la dignità? No.

Teresa Moro

La voce del buon senso

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